sabato 5 settembre 2009

Il Pettoruto: la Piedigrotta della Calabria

Una giornata particolare

Nota introduttiva di Francesco Capalbo

Riprende a pieno ritmo, dopo la pausa dovuta alle vacanze estive, l’attività di ricerca e di divulgazione del blog “Mille storie, mille memorie”.
L’articolo di seguito proposto narra di una “giornata particolare”: quella dell’otto di settembre. Una volta in tale giorno un devoto fermento s’impossessava degli abitanti dei centri abbarbicati lungo la dorsale appenninica, che incornicia la parte nord della provincia di Cosenza, o che si affacciano sulla valle del Crati. A piedi, a dorso di asini, a bordo delle pochissime auto allora in circolazione, i pellegrini raggiungevano attraverso infiniti rivi il Santuario della Madonna del Pettoruto di San Sosti.
I più percorrevano sentieri impervi e polverosi, che nei giorni precedenti erano stati battuti da torme di pastori che portavano le loro greggi alla fiera degli animali.Nella frescura del Pettoruto i devoti vivevano l’ebbrezza di una giornata nella quale si scioglievano voti, si facevano penitenze, si impilavano preghiere, si consumavano epiche sbronze, si onoravano gli amici e i“sangiovanni” e si azzardavano casti corteggiamenti. Sottratta al tempo destinato al duro lavoro dei campi, la giornata del pellegrinaggio al Santuario del Pettoruto rappresentava per molti braccianti, contadini e artigiani, uno dei pochi giorni di vacanza dello spirito e del corpo. Agognata per tutto l’anno, essa veniva poi vissuta o al ritmo spolmonato imposto dal suono della surdulina, una delle particolari zampogne costruite in Calabria, oppure con l’agitazione tipica dei tarantolati ispirata dagli effetti acustici del tamburello e …dall’ebrezza del vino.
In queste occasioni la scena era animata anche da una infinità di personaggi che oggi sarebbero considerati quantomeno stravaganti. Uno di questi era il “canterino”, ritratto nelle due foto, che al suono della zampogna improvvisava versi in rima.
L’articolo qui proposto ci restituisce suggestioni e cronaca di questa giornata speciale che si riferiscono alla fine degli anni cinquanta.
Lo scritto, pubblicato su Cronaca di Calabria del 6 settembre 1959, è di Gennaro Capalbo, letterato e pubblicista, che nacque ad Acri nel 1878 da Raffaele e Letizia Talerico e morì nel 1966. Autore di pubblicazioni sulla genesi della poesia popolare, sulla donna e sulla passione d’amore nei canti del popolo di Calabria, lo scrittore acrese s’interessò finanche della figura di Gesù nelle leggende calabresi.
Nei giorni successivi altri articoli verranno pubblicati sul blog e ci restituiranno di questa “giornata particolare” impressioni raccolte in epoche diverse. La loro lettura ci farà percepire come i modi attraverso cui si esprime la devozione nei confronti del Sacro siano sottoposte anch’esse all’usura del tempo ed il Santuario, luogo dello spirito per antonomasia, non costituisca almeno nei suoi aspetti esteriori, una enclave franca ed immutabile del tempo.

Il Pettoruto
la Piedigrotta della Calabria

di Gennaro Capalbo

8 Settembre. Uno dei giorni che il popolo di Calabria – specie della Calabria Cosentina – attende con maggiore ansia.
Lo attende con grande ansia, perché il pellegrinaggio del Pettoruto ha luogo precisamente in tal giorno. I preparativi o i discorsi sulla gita cominciano e fervono fin da qualche mese avanti. Del Pettoruto può dirsi ciò che il Poeta Partenopeo Luigi Conforti diceva di Piedigrotta: “Un’immensa tarantella. L’orgia dell’orgia, il canto fescennino, l’inno assordante della raganella. Il trionfo dei fischi e dell’asprino”. Piedigrotta, celebre fin dal Secolo XIV. Ricordata, or sono dei secoli, in una lettera del Petrarca. Era la sua primavera degli anni e della gloria, alla festosa Corte di Roberto di Angiò!
La storia del Pettoruto è, su per giù, quella dei più famosi Santuari: da Lourdes, meta dei popoli degli Alti Pirenei, a Kewlav, meta dei popoli della Breslavia, a Pompei, meta dei popoli di Campania, a quella della Grotta di Santa Ninfa, meta dei popoli di Sicilia.
La prodigiosa apparizione della Madonna ad una pastorella.
Il miracolo! E, subito dopo il miracolo, “fama vatur”, la Chiesa, il Santuario, la salda e invitta fede, attraverso i secoli e le generazioni.
Sorge il Santuario del Pettoruto in una delle più aspre, inaccessibili montagne delle ultime diramazioni dell’Appennino. La festa dell’8 Settembre, e ogni anno, agli 8 di Settembre, muovon, dai più remoti paesi della Regione, intere legioni: umile gente la più parte.
Ora si muove in parte in autopullman. Ma molti si muovon more majorum. Si va a piedi. Gli uomini ben azzimati, tutti armati di fisarmonica o di chitarra battente, ad armacollo a mo’ di fucile. Le ragazze, com’è naturale, sfoggianti le più sgargianti tolettes: gli occhi brillanti del piacere di “andar a trovar la Madonna”.
Armate, la più parte di esse, del fragoroso tummarino più fragoroso dei putiputi dello sceta-vajasse, e del triccaballacche del popolo di Napoli. Retaggio, il tummarino, cioè il tamburello o presso a poco, delle gitane di Granata e di Siviglia, che, al tempo del Vice reame, abbondavan nel nostro Mezzogiorno. Si forman così quelle caratteristiche carovane che, nel “Pellegrinaggio a Kewlar” ispirarono a Enrico Heine quella commossa e commovente Romanza, onde si mutò, sia pure una volta tanto, in pianto accorato, il suo amaro sogghigno, il quale, del resto, nascondeva anch’esso le lacrime.
Non manca qualche asinello, che serve soltanto per il trasporto delle vettovaglie.
I pellegrini vanno e vanno; così come, da secoli, avean fatto i loro padri; così come nei secoli venturi faranno i loro figli, e i figli dei loro figli.
C’è da sorpassare luoghi malagevoli e dirupati, attraversati da frequenti corsi d’acqua. C’è da camminare una intera giornata e una notte. Ma siffatto disagio non preoccupa: si va “a trovare la Madonna”.
Dove c’è alberatura, e la caldura incalza, si fa sosta. Si cava da le ben colme bisacce il “pane di casa” e l’ardente fiammante salame; si cava il non meno ardente vino di due anni, serbato a bella posta nei capaci orciuoli; e si beve, si ride e si banchetta.
Il simposio trionfa per qualche ora.
Poi gli uomini dan di mano alla chitarra o alla fisarmonica; le ragazze alla loro volta, brandiscono i tummarini, diabolicamente assordanti, e si lanciano alla verticosa tarantella, ardenti e frementi, fiammanti come fiori viventi.
A tal proposito si legge nel Sonetto di Luigi Conforti, sopra ricordato: “Mesconsi in mezzo alla sfrenata danza. Baci di Nenne e colpi di pugnale..”.
Ora, se Dio vuole, i colpi di pugnale sono spariti. Restano, sempre in aumento, i baci delle Nenne. Ma questo non è un delitto. E’, se mai, una benemerenza…demografica!
Ma c’è anche chi non si dà spasso. Son, per lo più, donne in età sinodale, che han fatto “il voto”. Il “voto” consiste di andar al Santuario digiune, scalze, e senza camicia. Voto che osservano col più gran rigore.
Mutano vertiginosamente i tempi. Vertiginosamente – cantava il Carducci
Passan le glorie, come fiamme
di cimiteri;
come scenari vecchi, crollan
regni ed imperi…
Quel che resta, a dispetto della fuga degli anni, tenacemente vivo nella vita affettiva e collettiva dei popoli, son proprio queste manifestazioni di passione e di fede!

Cronaca di Calabria 6 settembre 1959


Le foto sono tratte da “Il Pettoruto” di Francesco e Giuseppe Marasco, il serratore, 1988.

© Francesco Capalbo







2 commenti:

  1. Oltre a narrare queste manifestazioni di fede, ti sei concesso anche tu qualce periodo di pellegrinaggio, oltre a quello che già fai verso "quei di Rossano".
    Un abbraccio, Gianfranco Rinaldi

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  2. Caro Francesco le persone nella seconda foto sono in senso orario partendo dal ragazzo in pantaloncini: Vincenzo La Cava, Pifferi Vincenzo, Giovanni Diurno, mio Nonno Carmelo La Cava, Ciriaco Martino e Vincenzo Diurno che canta.
    Mio padre non ha riconosciuto le 2 bambine.
    Ti saluto,
    Vincenzo La Cava

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