lunedì 21 settembre 2009

Mare nostrum

di Francesco Capalbo

Raccapriccio, paura, impotenza e vergogna sono gli stati d’animo provati in questi giorni dalla maggior parte dei calabresi per la vicenda dell’affondamento della nave Cunski, il mercantile pieno di rifiuti radioattivi fatto inabissare a quattordici miglia nautiche dalla costa di Cetraro.
Questa volta però dal paradigma delle emozioni è esclusa la possibilità d’imprecare contro uomini di mare “alieni” venuti chissà da dove a seppellire i loro carichi di morte in uno dei fondali più belli del Mediterraneo. Gli organi di stampa infatti evidenziano come il crimine dell’affondamento della nave sia stato consumato con l’aiuto di cosche malavitose calabresi. Il particolare rivela ancora una volta come la ndrangheta generi e perpetui episodi distruttivi ed autodistruttivi dai quali non sono preservate neanche le vite di chi aderisce all’organizzazione malavitosa stessa.
Se le rivelazioni del collaboratore di giustizia Francesco Fonti, dal quale hanno preso il via le indagini, saranno confermate, sarà interessante cercare di comprendere i comportamenti e i profili psicologici dei probabili imputati. Sono in molti a chiedersi, in questa appendice ammorbata d’Occidente, quali sentimenti provino e come battano nei loro petti i cuori di quanti hanno “autorizzato” il seppellimento di scorie radioattive in un tratto di mare nel quale d’estate si bagnano e trovano ristoro i propri figli, i propri nipoti, gli amici più cari e forse… loro stessi.


***

Giovanni de Giacomo fu un umile maestro ed anche un valente etnologo al quale toccò in sorte di nascere proprio a Cetraro. La Pro Loco Civitas Citrarii il 9 luglio scorso ha commemorato l’ottantesimo anniversario della sua morte, che avvenne nel gennaio del 1929 ed ha proposto che gli venga intitolata la locale Scuola Media. L’Istituto Tecnico Industriale di Rossano, città nella quale egli diresse la Scuola Tecnica ad Indirizzo Agrario, gli ha dedicato invece la sua nuova biblioteca: una sorta di ricompensa postuma per l’impegno che profuse nella cittadina bizantina. De Giacomo trascorse gli ultimi anni della sua vita a rimirare lo stesso tratto di mare devastato ora dall’ingordigia delle cosche autoctone e dalla pubblicità negativa che comunque genererà la vicenda dell’affondamento della nave Cunski. Da anziano, l’etnologo ammirava il mare di Cetraro con lo stesso stupore e la stessa meraviglia delle anime semplici. Al Borgo di Cetraro era così legato, che non esitò ad imbastire dalle pagine di Cronaca di Calabria, vincendo la sua naturale timidezza, una vivace polemica giornalistica, per portare alla ribalta i mali (ad esempio la malaria e lo stato di abbandono igienico) che allora affliggevano la cittadina tirrenica.
L’articolo qui riportato, pubblicato su Cronaca di Calabria del 15 luglio 1920, rappresenta una sorta di dichiarazione d’amore per il proprio mare e per la propria terra. L’intellettuale cetrarese raccolse e fece suo il grido di dolore che proveniva dalla natura e dagli uomini del suo Borgo che erano stanchi delle tante promesse fatte e non mantenute da “onorevoli amici” che, allora come oggi, ritenevano di assolvere a tutti i loro compiti semplicemente versando sterili “lacrimette” . Sembrava che Cetraro, avvinta da molti problemi, gli sussurrasse con una flebile voce la locuzione virgiliana alla quale non poteva restare insensibile: “exoriare aliquis nostris ex ossibus ultor”.
La stessa sommessa voce a noi sembra di udirla in queste giornate di fine estate che potremmo definire della vergogna e dell’indignazione. Essa ci mette in guardia su come le nostre terre, baciate da un eterno tepore, non siano in realtà abitate solo da dei ma anche …da irredimibili demoni. Sospiro di dolore, più che soffio di speranza, pare che vada ripetendo per i tanti borghi di Calabria: “possa dalle mie ceneri un giorno nascere un vendicatore”.





Per la Marina di Cetraro

di Giovanni de Giacomo

Non inutile davvero un’altra parola.
Ecco… In verità, io non dovrei che rendere grazie ad Attilio de Caro delle benevoli parole che ha avute per me (qualcuna delle quali però non mi tocca: “maestro” e altro); ma sarebbe ridicolo incomodar la grazia degli elzeviri per ringraziare una persona tanto vicina e tanto signorilmente amica.
E passo oltre. Attilio de Caro, nella sua molteplice e simpatica operosità è davvero mio maestro nei riguardi di vita attiva e fattiva, ma mi consentirà che io dica, non a lui, si capisce, ma ai tanti commendatori, deputati, amici lontani e vicini, ex miei scolari degli uffici e…del Parlamento: fino a che la marina di Cetraro resta in questo vergognoso stato di abbandono, è inutile sperare per essa un florido avvenire.
Il Borgo di Cetraro, col suo fil di voce che gli rimane, ripete da molti anni il virgiliano che fu motto di G.B. Strozzi: exoriare aliquis nostris ex ossibus ultor! Ma Sidone impreca inutilmente contro il fuggitivo Enea; e il motto, scritto appié della bella epigrafe, sulla facciata, non sfacciata, del triangolo fontana, il giorno in cui l’amico Notar Talamo del borgo volle pietosamente occuparsi, fu portato via dal vento, o dalla mano di qualche fanciullo che la stracciò.
Parole inutili! Lo so, perché io credo che inutili saranno gli appelli ai superi e agli inferi dominatori per una boa e per un pontile o per altro, se l’osceno spettacolo dell’abbandono di questa bellissima spiaggia non cessi.
Bellissima! Quanti vengono qui, da lontano a confortare il mio romitaggio, “bellissima” la dicono: superbamente bella. Ma la dicono pure indice di iniqua sorte per coloro che debbono viverci…
- Come si può chiedere qualcosa di bene, se alcun bene non mostra di meritare? Meritare, non per i suoi begli occhi, ma per le sue doti di attività fattiva. Come si può chiedere un po’ di vita, per coloro che la vita sprezzano? Come si può pretendere affettuoso e doveroso interessamento, per chi non sa ribellarsi contro l’avvilimento e contro l’insulto?
E un insulto, un oltraggio alla miseria è questo. E ben credo sian inutili le parole. Continuerà l’impudica parola della burocrazia a spremer lacrimette per bocca di “onorevoli amici”; ma l’insulto non verrà vendicato.
Il Borgo, bellissimo e amenissimo, affogato nel sole, è ammorbato da un canalaccio, che la pietosa fatica di sette o otto contadini, in un sol giorno, potrebbe risanare! Pochi cenni energici, e la bella fontana non servirebbe più a detergere panni non puliti con gran sollievo dell’ igiene e della decenza. Un po’ di buona volontà da parte di coloro che vennero in pellegrinaggio, nel passato autunno, a propiziarsi l’affetto degli elettori, e sarà tolta la batracomiomachia imperante nei fangosi “bellissimi” viali, fenduti da ruote di carri lanciati alla distruzione di quanto vi esiste! O sacre bestie seppellite in questa sabbia ora avvampata dal sole, non manca che il vostro scherno! Biancheggeranno al sole le vostre ossa, e noi, qui, parleremo del borgo, alla luna…
Parleremo!...E voi ci direte: quando eravamo al mondo e avevamo bisogno di qualche cosa, non usavamo il raglio e il sorriso delle nostre ganasce: sferravamo calci sonori. E impennacchiati, allora, col pel lucente, eravamo tratte ai mercati…
All’amico Vincenzo Vocaturo, capo del Genio Civile, volsi la preghiera, perché ci salvasse dalla malaria. Ma nulla poté fare: Troppo, se il governo dona le briglie ai colli che smottano! Inutilmente il notaro Talamo s’accapigliò con capi e commendatori. Inutilmente Attilio de caro e vincenzo Militerni si interessarono. Inutilmente il medico sanitario e il medico provinciale richiamarono l’attenzione, mi pare…Inutilmente tutto!
Oh quanta saviezza negli ammonimenti delle carogne asinine!...
Or io dico (s’ha da dire qualcosa). Si cerchi, in qualsiasi modo, di trarre il borgo dal lacrimevole stato di precarietà, e si risolva, comunque, il problema delle case, che furono fatte pei senza case.
Il “Comitato pel bene del Mezzogiorno d’Italia” che tolse la ruota dal canalaccio e ne brittò le vie, che fece tanto, tanto, tanto, quante io ne dissi in questo giornale, or sono tre o quattro anni, si ringrazi pure. Ma quando sarà risoluto il problema delle case, rigerminerà la vita. Solo allora, credo. E…dopo questo non si dirà: e proprio su cotesto punto volevi sorgessero la Mostra ed il Museo? Fra le rane e le zanzare?..
Ecco. Un giorno pensai: se qui sorgerà qualche cosa che richiamerà l’attenzione sul Borgo, un bene potrà avvenire. Ciò che noi non sappiamo fare, lo faranno, forse, altri.
E pensai all’associazione degli Agricoltori. Della Mostra e del piccolo Museo avevo parlato al caro e povero padrino di mio figlio Lamberto, al Loria, che mi promise tutto il suo appoggio. E ne scrissi all’amico Luigi Caputo: se credi sia realizzabile questo disegno ( io vivo una vita di studi e spesso mi sfugge la ferrigna realtà) parlane al signor Gencarelli, di cui ho sentito dir tanto bene. E Luigi Caputo promosse all’onor della stampa ( non ho letto quel numero della Cronaca, perché, quiggiù, non sempre giunge la mia posta; e ci ho un figlio impiegato alla stazione, il quale s’incarica…ecc. ecc!) la mia lettera.
Forse egli pensava che qualcosa spuntasse; il luogo non potrebbe essere migliore. Pesava forse che il mio passato di lavoro e di…Ma è ormai tanto lungo questo scritto, e io volevo dir solo poche parole. Gli è che non si può dir poche parole su cosa per cui ancora tanto e tant’altro si potrebbe e si dovrebbe dire.
Abbiate pazienza!


Cronaca di Calabria, 15 luglio 1920

Nella foto: Giovanni de Giacomo in una litografia di Aldo Campilongo realizzata a Rossano (CS) nel 2006.

© 2009 Francesco Capalbo


1 commento:

  1. Purtroppo le cosche malavitose non sarebbero arrivate a tanto senza la colpevole collaborazione e connivenza di parte della politica e delle Istituzioni. E questo la dice lunga sulle colpe che noi, cittadini calabresi, ci portiamo addosso insieme alla nostra incapacità di reagire quando siamo chiamati a fare la nostra parte!
    Grazia La Cava

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