sabato 26 settembre 2009

Possano piovere pietre di mulino senza buchi!

di Francesco Capalbo

L’imprecazione ha sempre rappresentato per noi calabresi un rito terapeutico, una cerimonia di sfogo, un tentativo flebile di emancipazione, almeno verbale, da forze naturali e sociali perniciose e invincibili. In questi giorni di pioggia autunnale, nei quali sulla costa ionica tracimano fiumi e ruscelli, allagando gli agrumeti ed invadendo le carreggiate della mefistofelica strada 106, appare chiaro ad esempio, come la lotta dei contadini e dei braccianti della Calabria nei confronti della “terra”, bruciata d’estate e alluvionata negli altri periodi dell’anno, sia stata sempre aspra. Per alleviare le loro sofferenze i villici, così venivano chiamati in maniera edulcorata i lavoratori della terra, non poterono contare né sul sostegno di un apparato burocratico competente ed efficiente, né sull’esempio dell’aristocrazia terriera, che nel cosentino ha sempre mostrato un volto accidioso e parassitario. Lasciati soli ed ammorbati da malattie endemiche come la malaria, agli strati più indifesi della popolazione non rimase altro che il ribellismo immediato o l’imprecazione.
Mentre la jacquerie ( chissà perché gli storici amano indicare le rivolte popolari con un termine francese e non con un vocabolo italiano!) si rivolgeva contro chi era ritenuto il nemico più immediato, quasi sempre il Municipio e l’esattoria comunale, l’imprecazione si orientava contro la natura matrigna...ma non solo. Che fosse urlo, maledizione, esecrazione, invettiva o insulto... essa si risolveva spesso in effimeri tumulti,dopo avere infiammato gli animi.
Il compito d’imprecare era di solito riservato alle donne, che lo assolvevano da sole o in gruppo nel chiuso delle loro abitazioni o sull’uscio di casa. Usavano toni di voce così pronunciati, una gestualità teatrale ed una tale immedesimazione, che resero il fenomeno degno dell’attenzione degli studiosi delle manifestazioni popolari e della demopsicologia, la scienza che studiava la psicologia del popolo attraverso i suoi usi e le sue tradizioni.
L’articolo che segue fu pubblicato da Giovanni de Giacomo (uno studioso che i lettori del blog “Mille storie, mille memorie” hanno ormai imparato a conoscere), il 15 ottobre 1893, sul N° 2 della rivista di letteratura popolare “ La Calabria”, diretta da Luigi Bruzzano. Le imprecazioni che compaiono nell’articolo, furono raccolte dall’autore anche durante il suo soggiorno a San Sosti, paese nel quale il suocero, il farmacista Orazio Coppola originario di Malvito, prestava la sua professione.
Dal momento che dalla pubblicazione dell’articolo ad oggi sono passati ben 116 anni, noi ci attribuiamo l’immeritato diritto di scegliere, tra tutte le imprecazioni elencate, quella che invoca una pioggia di pietre da mulino senza buco. Anche se ormai le ruote dei mulini sono oggetti desueti ed hanno scarsa probabilità di cadere dal cielo, lo stesso ci auguriamo di vederle piombare sulla testa di quanti hanno trasformato la Calabria in profluvio melmoso e in una malsana pattumiera di scorie radioattive.



Imprecazioni Calabresi

di Giovanni de Giacomo




Il popolo di Calabria, quando non può sfogare la stizza contro colui che l’offende, diventa furibondo e bestemmia ed impreca. Le donne del popolo poi, così buone, affettuose ed espansive, quando vengono offese, si riuniscono a gruppi sull’uscio delle loro case e mandano bestemmie atroci. E queste sono originali, e rivelano la ferace fantasia del popolo calabrese. Ne scrivo qualcuna, che ho raccolto per lo più dalle donnette di Cetraro, di Malvito, di Fuscaldo, di San Sosti e di Morano.
Quando l’animo di un villano è contristato, perchè la grandine o la pioggia ha prodotto male a poderetto, egli esce in questa imprecazione: pozzanu chiovi petri di mulinu senza gupura![1]
Quando cade molta neve, e porta male alle alle campagne, il villano esce in questa bestemmia: Ni pozze cadi tanta nivi chi li gallini pozzanu pizzulà li stilli![2]
Se qualcuno fa del male ad un villano, questi esce in queste imprecazioni: Ti pozza fa li ragni lu furni[3]- Ti pozza muri di friddu lu tribitu[4] – Puozzi ji mpilu suspiru[5] – Puozzi ji cumi li turnisi[6] – Puozzi ji vulannu cumi frunna di fagu[7] – Ti pozza fa li ragni la sacchetta[8] – Nu ti pozza abità terra sutti li piedi[9] – Ti pozze roce[10] li cavuzietti alli gammi[11] – Ti pozzanu mannà da Rodi a Pilatu[12] – Puozzi pierdi lu ciriviellu[13] – Puozzi cadi nta na vigna mpalata[14] – Ti pozza esci la carni dinta li magli di li cazietti[15].


[1] Possano piovere pietre di mulino senza buchi.
[2] I contadini credono che le stelle siano quante si vedono, perciò credono che una gallina possa beccarle ( pizzulà) come un chicco di grano.
[3] Se fa ragnatela il forno, non si deve fare mai pane...
[4] Terribile bestemmia di Fuscaldo! Se lu tribitu ( chiara derivazione del latino tripus odis) tripode, muore dal freddo, non si deve accendere fuoco.
[5] Anche questa è una terribile imprecazione, e vuol dire: possa andare, cioè, tirare la vita con un filo di denaro.
[6] Come il danaro.
[7] Volando come fronda di faggio, perché la credono la più sbattuta, essendo sulle montagne, ove predominano i venti.
[8] Anche in Catullo nel Carme VII con cui invita Fabullo piacevolmente a cena, vi è una simile espressione.
[9] Non possa reggere la terra sotto i piedi; cioè non possa stare mai fermo.
[10] Girare.
[11] Possa essere tanto secco che i calzetti possano girare alle gambe ischeletrite – Male più terribile della morte!
[12] Possano mandarti da Erode a Pilato: ti possano fare, come fecero a Cristo.
[13] Possa perdere la testa.
[14] Possa cadere in un vigneto impalato, cioè ove ogni vite è sostenuta da un palo.
[15] Possa uscirti la carne dalle maglie dei calzetti; cioè possa essere fatto in tanti minuti pezzi, che la carne possa uscire dalle maglie dei calzetti.

La Calabria, Rivista di Letteratura Popolare, 15 ottobre 1893.


Nella foto: L’Urlo (1893) di Edvard Munch conservato nel Munchmuseet di Oslo.

© 2009 Francesco Capalbo

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1 commento:

  1. Possano le scorie ritornare a chi le ha occultate in questo modo vergognoso ed ignobile.
    Saluti, Gianfranco.

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