mercoledì 21 ottobre 2009

Il Barbassore




di Francesco Capalbo

Con il termine Barbassore nell’ottocento veniva indicato con toni spregiativi un personaggio che raccontava frottole in maniera spudorata, un azzeccagarbugli che seminava sciocchezze e sentenze arbitrarie con l’aria del sapientone ed era organico socialmente e culturalmente al notabilato dei piccoli paesi. Se fossimo vissuti cento anni fa, lo avremmo potuto notare mentre gesticolando fumava l’immancabile sigaro o la pipa in prossimità dei luoghi nei quali l’aristocrazia si dava convegno: nei circoli filantropici, nelle farmacie, nelle sale dei bazar.
La radice linguistica del termine ormai in disuso, ci rimanda al termine valvassore ed è in sintonia con gli scenari feudali che la parola evoca.
Soprannominato anche Bacalare, naturalmente da chi aveva gli strumenti culturali per individuarlo, il millantatore riceveva approvazione non solo dal gruppo sociale di cui faceva parte, ma per “melensaggine”, per servilismo, anche dal popolino che gli faceva da codazzo. Non essendo sviluppata la rete dell’informazione così come oggi la conosciamo noi, il Barbassore era egemone culturalmente in quanto le sue frottole in fatti di diritto, economia, di medicina, di filosofia,di astronomia, di meteorologia, e di letteratura non avevano possibilità di essere contestate e “la pubblica opinione e la direzione degli spiriti”dei piccoli paesi si trovavano salde nelle sue mani. Bastava un tagliente giudizio di questo personaggio, perché persone meritevoli di ben altre fortune, una volta ridicolizzate, si trovassero ad avere recise le proprie “vie onorevoli”. A riprova di come nella nostra Nazione il passato non passa mai e che l’Italia non è null’altro se non un grande paese, (il termine qui è utilizzato nell’accezione di borgo!) è possibile riconoscere ancora l’espressione da imbonitore di patacche , ovvero da Barbassore, stampigliata sul grugno di quel personaggio che ormai è universalmente conosciuto con l’appellativo di Sua Emittenza. Quanto ai piccoli Barbassori che ancora operano nei nostri piccoli paesi, non avendo essi altre abilità, la loro opinione rimane egemone solo in fatto di pedate, di briscola e di... politica. Infatti nella nostra terra, in passato indicata col nome di “Regno di Sicilia di qua dal Faro” e nel presente segnata a dito come “Terra straziata, posta al di là della legalità”, l’arte del governo rimane quasi esclusivamente attività per novelli Dulcamara.
L’articolo di seguito proposto, se letto con attenzione, ci suggerirà i modi per riconoscere i venditori di fumo e ci indicherà le strategie per neutralizzarli. Comparve sul “Calabrese” foglio periodico della seconda metà dell’ottocento, nel quale prestarono opera i migliori ingegni della provincia di Calabria Citra ed a firmarlo fu Carlo Maria L’Occaso, un intellettuale di Castrovillari che nacque nel 1809. “Integro, incorrotto e saggio”,così come amarono definirlo i suoi concittadini, L’Occaso ottenne il 10 ottobre del 1829 il primo grado di approvazione nella facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Napoli e il 3 aprile del 1830 la laurea in Diritto. Riconosciuto colpevole del reato di cospirazione contro l’autorità reale per gli avvenimenti che seguirono al tentativo di rovesciare la monarchia del 15 maggio 1848, morì in esilio a Nizza, il 23 febbraio del 1854.


I falsi sapienti de’ piccoli paesi

di Carlo Maria L'Occaso


Intra le altre cose vere, verissima cosa è che niente più offende gli uomini di quei falsi giudizi, che tutto giorno si fanno circa il merito di taluni, i quali abbenchè non sortissero dalla natura ingegno atto alle scienze ed alle lettere, e non abbastanza si affaticassero ne’ buoni studi, son però dalla moltitudine in gran pregio tenuti; e spesso godono sino allo estremo della vita di gran fama e di gran estimazione. Accade non di rado di vedere alcuni di costoro alzarsi superbi sopra gli altri, ricevere da ogni parte venerazione, rispetto, e con parlare oracolico, e con sentenze arbitrarie dispensare lodi, biasimo, e tutti tirannicamente usurpare i diritti de’ veri sapienti. E tanta è la forza del radicato pregiudizio, che se qualche buon ingegno tentasse, di rialzare il velo misterioso, ed aprire gli occhi al volgo, una sola parola di quei Bacalari[1], un sol segno di disapprovazione basterebbe a chiudergli le labbra. Onde molti per ignoranza e melensaggine, pochi per prudenza, tutti si fanno ad incensar quell’idoli, che meglio sarebbe rovesciar nel fango, e render segno di universal disprezzo. Quanto male poi da ciò derivi, non v’è chi nol comprenda; dappoichè la pubblica opinione, e la direzione degli spiriti trovansi nelle mani di coloro che ne usano assai malamente; e spesso sconfortati ed oppressi i meritevoli, veggon recise le vie onorevoli, che direttamente spingevali verso la meta, cui con tanto desio cercavano di aggiungere. Contro questo flagello, che specialmente affligge e discora le piccole città, non si è quanto basti lamentato; sicchè sembraci opportuno di qui esporre pochi nostri pensamenti, i quali se non potranno sciogliere il problema per sua natura difficilissimo, serviranno meglio a chiarire la cosa, e a dimostrare ad alcuni miglior campo ove spaziare con le sottili loro investigazioni. E primamente è a sapersi che i falsi filosofi di cui ragioniamo non è difficile a scoprirgli, basta che si abbia un occhio un po’ acuto, e qualche pratica intorno agli uomini; dappoichè quantunque Protei[2] novelli si trasformassero in mille guise, tutti però nascondono una pelle asinina, sotto vesti lucide che abbagliano. Vedransi uomini accigliati, cui fan lungo codazzo una moltitudine di persone di ogni ceto ed età cominciare i loro discorsi quasi sempre con l’Io; e quei beatissimi tangheri non muover mai dubbio su le tante bislacche fole che ascoltano. Però per quanto liberi e loquacissimi in mezzo ai loro stupidi ammiratori, altrettanto sono prudenti e circospetti, quando qualche incognito, o personaggio di merito conosciuto viene ad intromettersi nel circolo. Oibò, non si potrà allora sì facilmente sorprenderli, che coi soliti convincentissimi ripieghi trovan modo di far saltare la pruova. Più curiosa poi rendesi la scena, se l’importuno letterato vorrà in ogni modo entrare nella zuffa a piè fermo e deciso. In tal frangente tu vedrai muovere intorno agli astanti un derisorio sogghigno, quasi accennasse alla dappocaggine del contendente, e se riuscirà loro di mettere un po’ di ridicolo nella gara, tutto è in salvo, e la vittoria è sicura. Ma se questo non avverrà in tempo e il molesto rivale continua nel suo proposto, ohimè, la scena allora si cangia in male: essi entreranno in bestia, e quel povero incauto sentirà su di lui folta gratitudine di minacce, bestemmie e peggio. Han piena la zucca di lunghi indici di opere, che non mai, o malamente lessero; e perciò son pronti a trattare di questa e di quell’altra scienza, di questo o di quell’altro scrittore, ventilando ad ogni ora cose vaghe, generali, ripetute. Nemici naturali di tutti i buoni ingegni, e di coloro che suspicar potrebbero della verità di quell’alto merito che loro gratuitamente si attribuisce, van continuamente spacciando nel volgo mille fanfaluche[3]; e con parole, e con garbugli attentano alla fama de’buoni, i quali, spesso vittima delle loro insidie, viveranno neglettissima vita, o saran costretti ad abbandonare le care mura paterne.
E tra tante stranezze goderanno intanto pacificamente di una fama esagerata, che suole accompagnarli sin dentro la tomba. Queste, per quanto la sperienza ci mostra, sembran che fossero le principali caratteristiche di tali Barbassori[4]; ma nulla gioverebbe il riconoscerli, se non si sapesse come abbassarli, o almeno se non si pensasse al modo onde evitarne la malefica influenza. E qui invero sta il punto più arduo, né possiamo noi dar regola diretta e sicura. Crediamo però molto giovassero gli sperimenti che indicheremo. Il primo consiste in una lega di di buoni e forti ingegni, che professar debbono di sgannare il popolo con ogni sforzo; imperciocchè, entrato un po’ di sospetto, tutto l’incantesimo cesserà, e facil cosa sarà poi lo abbattere interamente l’indebolito colosso. Ma se questo non potrà effettuarsi, sia perché una concordanza di volere rendesi ognor più difficile a’ nostri giorni, sia perché non àvvi in molti energia di spirito bastante; allora dovendo ciascuno regolarsi da per sé, unico mezzo sarà di non urtare direttamente la opinone pubblica; ma di usare un’arte più fina e delicata, mercé la quale, evitando i colpi, si potrà di quando in quanto lanciare qualche raggio di luce in mezzo alle menti offuscate. Potentissimo mezzo sarà poi di spronar costoro e spingerli in ogni modo alle pubbliche rappresentanze; dappoichè vogliono o non vogliono dovranno, sia con parole, sia con i fatti, sia con scritture, manifestare quella pelle asinesca di sopra menzionata, e tutti, rinsaviti, esclameranno allora parturiens mons!


[1] Sapientone.
[2] Proteo (in greco Πρωτεύς) è una divinità marina e profeta della religione greca, figlio di Oceano e Teti, nonché padre di Idoteca, capace di cambiare forma in ogni momento.

[3] Assurdità, frottole,sciocchezze
[4] Chi si dà molte arie, saccentone. Da valvassore, con accostamento a barba.



Il Calabrese, anno primo numero 12, 30 aprile 1843


Nell'immagine: Carlo Maria L'Occaso.




© 2009 Francesco Capalbo


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1 commento:

  1. Purtroppo i sapientoni e, soprattutto, i protei sconvolgono quotidianamente la nostra vita ed il nostro piccolo paese. Le menti, oggi, sono più offuscate ed ingoranti rispetto ad allora.
    Saluti Gianfranco Rinaldi.

    PS: perchè non le raccogli in un libro!?

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