lunedì 26 luglio 2010

Anecumene : il deserto che avanza


di Francesco Capalbo

La porzione di terra abitata dall’uomo nella lingua italiana è indicata con una parola poco usata, di derivazione greca e tardo latina: ecumene.
L’espressione evoca l’idea di luogo in cui tutti partecipano e concorrono alla sua evoluzione.
La qualità dei cambiamenti che, a seconda dei casi, scuotono o immobilizzano ogni parte di ecumene, dipende naturalmente dalla laboriosità, dal senso estetico, etico ed anche religioso delle persone che in essa convivono.
Il paesaggio, la sua conformazione e finanche la sua vegetazione danno conto dei processi evolutivi o involutivi che si susseguono su di un territorio, riportando alla luce i vizi e le virtù dei suoi abitanti, l’esprimibile ed anche l’inenarrabile delle persone che lo abitano, la probità ed anche l’inafferrabile ethos di quanti a vario titolo lo calpestano .
Tutto quello che si tenta, più o meno coscientemente, di occultare il paesaggio prima o poi lo rivela e mettendolo in mostra , restituisce di una comunità il brontolio delle sue viscere.
C’è ad esempio un lembo di San Sosti che ci rammenta, se lo osserviamo in maniera attenta, come fino a non molto tempo fa esso fosse un paese agricolo e fossero diffuse tutte quelle abilità legate al mondo dell’agricoltura, che di fatto lo rendevano unico e lo arricchivano di saperi e di vita.
Nello stesso tempo ci ricorda la stoltezza di quanti nei decenni trascorsi hanno concorso a rendere marginale l’economia della natura e della sussistenza, considerandola una economia di poco conto.
Il territorio, al quale mi riferisco è lungo e sottile come una virgola e si dipana in un’area segnata sulle mappe del Catasto con i toponimi di Castagneto, Varco, Paliermu e Marturano.
Negli anni della emigrazione transoceanica erano in molti a partire per le Americhe rincorrendo il sogno di poter ritornare in paese e magari acquistare oltre ad una casa ospitale, anche una “tomolata” di quelle zolle, allora considerate aspre ma preziose.
Antiche lettere di emigranti parlano di esse come si parla di una madre, di un amico di un fratello.
Abitate da folletti e da “donnibeddri” erano ritenute, nell’immaginario popolare, i luoghi dell’incanto e brulicavano di donne che scandivano il loro lavoro tra i grani del Rosario e il suono di due campane: quella del mattutino e quella della sera .
Fecondate dal duro mestiere di fiumane di umili braccianti , accolsero negli anni tra il 1917 ed il 1919, il travaglio dei prigionieri austriaci della Grande Guerra che, mandati a lavorare nel Sud Italia, trovarono nelle campagne di San Sosti ospitalità e compassione.
Un’efficiente struttura idraulica, che incanalava le acque del torrente Rose, permetteva da maggio a settembre che queste terre fossero irrigate.
Da una istanza datata 20 dicembre 1920, firmata da sessantatre piccoli proprietari terrieri e indirizzata all’Ufficio del Genio Civile pel Servizio Speciale Idraulico di Cosenza affinché fosse riconosciuto loro il diritto al prelievo delle acque, si evince che il sistema di irrigazione era stato congegnato da tempo immemorabile e “certamente prima del 1894”.
In virtù di questa rete di canali, un territorio apparentemente svantaggiato perché posizionato a mezza costa, acquistò suo malgrado le fattezze di una piccola conca d’oro. Su di esso, assecondando naturalmente i ritmi delle stagioni e con tecniche mutuate da antichi saperi, venne prodotto, fino agli anni settanta quasi tutto ciò che occorreva per il sostentamento della comunità locale.
Nello stesso tempo le attività agricole rappresentarono a lungo un baluardo contro gli incendi ed i fenomeni di degrado geologico.
Negli anni ottanta le cose iniziarono a prendere una piega diversa. Il canale d’irrigazione che necessitava di interventi di manutenzione, venne interrotto da alcune frane e gli agricoltori, per lo più anziani, che ancora stoicamente rimanevano a sudare su quei terreni, chiesero il sostegno dei pubblici amministratori.
Nessuno si interessò fattivamente del problema, la cui soluzione avrebbe richiesto interventi poco onerosi ed i contadini abbandonarono le zappe fra le ortiche.
Nello stesso periodo, un coacervo di arditi tecnici e di sfrontati amministratori canalizzò un po’ più a monte, un imponente flusso di denaro (più di cinque miliardi di vecchie lire!) verso un sedicente “Parco Naturalistico Gola del Rosa” .
Di esso rimangono solo gli scheletri di alcuni diroccati capanni e l’aurea da “dritto” che accompagna nei nostri paesi, chi è solito fare incetta di risorse appartenenti alla comunità.
Quanto al terreno che una volta si dipanava lungo e sottile come una verde virgola, ora è diventato una selva oscura e inaccessibile.
Sottomesso dai rovi e infestato dalle ginestre, è assurto a metafora botanica di quello che sta diventando la parte interna della Calabria: terra inabitabile, “anecumene”!
Ad un’ antica parola sembra oggi affidato il compito di ricordarci come il deserto, evocato dall’azione insipiente ed arida di molti, inesorabilmente avanzi.



Nella immagine grande: i resti di un capanno del "Parco Gola del Rosa".
Nella immagine piccola: il vecchio mulino ad acqua colonizzato dai rovi.





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3 commenti:

  1. hi.. just dropping by here... have a nice day! http://kantahanan.blogspot.com/

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  2. Purtroppo quello che scrivi è vero,i vari amministratori che si sono succeduti in questi anni si sono dimenticati di ciò che le generazioni passate ci hanno lasciato in eredità,il patrimonio e qualcosa che va curato e custodito nel tempo.E' doloroso ammettere che la politica non lascia lo spazio necessario alla salvaguardia dei beni e culturali e ambientali,molte volte i vari politici di turno si riempiono la bocca di belle parole,ma i fatti li smentiscono.Caro Francesco hai affrontato un argomento interessante e che di sicuro sta a cuore di tutti i cittadini di San Sosti.Un abbraccio Carmelo B.

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  3. Grandi osservazioni e riflessioni... una sola piccola precisazione: La foto grande non è un capanno..ma una tettoia-ricovero per gli escursionisti.. ma, comunque, si tratta di un intervento finanziato dal Parco Nazionale del Pollino nel 2001-2002! Pertanto, assolutamente, non è una delle tante opere e strutture del Parco Naturalistico-Archeologico "Gola del Rosa"...(grandiosa idea-progetto del lontano 1986...buttata alle ortiche, esempio eclatante di spreco e cattiva gestione delle risorse finanziarie pubbliche, in fase di esecuzione nel 1993!)...

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