domenica 1 novembre 2015

Andrea Graziani: il fucilatore di Italiani


di Francesco Capalbo
Lasciandosi alle spalle il Lago di Garda ed inerpicandosi, in provincia di Trento, per tornanti accarezzati da filari ordinati di uve Marzemino, si raggiunge l’altipiano di Brentonico, in altre epoche esplorato da botanici di tutta Europa ed ora frequentato da nugoli di volenterosi escursionisti.
Al valico, una edicola trilobata del tredicesimo secolo che custodisce un bassorilievo rappresentante san Valentino e san Francesco, ci sussurra come queste terre siano state un tempo oasi di profonda religiosità; nello stesso tempo l’iscrizione “1917 Esercito Italiano I Armata”, posta sulla parte inferiore del piedistallo in pietra, ci restituisce i fragori di indicibili battaglie.
Poco più avanti, in località San Giacomo, un ex cimitero della Prima Guerra Mondiale ha svuotato la sua bisaccia ricolma di angoscia: il tempo ha lenito il dolore di questo luogo curandolo con l’allegria dei bambini che si rincorrono giocando lungo il suo ordinato periplo.
C’è però un rifugio, al quale si giunge dopo aver percorso gli stretti tornanti della Strada Provinciale numero 3, sul quale svolazza tutt’ora la sagoma rapace di un personaggio, “inquieto, autoritario, impulsivo, durissimo coi dipendenti e propenso a dare poca importanza alle perdite umane”.
La baita alpina, costruita ex novo in prossimità dei vecchi ruderi, porta senza ritegno il nome di un generale belluino, dal maggio del 1918 comandante in capo del settore ricadente in prossimità del Monte Altissimo. Un vecchio quadro, dalla cornice sdrucita, posto in prossimità del suo ingresso, ci restituisce l’immagine dell’ufficiale con gli occhi infocati, che fan pendant con una barbetta pepesale, e alcune stringate note biografiche: “Maggiore Generale Andrea Graziani, Capo di Stato Maggiore della I Armata durante la Grande Guerra” nato nel 1864 e morto nel 1931”.
Pochi uomini d’armi hanno suscitato sensazioni di ribrezzo come quelli provocati da Andrea Graziani e la sua truculenta fama è destinata a rimanere eterna proprio come imperitura rimarrà l’afflizione inflitta dallo stesso a tanti umili fanti.
Nel marzo del 1917 il generale fu assegnato al comando della 33° divisione sul Carso dove si distinse nel reprimere col sangue ogni minimo gesto d’indecisione dei soldati italiani che arretravano davanti al nemico.
Testimonianze storiche evidenziano come il Graziani avesse l’abitudine di abbandonare il comando della Divisione per andare a scovare col fucile i fanti che dimostravano paura durante gli assalti nelle trincee.
Nello stesso anno è documentata la esecuzione sommaria del soldato Pietro Scribante, del 113° Reggimento Fanteria, fucilato dopo un processo farsa: prima ancora che fosse emessa la sentenza, gli era stata costruita la cassa da morto.
Il generale Graziani che amava aggiungere orrore ad orrore, in quella occasione dette una prova tangibile del suo ingegno ferino scegliendo i membri del plotone di esecuzione tra gli amici e i compaesani del povero fante.
Nel novembre del 1917 all’ ufficiale venne affidato il compito di Ispettore Generale del Movimento di Sgombero delle truppe in rotta tra Caporetto ed il Brenta ed il suo impegno fu così alacre, che gli valse il soprannome di “generale delle fucilazioni”. In quei giorni frenetici, l’implacabile militare si mosse nevrotico e assetato di sangue sopra una camionetta, tra Piave e Brenta, coadiuvato da reparti di Cavalleria e da un plotone di Carabinieri pronto per le esecuzioni sommarie.
Il 3 novembre Graziani a Noventa Padovana fece passare per le armi senza processo e dopo averlo bastonato, Alessandro Ruffini, originario di Castelfidardo. L’artigliere, che aveva ventitré anni, si era reso colpevole di aver guardato l’onnipotente generale tenendo la pipa in bocca. A nulla valsero le proteste dei civili che osservando la scena si indignarono. Ad essi, alla stregua di un dio detentore della facoltà di concedere la vita o di comminare la morte, Graziani ribatté sdegnato: “Dei soldati io faccio quello che mi piace!”.
Il 10 novembre a San Pelagio di Treviso, ordinò la fucilazione alla schiena di 18 soldati e 3 civili; il 13 ed il 16 a Padova fece fucilare altri 32 militari e 3 borghesi.
Non esiste una lista completa degli orrori del “generale fucilatore”, gli storici sono propensi però a ritenere che anche prima di Caporetto il solerte graduato avesse represso con la morte piccoli atti di insubordinazione.
Andrea Graziani che era nato in Veneto, a guerra finita, venne nominato dai fascisti Luogotenente generale della Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale e di conseguenza non pagò alcun conto per i suoi crimini, nonostante le campagne giornalistiche di sensibilizzazione promosse dall’ Avanti.
Concluse la sua efferata esistenza nel febbraio del 1931, sulla scarpata sinistra di una massicciata ferroviaria tra Prato e Firenze e mai fu possibile ricostruire la vera dinamica della sua morte violenta.

***

Nel rifugio ai piedi dell’Altissimo di Nago del truce generale si conservano le reliquie fotografiche che col tempo sembrano aver perso la loro aurea spettrale.
Una vecchia foto lo ritrae tra le trincee del 1918, mentre indica con lo sguardo rapito, al Ministro della Pubblica Istruzione Agostino Berenini, la linea del fronte.
Nessuno, tra quanti frequentano il locale, ricorda i misfatti di cui Graziani si è macchiato.
Gli attuali proprietari del rifugio rammentano solo di aver sentito dire come il “fucilatore degli italiani” sia stato… un po’ severo con i suoi subalterni.
Della misera ciurma di fantaccini, molti dei quali meridionali, strappati alle loro terre per difendere la Patria in pericolo e finiti tra gli artigli di generali sanguinari, non esiste neanche una zolla di memoria.
Ai tanti che visitano il rifugio dedicato al fosco figuro sembra solo interessare il piatto tipico della baita: carne salada e fasoi.
Così siamo fatti noi, italiani di tutte le latitudini.

© 2009 francescocapalbo.blogspot.com

Tutti i diritti di copyright sono riservati. Nessuna parte di questo post può essere riprodotta o trasmessa in qualsiasi forma o con qualsiasi mezzo cartaceo, elettronico, meccanico o altro senza l'autorizzazione scritta del proprietario dei diritti.

lunedì 12 ottobre 2015

La catasta della legna


di Francesco Capalbo

Racconta lo scrittore veneto Mario Rigoni Stern in un libro bellissimo dal titolo “Amore di confine”, che una volta sull’Altipiano di Asiago la gente trascinava la legna da ardere fino ai margini delle contrade, dove veniva conservata in grandi cataste ricoperte da cortecce di abete.
“E non c’era pericolo che qualcuno osasse prendere un pezzo da una catasta non sua: il fatto lo avrebbe isolato dalla comunità e il suo vivere sarebbe stato ben triste”.
Ecco spiegato, senza oscure infiorettature, il perché in certe comunità c’è una spensierata acquiescenza nei confronti delle imposizioni malavitose ed in altre no.
Dove alligna il malaffare, quasi sempre il senso civico è tarlato e la cosiddetta società civile mostra nei confronti di esso un civettuolo atteggiamento di compiacenza, che spesso sconfina nell’idolatria del crimine.
I delinquenti conclamati d’ogni genere e risma, pur essendo di domino pubblico che hanno rubato dalla catasta dei beni che non appartengono a loro, passeggiano riveriti e osannati lungo le strade delle nostre città e dei nostri paesi.
Pochi sono quelli che cercano di isolarli e di far comprendere con quali tristi sostanze sono impastate siffatte esistenze.


© 2009 francescocapalbo.blogspot.com

Tutti i diritti di copyright sono riservati. Nessuna parte di questo post può essere riprodotta o trasmessa in qualsiasi forma o con qualsiasi mezzo cartaceo, elettronico, meccanico o altro senza l'autorizzazione scritta del proprietario dei diritti.



domenica 8 febbraio 2015

Il bello e ... il brutto

Il bello

di Francesco Capalbo
 La Calabria spesso appare come un enorme spiazzo di battaglia.
Sopra di esso, in ogni città, in ogni  paese e in ogni sua frazione si combatte quotidianamente una cruenta, estenuante, irrisolvibile  gara di tiro alla fune.
Da un capo della fune c’è  l’onesto, il presentabile, il bello; dall'altro l’appressato, l’inguardabile … il brutto.
il brutto
Nel vicinato  in cui sono nato molteplici sono i tentativi intrapresi dai suoi abitanti per sottrarlo al degrado e all'abbandono.
 Da  una parte della fune ci sono, solo per citare un esempio, Maria e Raffaele che hanno ristrutturato la loro casa con le loro mani, incastonando ogni pietra con abilità da muratori consumati . Avendo compreso  che “costruire altrove” è la metafora di una modernità spaccona e tamarra,  con il loro restauro hanno tramutato il modesto in bello.
Dall’altra parte  della fune  il brutto però esibisce i suoi strappi belluini: la società che sovraintende ai lavori per la rete del metano di San Sosti ha scaraventato sulle pietre del muretto del Bergo un corpo alieno trasformando il decoroso in deforme
Nessuno a tutt’oggi è intervenuto!
Quelli che dovrebbero porsi come arbitri  nello scontro tra il bello ed il brutto, per interesse o per viltà, parteggiano per quest’ultimo e finanche lo proteggono.


© 2009 francescocapalbo.blogspot.com

Tutti i diritti di copyright sono riservati. Nessuna parte di questo post può essere riprodotta o trasmessa in qualsiasi forma o con qualsiasi mezzo cartaceo, elettronico, meccanico o altro senza l'autorizzazione scritta del proprietario dei diritti.