lunedì 12 ottobre 2015

La catasta della legna


di Francesco Capalbo

Racconta lo scrittore veneto Mario Rigoni Stern in un libro bellissimo dal titolo “Amore di confine”, che una volta sull’Altipiano di Asiago la gente trascinava la legna da ardere fino ai margini delle contrade, dove veniva conservata in grandi cataste ricoperte da cortecce di abete.
“E non c’era pericolo che qualcuno osasse prendere un pezzo da una catasta non sua: il fatto lo avrebbe isolato dalla comunità e il suo vivere sarebbe stato ben triste”.
Ecco spiegato, senza oscure infiorettature, il perché in certe comunità c’è una spensierata acquiescenza nei confronti delle imposizioni malavitose ed in altre no.
Dove alligna il malaffare, quasi sempre il senso civico è tarlato e la cosiddetta società civile mostra nei confronti di esso un civettuolo atteggiamento di compiacenza, che spesso sconfina nell’idolatria del crimine.
I delinquenti conclamati d’ogni genere e risma, pur essendo di domino pubblico che hanno rubato dalla catasta dei beni che non appartengono a loro, passeggiano riveriti e osannati lungo le strade delle nostre città e dei nostri paesi.
Pochi sono quelli che cercano di isolarli e di far comprendere con quali tristi sostanze sono impastate siffatte esistenze.


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