sabato 13 luglio 2019

L'eredità del mite




di Francesco Capalbo

Don Francesco Amoroso ha retto per cinquant’anni la parrocchia di santa Caterina Vergine e Martire di San Sosti, svolgendo il suo ministero sulle orme di don Giuseppe Cauteruccio, anche lui originario di Buonvicino, al quale subentrò nel 1937.
Fu ordinato prete da monsignor Demetrio Moscato, vescovo soldato, già cappellano militare e pluridecorato durante la Grande Guerra, che nel suo stemma vescovile aveva l’immagine di San Giorgio nell’atto di uccidere il drago ed il motto “Pro fide et patria”.
Fino al 1945 monsignor Moscato fu vescovo della Diocesi di San Marco e Bisignano diventando poi arcivescovo metropolita di Salerno.
Il particolare ebbe influenza anche sul primo tratto dell’esperienza sacerdotale di don Francesco Amoroso che come tutto il clero diocesano, per obbedienza al suo vescovo che non lesinava appoggi al fascismo, si trovò costretto ad inghiottire bocconi amari diventando anche cappellano della Gioventù Italiana del Littorio di San Sosti.
Queste considerazioni nulla tolgono alla grandezza del personaggio.  La loro omissione avrebbe invece reso la commemorazione di oggi parziale e falsamente elogiativa.
Nel preparare questo breve intervento ho cercato soprattutto di farmi guidare dal cuore, organo spesso sacrificato a tutto vantaggio della mente e pertanto a questo punto abbandono il sentiero della mera ricostruzione storica che generalmente costituisce il mio campo d’indagine privilegiato.
A distanza di trent’anni dalla sua morte, la figura brizzolata di don Francesco Amoroso evoca in me l’odore di rose di certe serate di maggio, quando durante la mia infanzia, pigiati nella sua modesta Fiat 850, raggiungevamo con gli altri chierichetti la Fravitta, per la celebrazione della messa dedicata alla Madonna.
Da bambini le distanze si dilatano e nel raggiugere questa frazione di laboriose contadine ed infaticabili montanari mi sembrava di valicare le Alpi e di esplorare mondi sconosciuti dove don Francesco avrebbe portato con spirito evangelico la parola di Dio.
Nel manifesto della Parrocchia che annuncia la festa della Madonna del Carmine di quest’anno si sottolinea la forza del mite.
Ebbene, don Francesco nella sua vita non ha esercitato le virtù dei forti, quelle dei potenti: la fermezza, la prodezza, l’ardimento e l’audacia. Non ha ostentato galloni, onorificenze e pennacchi.
Ha esercitato le virtù che solitamente esercitano i poveri: la modestia, la moderazione, la temperanza, la decenza, l’innocenza, la semplicità, la dolcezza, la mitezza.
Tanti aneddoti confermano queste caratteristiche della sua indole.
 Era così poco avvezzo alle seduzioni del possesso, che gli oggetti di valore legati al suo ministero (ad esempio il calice della sua ordinazione sacerdotale), li faceva custodire a Caterina Martorelli una umile donna che insieme ad una sorella e due fratelli viveva nella casa che una volta fu della famiglia La Cava, confinante con la stessa Chiesa.
Don Francesco era il parroco di tutti e frequentava tutti con eguale trasporto, ma aveva un amore indiscusso per gli umili.
Ricordo che quando ero bambino e facevo il chierichetto, nella parrocchia si muoveva una specie di corte dei miracoli indaffarata in tante attività che necessitavano di destrezza: suonare le campane, accendere e spegnere le candele, sistemare i fiori, dar fuoco all’incenso.
 Durante le feste solenni e nelle processioni queste buone persone erano sempre vicine al loro parroco e ne seguivano con scrupolo le indicazioni.
Nelle sere che precedevano il Santo Natale, nella chiesa profumata d’incenso, questo gruppo di cristiani genuini preparava insieme a don Francesco il presepe e ragionava per ore ed ore circa la corretta disposizione della stella cometa, del bue e dell’asinello.
 Con il loro impegno, che ritenevo magico, essi rinsaldavano il senso dell’attesa e del destino comune.
Negli anni del ministero di don Francesco il paese, come tutti i paesi della Calabria, iniziò a svuotarsi ed a costituire altrove i suoi sosia, i suoi doppi.
San Sosti di doppi ne ha diversi. Due su tutti: Bra in provincia di Cuneo e San Isidro in Argentina, luoghi dove vivono da anni centinaia di sansostesi.
Ebbene, don Francesco conservò con questi luoghi d’emigrazione un rapporto privilegiato che contribuì a mantenere integro per anni il senso di comunità, reso precario dalle particolari congiunture demografiche ed economiche.
Rammento che negli anni sessanta e settanta, durante le novene di San Giuseppe e della Madonna del Carmine, le funzioni religiose avevano un epilogo che tutti attendevamo con ansia e curiosità: la lettura delle buste delle offerte.
 Fratelli e sorelle aspettavano di sentir pronunciare dal parroco i nomi dei propri cari che vivevano oltre oceano (Gustine, San Francisco, Buenos Aires, Montevideo, Brooklyn) ed anche in località più vicine (Milano, Torino, Roma) che allora a noi bambini sembravano ugualmente lontane.
Con quel rito pieno di trasparenza e carico di solennità, don Francesco accorciava le tante distanze e ricomponeva le mille fratture che la nostra comunità ha subito nel corso della sua storia.
Va dato merito a don Ciro e don Fernando di aver voluto dedicare questa serata alla sua memoria.
Con tutto il limite delle loro umili forze, negli anni passati anche alcune parrocchiane si sono prodigate affinché monsignor Amoroso trovasse una degna sepoltura e per merito loro una lapide con sopra una citazione del curato d’Ars custodisce oggi le sue spoglie mortali.
Queste donne raccolsero incoraggiamento e sostegno solo dal popolo minuto.
Ora l’unico patrimonio posseduto da don Francesco, quello spirituale, passa a noi.
 Che l’incanto delle tante vigilie di Natale, nelle quali egli si attardava a discutere con gli altri, in modo semplice e pacato, dove meglio posizionare pastori e stella cometa, possa rivivere e trasformarci in ciò che ancora non siamo: una comunità dialogante che accantoni polemiche e pregiudizi, colga bisogni, sostenga debolezze, valorizzi talenti e rispetti le differenze.

Testo dell’intervento pronunciato, nella Chiesa di santa Caterina V. e M. durante la commemorazione di Monsignor Francesco Amoroso. San Sosti, 9 luglio 2019.


3 commenti:

  1. Grazie per questa bella testimonianza che hai voluto condividere.
    La pratica quotidiana della mitezza da parte di don Francesco, guidi sempre i nostri passi.
    Perché i miti erediteranno la Terra.

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  2. Questo commento è stato eliminato dall'autore.

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