giovedì 29 ottobre 2020

Nel 1910 per il colera saltò la festa della Madonna del Pettoruto

 





di Francesco Capalbo

 

Nell’estate del 1910 il vibrione del colera colpì la Puglia.

 La sua diffusione fu agevolata dalle condizioni igieniche primordiali e dalla mancanza d’acqua.

“Salari di fame ed acqua infetta” denunciò “La Conquista”, settimanale della Camera del Lavoro di Bari.

La malattia veniva contratta mediante l’ingestione di liquidi e di alimenti contaminati.

 Le persone infette erano sfiancate da vomiti violenti e da una persistente diarrea. Gli ammalati dimagrivano in maniera celere: gli occhi infossati si circondavano di occhiaie scure, il naso diventava sporgente, le labbra assumevano sfumature bluastre.  Tormentati dalla sete, essi cadevano in uno stato di algida incoscienza e morivano. Talvolta le irreversibili sofferenze si protraevano anche per due o tre giorni

Nel mese di agosto del 1910 il timore del contagio si propagò anche in provincia di Cosenza, territorio che intratteneva con la Puglia floridi rapporti di commercio. Si corse ai ripari.

 Alla stazione ferroviaria di Cosenza venne predisposto un servizio sanitario affidato a tre medici. Di giorno e di notte i sanitari vigilarono sulle persone e sulle merci che raggiungevano per ferrovia o per strada rotabile la città dei Bruzi. All’arrivo dei treni i viaggiatori venivano fatti confluire in due sale per disinfezione “corredate da tutti gli apparecchi moderni”. In una sala venivano disinfettati con la formalina persone ed effetti che arrivavano da “oltre Sibari. L’altra sala era destinata al lavaggio ed alle prime cure di quanti manifestavano i sintomi del male. Le merci furono sottoposte a controlli rigorosi. Gli agenti municipali ne esaminavano la provenienza e mettevano in atto le rigorose misure di decontaminazione “consigliate dalla scienza”. Il ventisei di settembre ad esempio, giunse alla stazione di Cosenza un carro ferroviario proveniente da Trani carico di sapone e di agrumi. Il personale sanitario ordinò l’immediata distruzione degli agrumi che furono inondati di latte di calce. Il giorno dopo, un vagone carico di vino da Trani e diretto ad un tal Elia Francesco di Aprigliano, allarmò le autorità.  Il commerciante fu persuaso a respingere il carro perché proveniente da luogo infetto.

Cosenza in quella tormentata estate si mantenne insolitamente pulita. La paura del contagio consigliò comportamenti civici misurati. Il servizio di spazzamento procedette con cura e zelo. Anche gli agenti municipali fecero il loro dovere con inusitato impegno. A carico dei proprietari d’immobili vennero spiccate cento ordinanze per lavori di sistemazione igienica delle loro mal tenute abitazioni. In contrada Riforma furono requisiti due locali ampissimi e isolati dal resto della città, che appartenevano a Florestano Quintieri e a Monsignor Eugenio Vaglica. Nella ipotesi di una diffusione incontrollata del colera sarebbero stati utilizzati come luoghi di isolamento e disinfezione.

Anche negli angoli più sperduti della provincia di Cosenza l’allarme fu alto.

L’Amministrazione Comunale di San Sosti ad esempio, preoccupata per la presenza di venditori che dalle Puglie avrebbero raggiunto il paese per la tradizionale fiera settembrina, mise in atto diverse misure di precauzione. Il sindaco Gaetano Salerno fece arrivare dalla ditta Vitale, Palumbo e Co. di Napoli 120 chilogrammi di acido fenico. Gli venne praticato il prezzo di favore di 1 lira per chilogrammo, nonostante gli enormi rialzi che avevano colpito il prodotto per la ingorda speculazione di quanti ne facevano incetta. Dalla Premiata Fonderia in Ferro Arena & Esposito, sempre del capoluogo campano, venne acquistato un particolare tubo per riparare la fontana di Fra Giovanni che avrebbe fornito al paese acqua pulita e potabile. Per contrastare l’eventuale epidemia fu istituita una commissione locale, con a capo il dottor Raffaele Panebianco. In località Piano della Fiera l’Amministrazione Comunale affittò per venticinque lire un locale appartenente agli eredi di Bloise Angiolino, da adibire a lazzaretto per le persone infette. Furono nettate le strade, disinfettati i fondachi, rimosse le immondizie, allontanati i suini che all’epoca venivano allevati in paese, imbiancate con calce le case.

Venne istituito finanche un apposito servizio di ordine pubblico per identificare e respingere le persone sconosciute che sarebbero arrivate in paese.

Sul finire di agosto la paura del contagio, nonostante le misure messe in atto, non si placò. Fu il momento delle scelte drastiche.

 Le autorità civili di San Sosti vietarono la centenaria fiera del Pettoruto che avrebbe dovuto svolgersi dal tre fino all’otto di settembre. Frequentata da centinaia di avventori, poteva costituire un implacabile veicolo di contagio.

Nello stesso periodo il vescovo dell’allora Diocesi di San Marco e Bisignano, Salvatore Scanu, impedì le manifestazioni religiose legate al millenario culto della Madonna del Pettoruto.

Le drastiche e insolite misure adottate a Cosenza e San Sosti, concorsero di certo a mitigare il diffondersi dell’epidemia.

Non è possibile stabilire con esattezza però quanti furono i morti per colera quell’anno in provincia di Cosenza. Le “Statistiche delle cause di morte dell’anno 1910”, pubblicate due anni dopo dall’Ufficio Centrale di Statistica, forniscono dati non facilmente interpretabili.

Per il “colera asiatico” non risultarono decessi.

 I morti per diarrea, enterite, “colera indigeno”, ulcera intestinale ammontarono invece a 1251.

Nella provincia di Cosenza, che allora contava 497 896 abitanti, in quell’anno infausto si morì come sempre anche di bronchite acuta e cronica, di marasmo senile, di scarlattina, tifo, malaria e tubercolosi.

Un anno dopo, nell’agosto del 1911 la paura del contagio assunse toni irrazionali e violenti.

Ad un tiro di schioppo da San Sosti, a Verbicaro, una sfibrante epidemia di colera determinata dalle misere condizioni igieniche e sanitarie del luogo, ebbe un tragico epilogo: alcune persone furono uccise, tra essi il responsabile comunale del censimento.

 Il sindaco, l’arciprete ed il maresciallo dei carabinieri furono accusati di aver organizzato il contagio, mediante una misteriosa polverina, con l’intenzione dare una sforbiciata alla popolazione in eccesso.

Il paese venne messo a ferro e fuoco da una folla armata di roncole e fucili.

In seguito agli avvenimenti, la stampa nazionale inventò persino un neologismo: “verbicarismo”.  Con tale termine si volle marchiare gli istinti primitivi e gli atteggiamenti rivoltosi dei calabresi.

Furono pochi in quei tragici giorni a   percepire come il vibrione del colera, denominato bacillo virgola in realtà cercasse, con il suo tratto sgorbio, di rivelare all’intera nazione le tristi condizioni di vita in cui versava la popolazione in quel desolato borgo del Pollino ed anche le crude responsabilità di quanti ne indirizzavano le vicende amministrative.

il Quotidiano del Sud, mercoledì 21 ottobre 2020