domenica 23 agosto 2009

Del rancore, dell’invidia e di altri mali ancora

Nota introduttiva di Francesco Capalbo

C’è un aspetto del sottosviluppo della nostra terra che è scarsamente indagato e nello stesso tempo sfugge alle tradizionali analisi dei ricercatori che sono soliti osservare solo la superficie degli avvenimenti. Esso ha sede nel cuore delle nostre collettività, proprio laddove si forma l’ethos, ovvero il nostro carattere collettivo inteso anche come temperamento di gruppo di un insieme di persone che vivono insediate sopra uno stesso territorio.
E’ fuori dubbio che prima ancora delle dotazioni infrastrutturali, dei finanziamenti, dell’ intervento dello Stato, dell’iniziativa privata e dei tanti…blà, blà, blà, è l’intreccio tra i modi di fare dei singoli e i comportamenti collettivi che determina sia le fortune economiche che culturali di un territorio.
Noi viviamo in un contesto sociale nel quale per una serie di accidenti non solo storici, i comportamenti singoli e collettivi scoraggiano chi si adopera “per fare” e questa considerazione è valida a tutti i livelli. E’ come se nel nostro ambiente, ogni iniziativa, sia essa una impresa economica che una attività culturale o un progetto di volontariato, innescasse una serie di reazioni permeate da forme diverse di denigrazione più o meno palesi con forte carica demolitrice, che deprimono e non permettono la produzione di ricchezza nella accezione più vasta del termine.
L’articolo che segue dal titolo: “I semi di Cadmo” analizza “odìì, rancori, invidiuzze, avversioni, bronci, crucci, rivalità, passioni indome”, ovvero tutta una ramificazione frondosa di miserie umane che frenano lo sviluppo di una comunità e che nel nostro specifico contesto sono esaltate anche dalla “cattiva politica”. E’ stato scritto da Giovanni de Giacomo, un famoso demopsicologo calabrese che con San Sosti ebbe un rapporto intenso e pubblicato su Cronaca di Calabria del 18 dicembre del 1921. Erano tempi in cui la Demopscologia, ovvero la nascente Etnologia, aveva la pretesa di analizzare l’animo delle popolazioni sulle quali posava lo sguardo. E’ curioso notare come a distanza di quasi novantanni il brano abbia conservato intatta la sua capacità di rappresentare tutto quello che di distruttivo passa nelle nostre teste… anche in quelle più sofisticate e intelligenti.
Il pezzo di facile lettura, nonostante l’incipit denso di metafore mitologiche, permette di individuare l’origine di comportamenti che solo lo sforzo cosciente dell’individuo e l’impegno congiunto delle istituzioni e della “buona politica” possono però modificare.
La lettura è consigliabile a quanti diffondono con ogni mezzo, a proposito di qualsivoglia iniziativa, il sottile e camaleontico venticello della maldicenza.



I semi di Cadmo

di Giovanni de Giacomo



… E dai denti seminati del mostro nacquero, armati di tutto punto, come Minerva dal capo del tonante Giove, uomini che si trucidarono…Nacque poscia, è vero, dal figlio di Agenore, Semele, che doveva dar vita al più giovane e al più celebrato nume della Grecia, Dionisio; ma quel terreno che germinò il mal seme è tuttavia avvelenato. Invano Cadmo rappresentò la luce e dette vita al dio dell’allegrezza e della vegetazione della vigna: la fonte limpida della rupe cadmea è tuttora irta di pericoli…
E io pensavo a questo, ieri, quando un giovane signore mi raccontava di una zuffa di studenti universitari…Che sia di noi così, noi, calabresi delle tre province? Lo notava pure il Padula, nel “Bruzio”.
Contate quanti anni, contate…
V’è molto vagabondaggio, in verità, tra noi; troppa gente “quasi disoccupata” e lo strano seme diviene fecondo, dove non si ha intenso lavoro, che è la gioia preoccupata dell’uomo libero e puro.
No. Non sono le scosse di adattamento dopo il cataclisma: è vecchia storia di zuffe impudiche, vecchio male che, a volta a volta, si riacutizza. Lo notava il Padula, ripeto.
Facciamo una passeggiata per le città e pei borghi di nostra terra. I semi cadmei danno florida vegetazione! E’ uno spettacolo, dobbiamo dirlo, inverecondo: odìì, rancori, invidiuzze, avversioni, bronci, crucci, rivalità, passioni indome, tutta una ramificazione frondosa di miseriale che diventano ragione di vita: vita vissuta che si vive!...

***
E’ il nostro male! Tutti amici, e pur tutti armati gli uni contro altri. Discordi tra noi, pur nell’ora della concordia apparente…Falsa armonia di spiriti: sui passanti s’appuntano gli sghignazzamenti di coloro che di buon mattino han finito il travaglio. E l’animo astioso segue i poveri morti, e penetra, torvo, arcigno, triste, pure nei camposanti!...
Gentil regione!...Guardiamo dove sono le ceneri dei nostri morti: pur in quel sacro recinto è penetrata la maldicenza. Il turpiloquio più immondo io cancellai con questa mano sulla bianca colonnuccia d’una tomba che s’elevava sull’erba folta, destinata al foraggio di un asino!
Il nostro male, è vero, è un po’ il male della gente latina.
Un ex mio amico mi diceva che, a Parigi, su di un ponte della Senna, vide, coperto d’un drappo, un misero, che al livido fiume aveva chiesto il riposo che forse la terra gli aveva negato. Un giovane che di là passava, si chinò sul naufrago della vita, sollevò un lembo del funebre drappo, fece una smorfia di dileggio, e andò via sghignazzando…
Se il popolo di Parigi stesse in ozio, ben sarebbe come noi.
In noi il male non è attenuato dal perenne lavoro. Ed è accresciuto da un tal quale sentimento di megalomania che si ha nei centri nervosi. Non la consapevolezza dei grandi, non l’alterezza gentile; e la sconfinata opinione di noi di fronte agli altri. Tutto è bene ciò che uno produce, tutto è male ciò che di fronte a lui producono altri. E se male proprio non si può dire, si va cercando nell’opera la manchevolezza o il punto, da cui si possa esprimere un sorrisetto di scherno.
- Egli dinnanzi a me? Mai…
E la suburra sale. Pur che un mio amico, un mio parente non vada dinanzi a me, venga la rovina…
E città nostre gentili cercano invano un’amministrazione comunale!
Tra tanta gente per bene, tra tanti professionisti, tra tanti gentiluomini munifici, fra tante intelligenze pronte vive aperte non s’ha come fare una amministrazione comunale… E il biasimo trova mille bocche aperte; e la lode si fa a denti stretti. Il ghigno di compassione per i mali e le miserie altrui ha vasto campo, da noi: largo pure il soccorso. Ma questo mai tanto cospicuo da portare l’altrui grandezza. Uno su noi? Mai!...
Non s’avrebbero a dire certe cose. Ma, cognito morbo facilis curatio. E sarà facile la cura?..
Riconosciamo il morbo nostro, guardiamolo con introspezione in noi, abbiamone orrore e disprezzo; buttiamo le impurità che ci rodono e cerchiamo di purificarci. Ci dia coscienza di noi il fascino che desta tanta buona gente unita a produrre il bene di sé e di altri nell’amore e nell’accordo; gente disciplinata, pronta, destra, che sa cancellare odi profondi, torvi rancori, pur di fare il bene comune. Sono gli innamorati del bene, e lo raccolgono dovunque si trovi. Gente di buona volontà.
E bene al bene, e niente altro.
Perché, se noi guardiamo il bene che possiamo produrre e che desideriamo – se davvero lo desideriamo ardentemente -, non abbiamo tempo di ostacolare chi va avanti.
Vada chi può, chi sa, chi si trova ad andare innanzi; vadano pure i da meno di noi, non siamo a un concorso, a una gara, e se gara vi debba essere sia per la conquista collettiva del collettivo bene, che non è mai scompagnata dal bene singolo; non ostacoliamo, senza autocritica, il cammino verso umane conquiste: la vittoria, pensiamo, è bella, e la fanno i duci e i gregari.

Cronaca di Calabria, 18 dicembre 1921



Nell’immagine: L’invidia, Giotto, Cappella degli Scrovegni di Padova



© 2009 Francesco Capalbo


giovedì 6 agosto 2009

Un instant book, che sarà presentato a San Sosti giorno 8 agosto, indaga l’avventurosa ed enigmatica vicenda della scure di Kyniskos


di “Mille storie, mille memorie”

Molti dei reperti archeologici esposti nei musei di tutto il mondo nascondono storie non chiare di alienazioni o ancora peggio di trafugamenti e di riapparizioni improvvise nei più grandi spazi espositivi del pianeta.
In questi ultimi giorni ad esempio, l’attenzione della stampa mondiale si è posata sul nuovo Museo dell’Acropoli di Atene, inaugurato nel mese di giugno, che rivendica alcune sculture che sono esposte al British Museum di Londra. Sempre nello stesso periodo, l’Egitto ha nuovamente rivendicato il busto della regina Nefertiti, oggi all’Altes Museum di Berlino, ritrovato nel 1912 ad Amama. Per non dire dell’Atleta di Fano, il bronzo di Lisippo, rinvenuto nel 1964 che, passato per il mercato nero, è stato poi acquistato dal Getty di Los Angeles, che detiene anche la Venere di Morgantina, trafugata da un sito archeologico in provincia di Enna.
Stessa sembra la sorte toccata anche ad un prezioso reperto archeologico, trovato in provincia di Cosenza nel 1846 e conosciuto come l’ascia di Kyniskos.
Il pezzo, con iscrizione votiva del VI secolo a.C., è attualmente conservato al British Museum di Londra presso il Dipartimento delle Antichità Greche e Romane. Fonti letterarie documentano come l’antico manufatto sia stato serbato in San Sosti almeno fino al 1857. Da quell’anno in poi di esso si persero le tracce e solo nel 1884 ricomparve …nelle sale del museo londinese.
Esposta in Italia nel 1996 nella mostra “I Greci in Occidente” tenutasi nel Palazzo Grassi di Venezia, la scure è annoverata tra “quelle opere in grado di parlare da sole senza bisogno di illustrazioni, tanto è la carica emozionale che esse posseggono”.
Sull’onda emotiva che precedette e seguì la esposizione veneziana del 1996, l’Amministrazione Comunale di San Sosti orchestrò una vivace polemica mediatica per rivendicarne il possesso, pur rimanendo sconosciute le vicende che portarono il reperto tra le collezioni del museo londinese.
Ora un instant book di Francesco Capalbo ricostruisce alcune tappe inedite di questa appassionante vicenda: la storia del ritrovamento del reperto, l’illustrazione dello stesso sui famosi periodici dell’epoca, il profilo “professionale”dei personaggi che ebbero modo di osservarlo o di averlo tra le mani, le concitate fasi dell’asta nella quale venne venduto ad un potente emissario del British Museum.
Il testo, dal titolo: “Della raminga scure” indaga anche sulla veridicità della tesi secondo la quale del reperto si siano perse le tracce proprio dopo essere stato inviato nel 1857 a Napoli, per ragioni di analisi e studio, presso il Museo Nazionale.
Un apposito spazio è stato inoltre dedicato allo studio del contesto umano e sociale del territorio nel quale l’ascia fu custodita dopo il ritrovamento e si avanza un’ipotesi convincente su come essa “abbia preso il volo” da San Sosti.
L’attività di ricerca si è avvalsa della collaborazione di molte persone che hanno permesso di rimuovere il crespo di dimenticanza che sulla vicenda si era posato con il passare degli anni; ad esempio documenti importanti per ricostruire le fasi della vendita del reperto, sono stati forniti da funzionari del British Museum.
Il libro sarà presentato sabato 8 agosto alle ore 19,00 nella Biblioteca del Museo San Sozonte di San Sosti, nel corso delle manifestazioni culturali riguardanti l’Estate Sansostese.
Dopo i saluti del sindaco Michele Sirimarco, seguiranno gli interventi di: Carmen Bosco, Mariangela Bruno e Raffaele Rosignuolo, nonché le conclusioni dell’autore.


© Francesco Capalbo