venerdì 23 dicembre 2011

Vi(n)coli dell'Unità
























di Francesco Capalbo


Il 24 dicembre alle ore 18 in via Mazzini 24, tra i caratteristici vicoli del centro storico di San Sosti, sarà inaugurata la mostra del pittore Giuseppe Ritondale dal titolo: “Vi(n)coli d’Italia”.
L’artista, sansostese di nascita, vive a Milano città nella quale ha studiato presso l’Accademia di Belle Arti di Brera.
Le opere esposte, cinque carte d’autore, vogliono rappresentare una sorta di tributo artistico all’Unità d’Italia che questo anno celebra il suo 150° anniversario.
La mostra rimarrà aperta fino al 28 dicembre dalle 17 alle 20.

mercoledì 19 ottobre 2011

Treni in transito




di Francesco Capalbo

Sono sempre più ricorrenti, a proposito dei PISL (progetti integrati di sviluppo locale), gli inviti affinché i politici della Valle dell’Esaro non permettano che si perdano altri treni.
L’immagine del treno che passa veloce per le malandate stazioni di questa nostra forra selvaggia, lasciando a terra in maniera indistinta tutti i passeggeri, è in realtà una metafora abusata che non restituisce il vero senso delle dinamiche che si sono aggomitolate nel corso degli anni.
Dal dopoguerra in poi per le stazioni della nostra trascurata gola sono transitati parecchi treni: alcuni avevano i vagoni fiammanti che sembravano quelli dell’Orient Express ma solo pochi ingordi passeggeri hanno trovato posto sopra di essi.
In molti, pur pagando regolarmente il biglietto, sono rimasti col culo per terra, ingurgitando solo il vortice di polvere che i convogli ferroviari son soliti lasciare.
Nella Valle dell’Alto Esaro negli anni novanta sono stati stanziati per un fantomatico parco naturalistico ed archeologico, solamente cinque miliardi di vecchie lire!
Non è chiaro percepire a tutt’oggi quali ricadute questo rilevante finanziamento abbia avuto per il suo territorio e i segni che esso ha lasciato sulla comune ricchezza.
Altri rivoli di risorse pubbliche, nel corso degli anni, hanno contribuito a disseminare su ogni angolo del territorio inutili sarcofagi nei quali è stato sepolto il senso del bello.
Questo sostenuto flusso di denaro pubblico ha rappresentato una inequivocabile occasione di arricchimento per una coorte di faccendieri, sempre pronti ad intascare congrue prebende ed ha rafforzato l’insipido ceto politico autoctono. Quest’ultimo, non essendo depositario di particolari abilità progettuali, ha tessuto rapporti subalterni con deputati e senatori, ha lusingato consiglieri regionali e provinciali. Ha finanche blandito, con furbizie e sopressate, un vorace nugolo di funzionari disponibili ad apporre i loro traviati pareri su finanziamenti improduttivi.
E adesso che la Valle dell’Alto Esaro sta diventando una landa abbandonata dalla quale emergono solo i resti di ingordi banchetti, si sussurra di bocca in bocca che altri treni siano in procinto di passare per le sue deserte stazioni.
C’è da augurarsi che comunità che per anni hanno premiato, facendoli assurgere a simboli, maneggioni che vivono di espedienti e di astuzie autodistruttive, si accorgano pian piano come sia indispensabile sperimentare rotte virtuose ed incamminarsi su integri binari.
I viaggi, affinché si rivelino appaganti e garantiscano solidi approdi, necessitano di mete oneste progettate con cura. Solo nell’ epica del Far West branchi di fuorilegge salivano sui treni in corsa ed apparivano contenti del loro stralunato imbarco verso “chissà cosa e chissà dove” .





Foto grande : locandina dell'Orient Express.


Foto piccola: San Sosti, località Casiglia: i resti di un ricovero montagna.


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giovedì 29 settembre 2011

In corpore sano



di Francesco Capalbo

Gli anni sessanta rappresentarono per San Sosti un momento di rottura del granitico blocco conservatore che lo aveva ininterrottamente governato dal periodo fascista in poi.
Mentre l’emigrazione svuotava il paese e si avvertivano i riverberi di avvenimenti lontani (le lotte operaie nelle fabbriche del Nord, la contestazione giovanile), in paese nacquero le prime sezioni dei partiti di opposizione ed anche nella stessa Democrazia Cristiana, partito egemone, si fecero finalmente strada idee coerenti con i valori del solidarismo cristiano.
Le avvisaglie del cambiamento si palesarono in tante iniziative ora percepite come piccole, ma che nel contesto di allora dovettero costare agli organizzatori la stessa fatica di Sisifo.
Nel novembre del 1967 venne costituita la società sportiva “La Sansostese”, nel maggio del 1969 si tennero i primi Giochi della Gioventù. Di questo lavorio, alcune volte silenzioso, altre volte contraddittorio, sempre sostenuto però dall’entusiasmo, è possibile aver conto nei due articoli tratti da "Parola di Vita" , settimanale cattolico di cui era direttore Lucio Caputo e redattore capo il sansostese Santino Fasano.
Osservando la foto dei Giochi della Gioventù di cui l’articolo è corredato, sembra che da essa riemerga, squarciando il velo di belluina rassegnazione che da anni ormai grava su San Sosti, il vocio pieno di speranza dei tanti che vi parteciparono con fervido entusiasmo.



FONDATA LA S.S. “LA SANSOSTESE”


Un gruppo di giovani sportivi di San Sosti ha dato vita alla società sportiva “La Sansostese”. L’iniziativa ha entusiasmato tutti i cittadini e specialmente i giovani, che sono intervenuti numerosi, il due novembre scorso, alla prima riunione della Società, svoltasi nel Salone Consiliare del Comune.
Prima di procedere all’elezione del Consiglio Direttivo, sono stati illustrati, dal gruppo promotore, le finalità e gli scopi della Società che collimano con la libera pratica di tutti gli sport, con particolare riguardo al calcio.
Quindi si è proceduto alla votazione che ha dato i seguenti risultati: Presidente: Giuseppe De Luca; Vice Presidente: Zanfini Vincenzo; Direttore Tecnico: Filippo Fasano; Cassiere: Mattavelli Angelo; Economo: Maurmo Vincenzo.
Da queste colonne vadano gli auguri di buon lavoro al Consiglio Direttivo e l’incoraggiamento, agli sportivi di San Sosti, di Sostenere la loro Società.

Parola di Vita, 11 novembre 1967




I GIOCHI DELLA GIOVENTU’ A SAN SOSTI


A San Sosti si sono conclusi i Giochi della Gioventù con i seguenti risultati: ragazzi corsa piana 80 metri Ferdinando Cauterucci 11”8; corsa piana 1000 metri: Aurelio Salerno 2’16”; Vincenzo Bruno 2’22”; salto in lungo: Vincenzo Vidiri m.3,50; Antonio Travagliati m.4,75; lancio del peso: Vito Di Loria m.7,60; Leopoldo Di Giovanni m.7,50; salto in alto: Giuseppe Borrello m.1,25; Angelo Vigneri m.1,15. Ragazze: corsa piana m.60: Filomena Vigneri 9”09; Contarino Venere 10”.
Al termine delle gare i vincitori sono stati premiati dal rappresentante CONI, Franco Flavio. L’organizzazione dei Giochi è stata curata da una commissione di sportivi, alla quale hanno aderito il sindaco, i signori Saverio Capalbo, Paolo Cundari e il presidente della locale società sportiva “La Sansostese”, Giuseppe De Luca, il quale si interessa con impegno dei vari problemi sportivi di San Sosti, tra i quali il più importante, attualmente, è l’ultimazione dei lavori del campo da tennis, momentaneamente sospesi per mancanza di finanziamenti.
“La Sansostese” sta preparando i preliminari per alcune gare di atletica leggera alle quali potranno partecipare tutti i giovani della provincia, attenendosi alle norme e alle modalità che saranno rese pubbliche prossimamente.

Parola di Vita, 31 maggio 1969



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martedì 16 agosto 2011

L'Uomo che superò i confini del Mondo



di Bruno Pino

AIELLO CALABRO, CS (12 agosto 2011) – Chi era veramente Cristoforo Colombo? Era davvero figlio di papa Innocenzo VIII Cybo? E che ruolo ebbe, lo stesso pontefice, nella spedizione verso le Americhe? Fu una “scoperta” quella del Christo Ferens, del portatore di Cristo, o solo una “rivelazione”? E che rapporti aveva, l’Ammiraglio, con San Francesco di Paola?
Su questi ed altri interrogativi, che ruotano tutti attorno alla figura di Colombo, “l’eroe che dovrebbe essere santo” (il cui processo di beatificazione fu avviato ed interrotto per due volte), converseranno domenica 21 agosto 2011, ad Aiello Calabro, antico borgo del cosentino che fu feudo dei Cybo, il colombista Ruggero Marino, autore del libro “L’Uomo che superò i confini del mondo” (Sperling & Kupfer 2010), lo storico Fausto Cozzetto, docente di storia moderna all’Unical, Giuseppe Pisano, studioso di Calabrès e Manetti, padre Rocco Benvenuto dell’Ordine dei Minimi di San Francesco di Paola, e Mario Caligiuri, assessore alla cultura della regione Calabria. Ospiti del rendez-vouz ideato dal “Blog degli Aiellesi nel Mondo” animato da Bruno Pino, i sindaci Francesco Iacucci e Francesco Tonnara delle Comunità di Aiello e di Amantea.
Le tesi di Marino, giornalista che ha lavorato per più di 30 anni a Il Tempo, esposte anche nei precedenti volumi: Cristoforo Colombo e il papa tradito (Newton Compton, 1991 e Edizioni RTM 1997), e Cristoforo Colombo, l’ultimo dei Templari (Sperling & Kupfer 2005), sono certamente “rivoluzionarie”. L’autore, che fa parte pure della Commissione scientifica per le annuali celebrazioni del 12 ottobre in onore di Colombo, nell’ultimo libro «smonta uno ad uno i “miti” costruiti sulla figura dell’Ammiraglio». Colombo non sbarcherà in America per errore, nel tentativo di raggiungere l’Oriente, ma invece, «è perfettamente consapevole del suo obiettivo ed è molto più di un semplice e fortunato uomo di mare. Si muove sulla base di antiche mappe con la decisione di un missionario, di un soldato di Cristo, con lo stesso afflato religioso che caratterizza gli ordini cavallereschi e, in particolare, quello più misterioso della Storia: i Templari».
L’incontro culturale, che si svolgerà, proprio nella piazza che ospita lo storico palazzo che fu dei feudatari Cybo, che tanta parte ebbero nella vicenda colombiana, sarà anche un primo passo verso ulteriori e più approfondite indagini sulla figura e sul ruolo di papa Giovanni Battista Cybo nel più importante avvenimento della storia dell’umanità, dopo la nascita di Cristo; e naturalmente, sui marinai Anton Calabrès di Amantea e Angelo Manetti di Ajello, il quale secondo l’Orlandi è tra i partecipanti alla spedizione di Vasco da Gama che lo porterà a Calcutta nel 1497, e «compagno di Cristoforo Colombo – come scrive lo storico Rocco Liberti - in uno dei suoi viaggi verso le Americhe».

Per saperne di più sull’argomento:
http://www.scribd.com/doc/60565137/Sunto-delle-Tesi-di-Ruggero-Marino

Info:
Mail aiellesinelmondo@gmail.com
Blog http://aiellesinelmondo.blogspot.com
Mobile +39 3207143659 (Bruno Pino)
Comune di Aiello Calabro 0982.43318 – 43663

giovedì 28 luglio 2011

Che l'oblio non scenda sul folklorista dell'eros!





di Valentina De Lorenzo

Esattamente due anni fa, la Pro Loco, commemorando l’ottantesimo anniversario della morte diGiovanni De Giacomo, ha proposto che venisse intitolata proprio al folklorista la Scuola Media di Cetraro. Nonostante le sollecitazioni, purtroppo ancora una volta, non si è presa in seria considerazione l‟importanza di onorare un illustre concittadino che ha lasciato un segno tangibile nella storia e nella letteratura folklorica comparata.
Tuttavia, rispetto a quanto accade nella città di Cetraro, il liceo artistico di Luzzi, nella persona deldirigente scolastico, Vincenzo Garofalo, intitolando recentemente la scuola al pittore Emilio Iuso, ha dimostrato che il rafforzamento di una istituzione come quella scolastica avviene soprattutto attraverso una forte consapevolezza della propria identità culturale.
Una società che tronca i rapporti con il proprio passato è una società che si condanna all’asfissia, alla morte, all’ inconsistenza. Ogni comunità è legata ad una propria storia che unisce il popolo in una sorta di “struttura connettiva” che intreccia le vite dei singoli e fa dell’ identità individuale un‟ identità collettiva.
E‟ da qui che nasce il valore fondante della nostra memoria. Noi non nasciamo nel presente, siamo anche la nostra storia; siamo le persone che abbiamo conosciuto, che abbiamo amato. Giovanni De Giacomo, nacque a Cetraro il 12 luglio 1867 e fu un insigne intellettuale della prima metà dell‟800.
L‟attività dello studioso iniziò già all‟età di 19 anni, quando in seguito alla morte del padre dovette tenere cattedra privata per contribuire al sostentamento della sua numerosa famiglia.
Nel 1891, collaborò alla rivista « La Calabria » di Monteleone Calabro (l‟odierna Vibo Valentia), diretta da Luigi Bruzzano, dove pubblicò una serie di interessanti articoli su usi, costumi, leggende, proverbi del popolo calabrese, successivamente raccolti nei due volumi de Il Popolo di Calabria: un compendio d‟usi e tradizioni, dove confluirono recuperi importanti, come certi resti di teatro popolare calabrese risalenti alla farsa del 600, che ancora oggi conservano valore di recupero della cultura locale.
Dopo la collaborazione con Bruzzano, De Giacomo svolse l‟attività di insegnante in vari istituti scolastici della Calabria, che gli permise di conoscere più a fondo il folklore calabrese. Inoltre collaborò all‟ «Archivio delle tradizioni popolari» di Giuseppe Pitrè e alla «Rivista delle tradizioni popolari» di Angelo De Gubernatis. Fu amico di Vincenzo Padula, Raffaele Corso e VincenzoJulia ed ebbe elogi e stima da molti illustri suoi contemporanei. Si avvalorò dell’amicizia di Graziadio Ascoli ed ebbe contatti anche con esponenti dell’etnografia europea, quali il prof. Gustav Meyer dell‟Università di Kratz, Hugo Schuchardt e Federico Salomone Krauss direttore della rivista «Anthropophyteia ».
Nel 1910 e 1911, per incarico di Lamberto Loria, compose e diresse il padiglione per la Calabria nel
Museo di etnografia italiana, a Firenze prima, a Roma poi. Pubblicò numerosi articoli e racconti su
riviste locali e nazionali. Fu socio dell’Accademia Cosentina.
Nel 1917 per motivi di salute lasciò l‟insegnamento pubblico e si ritirò a Cetraro e, dopo dieci anni, nel 1928, un anno prima della sua morte, pubblicò Athena Calabra, l’opera più famosa e più discussa dello scrittore.
L‟autore cercava di rivendicare alla Calabria un‟immagine positiva, rispetto alle condizioni miserevoli in cui versava, partendo direttamente dalla sua gente, uomini e donne dal tratto fiero che diventano i protagonisti stessi della loro storia. A Cetraro è dedicata la seconda parte, che reca il titolo “Il Cetraro”, nome maschile per De Giacomo. In essa l‟autore si sofferma sull’etimologia del nome del paese tirrenico, sulla sua storia dalla donazione a Montecassino alla incursione turchesca del 1534, sugli uomini illustri cetraresi e più avanti si parla ancora a proposito del porto e di alcuni statuti concessi alla città nel 1515.
L‟attaccamento profondo alla sua terra, viene avvertito anche nel 1967, quando viene pubblicata come opera postuma, La Santarella, a cura di Paride De Giacomo, romanzo nostalgico sulla
Calabria, accompagnato da due novelle e un racconto.
L‟ultimo capolavoro di De Giacomo è La Farchinoria, una raccolta personale di notizie sui riti e consuetudini dell‟eros popolare calabrese. Opera straordinaria, poco conosciuta sia per i contenuti ritenuti scabrosi e licenziosi, sia per la mancanza di una critica dovuta alla scarsa presenza di prove sulla veridicità del racconto. Una copia del manoscritto rimase sepolta nella casa di De Giacomo per quasi sessant’anni e fu edita solo molti anni dopo, esattamente nel 1972, dal prof. Raffaele Sirri, sotto esplicita richiesta del figlio Paride, che fu il primo, assieme al fratello Lamberto, a comprenderne l’originalità.
Nel caso di uno studioso come Giovanni De Giacomo, noi abbiamo bisogno di ricordarlo non in maniera agiografica, non facendone un santino, ma assumendo la sua opera e indagandola, cioè cercando di vedere quale apporto critico ha dato ai vari argomenti, recepirne la lezione metodologica e andare avanti. Questo serve sia per un De Giacomo studioso della letteratura popolare, sia per un De Giacomo analista della società calabrese e organizzatore di cultura. Queste complesse personalità dell’autore devono spingerci ad approfondire le tematiche da lui trattate entrando in un vivo rapporto dialettico. Conoscenza critica e diffusione di un sapere non chiuso, non campanilistico, l’individuazione dei temi della cultura popolare e di alcune figure di studiosi di questa cultura, rimangono il valore fondante su cui deve basarsi la vera società contemporanea



Nell'immagine: la copertina de la "Santarella", Editrice Mit, Cosenza, 1967.

martedì 17 maggio 2011

Il califfo satiro e...gli odori della sinistra



di Francesco Capalbo



E’ bastato che il califfo satiro affermasse che quelli di sinistra si lavano poco perché come un segugio, mi ritrovassi incuriosito ad annusare gli odori che emanano le persone, in modo da indovinarne le simpatie politiche.
Ho scoperto ad esempio come il mio vicino di casa, un malandato vecchietto che appesta l’ascensore, sia probabilmente un indomito leninista: usa l’aglio invece dei farmaci per tenere a bada la sua esuberante pressione.
Ho riconosciuto dal puzzo di fumo, la quasi certa simpatia di Aldo per il bolscevismo. Alleva la sua rabbia con nascoste tirate di Marlboro: teme, a più di sessant’anni, che la sua onorata carriera da bidello possa aver termine non per infarto, ma per un malefico decreto di Mariastella Gelmini.
Ho identificato dall’effluvio di mortadella, un covo di possibili sediziosi: i miei alunni. Durante la ricreazione prendono a morsi, pieni di paura, i verbi coi tempi al futuro.
Ho verificato, dall’olezzo che emana, come Giovanni, bracciante di colore, sia un agitatore internazionale inviato in Calabria dal “Comintern”. Le lacrime di sudore che versa mentre aiuta ulivi centenari a rigenerare la loro linfa, sono gocce di oceani interdetti alla speranza.
Ho accertato che l’aroma di sugo stampigliato sui vestiti di mia moglie, è la prova di come Rosa Luxemburg sia ancora in vita e profumi i suoi slanci rivoluzionari cucinando pasta al tonno, curando l’igiene della sua composita famiglia ed alzandosi alle cinque del mattino per preparare una inascoltata lezione sulla Costituzione.
Ho appurato, incrociando l’alito impastato di caffè dei miei colleghi, come essi rappresentino la colonna mobile di una orda di soldataglia castrista che inquadrata in sgangherati reggimenti, permette alla parola Scuola di poter essere scritta ancora con la esse maiuscola.
Ho arguito, osservando i suoi occhi devastati dalla cataratta e fiutando il suo respiro ansimante, che finanche il mio vegliardo Brick è un cane mannaro… di Sinistra; preferisce fare pipì controvento e abbaia sconsolato ogni volta che in televisione compare lo scalpo sintetico dello smargottato di Arcore.
Confesso però che altre sono le mie curiosità in tema di afrori.
No, non mi struggo dalla frenesia di conoscere quali fragranze irradi il cerone di “naso sensibile”, poiché è risaputo come la malefica pecunia degli impuniti non abbia lezzo.
Ho il desiderio galoppante di intercettare gli effluvi che spargono i funamboli della politica.
Muoio dalla voglia di capire in quali particolari centrifughe abbiano mai nettato i loro ideali quanti, provenienti dai vicoli maleodoranti della sinistra, abitano ora “l’olgettina” profumata ed eterea del califfo cicisbeo.













domenica 13 marzo 2011

Il martirio della Scuola in Calabria





di Francesco Capalbo
Quando, nel 1925 uscì per la casa editrice fiorentina Vallecchi il breve volume “Il martirio della scuola in Calabria”, Ettore Fabietti dalle pagine del mensile “La parola e il libro” ebbe a sottolineare come l’autore, Umberto Zanotti Bianco, fosse uno dei pochi “uomini capaci di riconciliare i più disparati pessimisti coll’ umanità”.
Preceduto da una lettera indirizzata al pedagogo catanese Giuseppe Lombardo Radice, datata marzo 1923, il testo del filantropo piemontese venne dedicato ai maestri della Calabria che soffrendo da decenni le pene di un solitario martirio, opponevano “alla polvere delle vane carte, alla crudeltà delle vane parole l’umile azione della loro fede ignorata”.
L’incipit che proponeva un accostamento apparentemente disarmante e sacrilego tra le scuole del “nostro povero Mezzogiorno” e quella di Benculen, in Malesia, rilevava come quest’ultima pur con numerosi allievi, primeggiasse tuttavia per ordine e nettezza.
Nel caso della Calabria, annotava Umberto Zanotti Bianco, “pochi sono i Comuni che possono offrire alla scuola qualcosa di meglio che non dei bassi umidi, oscuri e poco areati o delle vecchie baracche malandate di quindici venti anni or sono”.
In tutta la Calabria solo sette Comuni avevano risolto in qualche modo il problema della scuola, mentre in tutti gli altri paesi le lezioni si svolgevano in luoghi ibridi, dagli incerti confini, quasi sempre assimilabili a stalle.
A San Donato di Ninea, in provincia di Cosenza, ad esempio le sei aule scolastiche erano in uno stato definito “preadamitico”. A Mottafollone le due uniche stamberghe esistenti avevano il pavimento scalcinato, le pareti umide e le finestre prive d’inferriate. A Crosia la costruzione che ospitava la scuola era in uno stato “molto deplorevole”: arredata in maniera “meschina”, priva di aria a sufficienza, era sprovvista di luce. Nelle giornate uggiose era impossibile fare scuola. A Cropalati gli ambienti erano insalubri e versavano in uno “stato deplorevolissimo”. A San Giorgio Albanese due vani battezzati impropriamente col nome di aule scolastiche, erano in completa mercé dell’azione roditrice del tempo, delle intemperie e dell’incuria “di amministrazioni comunali acefali, preposte con successioni elettive, da persone incoscienti, affette da megalomania personale e refrattarie al vero miglioramento intellettivo e morale della popolazione”.
Per non parlare della provincia di Reggio e Catanzaro, completamente abbandonate a loro stesse. A Rosarno ad esempio l’attività scolastica si svolgeva in baracche fradice e sconnesse, costruite dopo il terremoto del 1908; a Sambatello in luoghi che versavano in “istato deplorevole”. Da anni nessuno forniva agli insegnanti gessetti ed essi erano costretti ad utilizzare su vecchie lavagne scheggiate grumi di calce che gli alunni avevano il compito di raccattare nelle case diroccate.
A Martone le aule erano “topaie sprovviste di arredamento”, a Casoleto “baracche, misere, vecchie e cadenti”, a Roghudi “antigieniche” a Badolato “malamente situate” a Nicotera “indecentissime”, a San Gregoria d’Ippona “fradice, avariate e malsane”, a Vazzani “igienicamente e didatticamente impossibili”, a San Lorenzo ed a Roccella il loro stato veniva bollato come “misero e sconfortante”, ad Acquaro “miserrimo” a Borgia “pessimo” a Pallagorio “disastroso”, etc…
Lo stato di indigenza in cui versava la scuola in Calabria in quegli anni nasceva da una serie di nefaste concomitanze rafforzate dalla eccessiva burocratizzazione delle pratiche necessarie per richiedere i mutui e dalle tante inadempienze delle amministrazioni locali. Un dato era però incontrovertibile: le leggi dello Stato che si erano succedute in materia di edilizia scolastica non erano state in grado di stimolare la costruzione di edifici scolastici degni di questo nome in quanto disposizioni di carattere “integrativo”. Il contributo dello Stato veniva concesso cioè solo per integrare somme che dovevano essere reperite in buona parte dai Comuni. Su 68 milioni di lire concessi in mutuo dalle leggi del 1878, 1888, 1900, 1906 la Calabria assorbì solo 351900 lire. Su circa 2,5 milioni di sussidi integrativi, sempre per la stessa bisogna, concessi in base ai regolamenti del 12 – 1- 1899 e 6 – 2- 1908 la Calabria ebbe in tutto solo 250 lire!
Umberto Zanotti Bianco, col “Martirio della scuola in Calabria” fece assurgere a problema nazionale queste vicende, sostenendo che combattere l’analfabetismo mentre ancora risultava irrisolto il problema dell’edilizia scolastica, era come insistere “in una bonifica alla marina senza aver provveduto ai lavori montani”.
Con l’ausilio di una appropriata mole di dati statistici dimostrò come la iattura della mancanza di aule in Calabria non avrebbe trovato adeguato soccorso senza speciali stanziamenti statuali.
Lo Stato avrebbe dovuto “dare” e non “far finta di dare”, alleggerire le pratiche burocratiche e non nascondersi dietro macchinosi sistemi legislativi.
Il testo di Zanotti Bianco del 1925 fu preceduto da un suo febbrile impegno all’interno dell’ANIMI. Attraverso l’Associazione Nazionale per gli interessi del Mezzogiorno d’Italia, si materializzarono innumerevoli azioni di solidarietà a sostegno delle scuole e dei maestri nei paesi poveri della Calabria da parte di organizzazioni filantropiche del Nord Italia.
A Sant’Angelo di Cetraro ad esempio, il 15 aprile del 1924, fu inaugurato un edificio scolastico donato a quel borgo dall’ “Associazione pro cultura femminile” di Torino.
L’avvenimento ispirò un memorabile articolo dal titolo “Sud e Nord e la casa della scuola”del piemontese Augusto Monti, apparso sulle pagine del Corriere della Sera. Lo scrittore affermò che se il Nord avesse voluto rendere palese l’interesse spesso solo declamato nei confronti del Sud, avrebbe dovuto dimostrarlo contribuendo in queste regioni alla costruzione di una rete efficiente di infrastrutture scolastiche. “Ogni città del Nord si faccia madrina di un borgo del Sud e regali al figlioccio una bella scuola nuova; di tanti denari che si spendono, per esempio, a finanziare dei giornali che nessuno legge, se ne destini una parte a creare questo demanio scolastico privato; e si vedrà che l’opera dell’unità e della ricostruzione farà davvero dei grandi passi in avanti”.
Le parole di Augusto Monti e l’incessante impegno di Zanotti Bianco riecheggiano solenni proprio oggi, nel momento in cui in virtù di operazioni meramente contabili si cerca di smantellare anche in Calabria la rete di infrastrutture scolastiche fino ad ottanta anni fa del tutto inesistente. Scuole abbarbicate sui cocuzzoli di aspri paesi o adagiate lungo le arse marine, trincee, argini e parafulmini posti a difesa dello spopolamento e delle mille illegalità che ci strangolano, rischiano ora di chiudere per sempre.
Mercoledì 4 agosto 2010 il Consiglio Regionale della Calabria ha approvato, in una atmosfera sciroccata e nel disinteresse conclamato dei politici nostrani, (erano assenti 19 consiglieri su 50!) una delibera avente per oggetto il ridimensionamento della rete scolastica regionale. Si prevede che gli effetti di tali “Indirizzi per la programmazione della rete scolastica” saranno dirompenti sul territorio calabrese: chiuderanno 400 plessi scolastici lasciando decine e decine di Comuni privi di scuole.
Quel che inquieta in questa vicenda, è la nota riportata nell’estratto del verbale allegato alla delibera (la numero 48 del 4 agosto 2010): “Il Presidente, dopo la relazione del Consigliere Salerno, nessuno avendo chiesto di intervenire, pone in votazione il seguente schema di deliberazione…”. La locuzione dai toni burocratici e sbrigativi testimonia come sia del tutto estinta la Genia degli uomini in grado di riconciliare,come fece Umberto Zanotti Bianco, con il candore delle proprie visioni ed il coraggio del proprio impegno, i più disparati pessimisti con l’Umanità.

Nella foto: Villa San Giovanni, Umberto Zanotti Bianco in visita alla Casa dei Bambini, ante 1914.


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mercoledì 12 gennaio 2011

Il desiderio dell'ovvio


Di Grazia La Cava

Nuovo anno.
Tempo di bilanci.
Ti volti indietro svogliatamente. Vorresti poterne fare a meno; vorresti poter guardare solo avanti per non assistere al triste spettacolo di ciò che è stato. Cerchi di catturare gli attimi trascorsi che, ricordandoli, riescono a darti piacere o farti sorridere. Sono solo quei momenti privati che rimangono imprigionati nella profonda intimità, senza trovarvi spiragli per riflettersi nella sfera sociale. Li custodisci gelosamente nell’album della memoria perché rimangano come i soli piacevoli ricordi di questo tempo, come se fossero fotografie da sfogliare in futuro. Ed è forte la tentazione di rimuovere tutto il resto, tutto quello che non ha a che fare con l’intimità, con il privato. Ma ti accorgi che la felicità di ciò che rimane risulta incompleta, amputata. Non si può essere completamente felici, non ha un senso.

Nuovo anno.
Tempo di speranze e desideri.
Istintivamente cedi alla tentazione di voler esprimere l’elenco dei tuoi desideri, di ciò che vorresti nell’anno che verrà, e ti accorgi che non si possono coltivare speranze né desideri senza fare i conti con ciò che è stato, senza voltarsi indietro. Tutto parte da lì, da ciò che è stato. E tra i tuoi desideri non c’è nulla del tuo privato.
Vorresti vivere in un mondo in cui il rispetto per l’ambiente diventasse una priorità, in cui nessun bambino debba soffrire per fame. Vorresti vivere in un mondo in cui “immigrazione” non sia associata a costrizione, fame, povertà ma ad integrazione, scambio, culture, religioni.
Vorresti che il lavoro degli uomini sia valorizzato ed apprezzato solo per le capacità, indipendentemente dal colore della pelle. Vorresti che il lavoro degli uomini non sia mai un rischio per la vita.
Vorresti regole uguali per tutti e rispettate da tutti, essere governato da gente capace non da padroni, né servi. Vorresti la cultura al potere, non l’ignoranza. Vorresti vedere giovani che hanno ancora voglia di cambiare il mondo…
Cose ovvie. Apparentemente. Sono ovvie solo quando non c’è motivo per desiderarle.

Vorresti, infatti, desiderare altro, ma non è tempo per l’indifferenza.

Continuerai ad indignarti. Continuerai a fare ogni cosa, seppur minima, pur di non sentirti sopraffatta dal senso di impotenza verso l’ingiustizia, l’arroganza, l’ignoranza, la sopraffazione, la violenza. Ogni tuo gesto quotidiano nel lavoro, nello svago, nella tua vita sarà inconsapevolmente condizionato dalla tua rabbia e dalla tua voglia di cambiare.

Solo quando ciò che oggi desideri diventerà veramente ovvio, sfoglierai l’album della memoria e, appagata, darai un senso anche alla felicità dei tuoi momenti privati, consapevole di aver partecipato alla difesa della libertà.
La tua.


10 Gennaio 2011

Nell'immagine: Vincent Van Gogh, Notte stellata, 1899, Museum of Modern Art, New York.



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mercoledì 5 gennaio 2011

Il dio impazzito del fuoco

di Francesco CapalboL’esempio della “monnezza” sansostese sembra avvalorare l’idea che nei nostri abbandonati paesi non esistano vie di mezzo: o l’immobilismo o le illusioni.
E’ risaputo infatti come la maggioranza consiliare che amministra la malasorte del Comune di San Sosti non sia riuscita a gestire, per palese ed interessata incompetenza, il problema della raccolta e dello smaltimento dei pochi chilogrammi di rifiuti prodotti in paese.
Incapaci di porre rimedio a tale disservizio, i sopraddetti consiglieri si sono comportati come una sestiglia di illusionisti. Hanno tirato fuori dai loro vuoti cilindri un esilarante protocollo d’intesa per la realizzazione di un impianto in grado, secondo loro, di ardere in un solo giorno venti tonnellate di spazzatura. Asseriscono, improvvidi, che queste nefaste fornaci di cui esistono al mondo solo pochi prototipi, non producano scorie. Disconoscendo la legge di Antoine de Lavoisier (in natura nulla si crea e nulla si distrugge, ma tutto si modifica) non sospettano che anche i rifiuti avvampando possano assumere forme alchemiche dannose per gli uomini, per le piante e per gli animali.
Che qualcuno alle pendici del Pollino proponga la costruzione di un tale marchingegno malefico appare comunque in sintonia con i tempi che viviamo, egemonizzati dall’epopea virtuale dei grandi illusionisti. A San Sosti come altrove, coloro i quali non si curano delle piccole cose, che danno ordine e decoro alla vita quotidiana, cercano di insufflare nelle teste dei cittadini progetti fantasmagorici e pericolosi.
Il progetto di un “dissociatore molecolare” costruito nella Valle dell’Alto Esaro evoca l’immagine mitologica di un impazzito Efesto che tenta di distruggere col fuoco, oltre agli scarti dei consumi compulsivi, la speranza residua che ancora alberga nei nostri trascurati borghi.
Tutti abbiamo il dovere di ostacolare, con forme di lotta democratica, il suo infausto proposito!

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