sabato 26 settembre 2009

Possano piovere pietre di mulino senza buchi!

di Francesco Capalbo

L’imprecazione ha sempre rappresentato per noi calabresi un rito terapeutico, una cerimonia di sfogo, un tentativo flebile di emancipazione, almeno verbale, da forze naturali e sociali perniciose e invincibili. In questi giorni di pioggia autunnale, nei quali sulla costa ionica tracimano fiumi e ruscelli, allagando gli agrumeti ed invadendo le carreggiate della mefistofelica strada 106, appare chiaro ad esempio, come la lotta dei contadini e dei braccianti della Calabria nei confronti della “terra”, bruciata d’estate e alluvionata negli altri periodi dell’anno, sia stata sempre aspra. Per alleviare le loro sofferenze i villici, così venivano chiamati in maniera edulcorata i lavoratori della terra, non poterono contare né sul sostegno di un apparato burocratico competente ed efficiente, né sull’esempio dell’aristocrazia terriera, che nel cosentino ha sempre mostrato un volto accidioso e parassitario. Lasciati soli ed ammorbati da malattie endemiche come la malaria, agli strati più indifesi della popolazione non rimase altro che il ribellismo immediato o l’imprecazione.
Mentre la jacquerie ( chissà perché gli storici amano indicare le rivolte popolari con un termine francese e non con un vocabolo italiano!) si rivolgeva contro chi era ritenuto il nemico più immediato, quasi sempre il Municipio e l’esattoria comunale, l’imprecazione si orientava contro la natura matrigna...ma non solo. Che fosse urlo, maledizione, esecrazione, invettiva o insulto... essa si risolveva spesso in effimeri tumulti,dopo avere infiammato gli animi.
Il compito d’imprecare era di solito riservato alle donne, che lo assolvevano da sole o in gruppo nel chiuso delle loro abitazioni o sull’uscio di casa. Usavano toni di voce così pronunciati, una gestualità teatrale ed una tale immedesimazione, che resero il fenomeno degno dell’attenzione degli studiosi delle manifestazioni popolari e della demopsicologia, la scienza che studiava la psicologia del popolo attraverso i suoi usi e le sue tradizioni.
L’articolo che segue fu pubblicato da Giovanni de Giacomo (uno studioso che i lettori del blog “Mille storie, mille memorie” hanno ormai imparato a conoscere), il 15 ottobre 1893, sul N° 2 della rivista di letteratura popolare “ La Calabria”, diretta da Luigi Bruzzano. Le imprecazioni che compaiono nell’articolo, furono raccolte dall’autore anche durante il suo soggiorno a San Sosti, paese nel quale il suocero, il farmacista Orazio Coppola originario di Malvito, prestava la sua professione.
Dal momento che dalla pubblicazione dell’articolo ad oggi sono passati ben 116 anni, noi ci attribuiamo l’immeritato diritto di scegliere, tra tutte le imprecazioni elencate, quella che invoca una pioggia di pietre da mulino senza buco. Anche se ormai le ruote dei mulini sono oggetti desueti ed hanno scarsa probabilità di cadere dal cielo, lo stesso ci auguriamo di vederle piombare sulla testa di quanti hanno trasformato la Calabria in profluvio melmoso e in una malsana pattumiera di scorie radioattive.



Imprecazioni Calabresi

di Giovanni de Giacomo




Il popolo di Calabria, quando non può sfogare la stizza contro colui che l’offende, diventa furibondo e bestemmia ed impreca. Le donne del popolo poi, così buone, affettuose ed espansive, quando vengono offese, si riuniscono a gruppi sull’uscio delle loro case e mandano bestemmie atroci. E queste sono originali, e rivelano la ferace fantasia del popolo calabrese. Ne scrivo qualcuna, che ho raccolto per lo più dalle donnette di Cetraro, di Malvito, di Fuscaldo, di San Sosti e di Morano.
Quando l’animo di un villano è contristato, perchè la grandine o la pioggia ha prodotto male a poderetto, egli esce in questa imprecazione: pozzanu chiovi petri di mulinu senza gupura![1]
Quando cade molta neve, e porta male alle alle campagne, il villano esce in questa bestemmia: Ni pozze cadi tanta nivi chi li gallini pozzanu pizzulà li stilli![2]
Se qualcuno fa del male ad un villano, questi esce in queste imprecazioni: Ti pozza fa li ragni lu furni[3]- Ti pozza muri di friddu lu tribitu[4] – Puozzi ji mpilu suspiru[5] – Puozzi ji cumi li turnisi[6] – Puozzi ji vulannu cumi frunna di fagu[7] – Ti pozza fa li ragni la sacchetta[8] – Nu ti pozza abità terra sutti li piedi[9] – Ti pozze roce[10] li cavuzietti alli gammi[11] – Ti pozzanu mannà da Rodi a Pilatu[12] – Puozzi pierdi lu ciriviellu[13] – Puozzi cadi nta na vigna mpalata[14] – Ti pozza esci la carni dinta li magli di li cazietti[15].


[1] Possano piovere pietre di mulino senza buchi.
[2] I contadini credono che le stelle siano quante si vedono, perciò credono che una gallina possa beccarle ( pizzulà) come un chicco di grano.
[3] Se fa ragnatela il forno, non si deve fare mai pane...
[4] Terribile bestemmia di Fuscaldo! Se lu tribitu ( chiara derivazione del latino tripus odis) tripode, muore dal freddo, non si deve accendere fuoco.
[5] Anche questa è una terribile imprecazione, e vuol dire: possa andare, cioè, tirare la vita con un filo di denaro.
[6] Come il danaro.
[7] Volando come fronda di faggio, perché la credono la più sbattuta, essendo sulle montagne, ove predominano i venti.
[8] Anche in Catullo nel Carme VII con cui invita Fabullo piacevolmente a cena, vi è una simile espressione.
[9] Non possa reggere la terra sotto i piedi; cioè non possa stare mai fermo.
[10] Girare.
[11] Possa essere tanto secco che i calzetti possano girare alle gambe ischeletrite – Male più terribile della morte!
[12] Possano mandarti da Erode a Pilato: ti possano fare, come fecero a Cristo.
[13] Possa perdere la testa.
[14] Possa cadere in un vigneto impalato, cioè ove ogni vite è sostenuta da un palo.
[15] Possa uscirti la carne dalle maglie dei calzetti; cioè possa essere fatto in tanti minuti pezzi, che la carne possa uscire dalle maglie dei calzetti.

La Calabria, Rivista di Letteratura Popolare, 15 ottobre 1893.


Nella foto: L’Urlo (1893) di Edvard Munch conservato nel Munchmuseet di Oslo.

© 2009 Francesco Capalbo

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lunedì 21 settembre 2009

Mare nostrum

di Francesco Capalbo

Raccapriccio, paura, impotenza e vergogna sono gli stati d’animo provati in questi giorni dalla maggior parte dei calabresi per la vicenda dell’affondamento della nave Cunski, il mercantile pieno di rifiuti radioattivi fatto inabissare a quattordici miglia nautiche dalla costa di Cetraro.
Questa volta però dal paradigma delle emozioni è esclusa la possibilità d’imprecare contro uomini di mare “alieni” venuti chissà da dove a seppellire i loro carichi di morte in uno dei fondali più belli del Mediterraneo. Gli organi di stampa infatti evidenziano come il crimine dell’affondamento della nave sia stato consumato con l’aiuto di cosche malavitose calabresi. Il particolare rivela ancora una volta come la ndrangheta generi e perpetui episodi distruttivi ed autodistruttivi dai quali non sono preservate neanche le vite di chi aderisce all’organizzazione malavitosa stessa.
Se le rivelazioni del collaboratore di giustizia Francesco Fonti, dal quale hanno preso il via le indagini, saranno confermate, sarà interessante cercare di comprendere i comportamenti e i profili psicologici dei probabili imputati. Sono in molti a chiedersi, in questa appendice ammorbata d’Occidente, quali sentimenti provino e come battano nei loro petti i cuori di quanti hanno “autorizzato” il seppellimento di scorie radioattive in un tratto di mare nel quale d’estate si bagnano e trovano ristoro i propri figli, i propri nipoti, gli amici più cari e forse… loro stessi.


***

Giovanni de Giacomo fu un umile maestro ed anche un valente etnologo al quale toccò in sorte di nascere proprio a Cetraro. La Pro Loco Civitas Citrarii il 9 luglio scorso ha commemorato l’ottantesimo anniversario della sua morte, che avvenne nel gennaio del 1929 ed ha proposto che gli venga intitolata la locale Scuola Media. L’Istituto Tecnico Industriale di Rossano, città nella quale egli diresse la Scuola Tecnica ad Indirizzo Agrario, gli ha dedicato invece la sua nuova biblioteca: una sorta di ricompensa postuma per l’impegno che profuse nella cittadina bizantina. De Giacomo trascorse gli ultimi anni della sua vita a rimirare lo stesso tratto di mare devastato ora dall’ingordigia delle cosche autoctone e dalla pubblicità negativa che comunque genererà la vicenda dell’affondamento della nave Cunski. Da anziano, l’etnologo ammirava il mare di Cetraro con lo stesso stupore e la stessa meraviglia delle anime semplici. Al Borgo di Cetraro era così legato, che non esitò ad imbastire dalle pagine di Cronaca di Calabria, vincendo la sua naturale timidezza, una vivace polemica giornalistica, per portare alla ribalta i mali (ad esempio la malaria e lo stato di abbandono igienico) che allora affliggevano la cittadina tirrenica.
L’articolo qui riportato, pubblicato su Cronaca di Calabria del 15 luglio 1920, rappresenta una sorta di dichiarazione d’amore per il proprio mare e per la propria terra. L’intellettuale cetrarese raccolse e fece suo il grido di dolore che proveniva dalla natura e dagli uomini del suo Borgo che erano stanchi delle tante promesse fatte e non mantenute da “onorevoli amici” che, allora come oggi, ritenevano di assolvere a tutti i loro compiti semplicemente versando sterili “lacrimette” . Sembrava che Cetraro, avvinta da molti problemi, gli sussurrasse con una flebile voce la locuzione virgiliana alla quale non poteva restare insensibile: “exoriare aliquis nostris ex ossibus ultor”.
La stessa sommessa voce a noi sembra di udirla in queste giornate di fine estate che potremmo definire della vergogna e dell’indignazione. Essa ci mette in guardia su come le nostre terre, baciate da un eterno tepore, non siano in realtà abitate solo da dei ma anche …da irredimibili demoni. Sospiro di dolore, più che soffio di speranza, pare che vada ripetendo per i tanti borghi di Calabria: “possa dalle mie ceneri un giorno nascere un vendicatore”.





Per la Marina di Cetraro

di Giovanni de Giacomo

Non inutile davvero un’altra parola.
Ecco… In verità, io non dovrei che rendere grazie ad Attilio de Caro delle benevoli parole che ha avute per me (qualcuna delle quali però non mi tocca: “maestro” e altro); ma sarebbe ridicolo incomodar la grazia degli elzeviri per ringraziare una persona tanto vicina e tanto signorilmente amica.
E passo oltre. Attilio de Caro, nella sua molteplice e simpatica operosità è davvero mio maestro nei riguardi di vita attiva e fattiva, ma mi consentirà che io dica, non a lui, si capisce, ma ai tanti commendatori, deputati, amici lontani e vicini, ex miei scolari degli uffici e…del Parlamento: fino a che la marina di Cetraro resta in questo vergognoso stato di abbandono, è inutile sperare per essa un florido avvenire.
Il Borgo di Cetraro, col suo fil di voce che gli rimane, ripete da molti anni il virgiliano che fu motto di G.B. Strozzi: exoriare aliquis nostris ex ossibus ultor! Ma Sidone impreca inutilmente contro il fuggitivo Enea; e il motto, scritto appié della bella epigrafe, sulla facciata, non sfacciata, del triangolo fontana, il giorno in cui l’amico Notar Talamo del borgo volle pietosamente occuparsi, fu portato via dal vento, o dalla mano di qualche fanciullo che la stracciò.
Parole inutili! Lo so, perché io credo che inutili saranno gli appelli ai superi e agli inferi dominatori per una boa e per un pontile o per altro, se l’osceno spettacolo dell’abbandono di questa bellissima spiaggia non cessi.
Bellissima! Quanti vengono qui, da lontano a confortare il mio romitaggio, “bellissima” la dicono: superbamente bella. Ma la dicono pure indice di iniqua sorte per coloro che debbono viverci…
- Come si può chiedere qualcosa di bene, se alcun bene non mostra di meritare? Meritare, non per i suoi begli occhi, ma per le sue doti di attività fattiva. Come si può chiedere un po’ di vita, per coloro che la vita sprezzano? Come si può pretendere affettuoso e doveroso interessamento, per chi non sa ribellarsi contro l’avvilimento e contro l’insulto?
E un insulto, un oltraggio alla miseria è questo. E ben credo sian inutili le parole. Continuerà l’impudica parola della burocrazia a spremer lacrimette per bocca di “onorevoli amici”; ma l’insulto non verrà vendicato.
Il Borgo, bellissimo e amenissimo, affogato nel sole, è ammorbato da un canalaccio, che la pietosa fatica di sette o otto contadini, in un sol giorno, potrebbe risanare! Pochi cenni energici, e la bella fontana non servirebbe più a detergere panni non puliti con gran sollievo dell’ igiene e della decenza. Un po’ di buona volontà da parte di coloro che vennero in pellegrinaggio, nel passato autunno, a propiziarsi l’affetto degli elettori, e sarà tolta la batracomiomachia imperante nei fangosi “bellissimi” viali, fenduti da ruote di carri lanciati alla distruzione di quanto vi esiste! O sacre bestie seppellite in questa sabbia ora avvampata dal sole, non manca che il vostro scherno! Biancheggeranno al sole le vostre ossa, e noi, qui, parleremo del borgo, alla luna…
Parleremo!...E voi ci direte: quando eravamo al mondo e avevamo bisogno di qualche cosa, non usavamo il raglio e il sorriso delle nostre ganasce: sferravamo calci sonori. E impennacchiati, allora, col pel lucente, eravamo tratte ai mercati…
All’amico Vincenzo Vocaturo, capo del Genio Civile, volsi la preghiera, perché ci salvasse dalla malaria. Ma nulla poté fare: Troppo, se il governo dona le briglie ai colli che smottano! Inutilmente il notaro Talamo s’accapigliò con capi e commendatori. Inutilmente Attilio de caro e vincenzo Militerni si interessarono. Inutilmente il medico sanitario e il medico provinciale richiamarono l’attenzione, mi pare…Inutilmente tutto!
Oh quanta saviezza negli ammonimenti delle carogne asinine!...
Or io dico (s’ha da dire qualcosa). Si cerchi, in qualsiasi modo, di trarre il borgo dal lacrimevole stato di precarietà, e si risolva, comunque, il problema delle case, che furono fatte pei senza case.
Il “Comitato pel bene del Mezzogiorno d’Italia” che tolse la ruota dal canalaccio e ne brittò le vie, che fece tanto, tanto, tanto, quante io ne dissi in questo giornale, or sono tre o quattro anni, si ringrazi pure. Ma quando sarà risoluto il problema delle case, rigerminerà la vita. Solo allora, credo. E…dopo questo non si dirà: e proprio su cotesto punto volevi sorgessero la Mostra ed il Museo? Fra le rane e le zanzare?..
Ecco. Un giorno pensai: se qui sorgerà qualche cosa che richiamerà l’attenzione sul Borgo, un bene potrà avvenire. Ciò che noi non sappiamo fare, lo faranno, forse, altri.
E pensai all’associazione degli Agricoltori. Della Mostra e del piccolo Museo avevo parlato al caro e povero padrino di mio figlio Lamberto, al Loria, che mi promise tutto il suo appoggio. E ne scrissi all’amico Luigi Caputo: se credi sia realizzabile questo disegno ( io vivo una vita di studi e spesso mi sfugge la ferrigna realtà) parlane al signor Gencarelli, di cui ho sentito dir tanto bene. E Luigi Caputo promosse all’onor della stampa ( non ho letto quel numero della Cronaca, perché, quiggiù, non sempre giunge la mia posta; e ci ho un figlio impiegato alla stazione, il quale s’incarica…ecc. ecc!) la mia lettera.
Forse egli pensava che qualcosa spuntasse; il luogo non potrebbe essere migliore. Pesava forse che il mio passato di lavoro e di…Ma è ormai tanto lungo questo scritto, e io volevo dir solo poche parole. Gli è che non si può dir poche parole su cosa per cui ancora tanto e tant’altro si potrebbe e si dovrebbe dire.
Abbiate pazienza!


Cronaca di Calabria, 15 luglio 1920

Nella foto: Giovanni de Giacomo in una litografia di Aldo Campilongo realizzata a Rossano (CS) nel 2006.

© 2009 Francesco Capalbo


domenica 13 settembre 2009

Il degrado delle feste

Una giornata come tante altre

Nota introduttiva di Francesco Capalbo

L’articolo che segue, ci rimanda ad un altro 8 settembre: quello del 1999. Solo quarant’anni separano questa data dal momento in cui Gennaro Capalbo parlò del Pettoruto come di un caleidoscopio di vita e di suoni, ribattezzandolo “la Piedigrotta di Calabria”. Piedigrotta è infatti una zona di Napoli, situata nel quartiere Chiaia, a cavallo tra via Caracciolo e la stazione ferroviaria di Mergellina, nella quale dal XII secolo venne celebrata una festa in onore della Madonna. La festa partenopea visse il suo massimo splendore tra la fine del 1880 e la seconda metà del 1900, quando divenne vetrina della musica napoletana perché si svolgeva in concomitanza con il Festival della canzone napoletana.
Dal momento in cui scrive Gennaro Capalbo al 1999, molta acqua è passata sotto i ponti e l’occhio esperto di Angelo Maggio, che di professione fa il fotografo, con l’animo e le competenze da etnologo, coglie alcuni dei mutamenti che la festa del Pettoruto ha subito. Con acume il suo obbiettivo rivela come le feste tradizionali siano una cartina di tornasole e si modifichino proprio così come si modifica il gruppo che vi partecipa.
Per l’autore dell’articolo nel caso del Santuario del Pettoruto è anche rilevabile come queste trasformazioni svelino processi di omologazione tendenti a tramutare “un luogo del Sacro” in un “non luogo”, vetrina di merci confuse, come la foto documenta, dominato da un asettico silenzio. E’ come se un’accurata regia avesse inteso o intendesse rimuovere da queste forme di devozione con alterne fortune, (poiché la vera anima di un popolo o di un gruppo sociale ha infinite possibilità di rigenerarsi), suoni e comportamenti ancestrali ritenuti segni di un folclore primitivo o peggio ancora molesto.


Il degrado delle feste

di Angelo Maggio


La sveglia suona alle ore 4.00. Supero facilmente l'intontimento dell'orario e preparo le macchine fotografiche. Due di esse ancora contengono un rullino cominciato alla festa della Madonna di Polsi. Oggi è infatti l'8 settembre e le altre foto risalgono a circa una settimana fa. Subito la mente ripercorre quei momenti, dall'arrivo al santuario giorno 1 pomeriggio accompagnato dal suono dell'organetto di due bassi e del tamburello, alla veglia in chiesa, alle tarantelle danzate davanti al sagrato della chiesa, all'odore della carne di capra arrostita, agli sguardi concentrati dei giocatori di morra, alla processione della Madonna, al calore della famiglia Battaglia di Cardeto che ormai mi ha adottato, alle parole di Monsignor Bregantini. Questo film mi passa velocemente davanti gli occhi e aumenta la voglia di arrivare il più presto possibile al Santuario del Pettoruto a San Sosti dove oggi, come ogni anno, si svolge la festa in onore della Madonna del Pettoruto.Due paesi distanti parecchi chilometri l'uno dall'altro ma accomunati dalla festa in onore di Maria e dalla musica tradizionale. Se al santuario di Polsi, infatti, si svolge la festa che raccoglie il maggior numero di suonatori tradizionali della provincia di Reggio Calabria, San Sosti, insieme al Santuario della Madonna del Pollino che però si trova nel comune di San Severino Lucano e quindi in Basilicata, raccoglie fedeli e suonatori tradizionali da diversi comuni della provincia cosentina. Nei giorni scorsi ho telefonato a qualcuno di quelli che spero di vedere al Pettoruto. So già che non incontrerò Santino Bufanio, grande suonatore e costruttore di surduline - la precisazione del tipo di zampogna è necessaria perché in Calabria ne esistono diversi tipi, che qualcuno chiama cornamuse per darle un nome che si ritiene più nordico e quindi più nobile. Mi ha assicurato che ci sarà invece Angelo Minervini, anche lui un maestro della surdulina: per lui quello di San Sosti è un appuntamento che non può mancare. Arrivo al santuario alle 7 circa. Strano, gli anni passati non sono mai riuscito a parcheggiare la macchina così vicino alla chiesa, forse perché oggi non è domenica. Avvicinandomi avverto però una strana senzazione, la cosa che salta subito agli occhi, o meglio alle orecchie, è l'assoluta assenza della musica. Arrivato sul sagrato antistante la chiesa il fatto è ancora più strano, i suonatori ci sono, ma gli organetti ed i tamburelli sono fermi. L'atmosfera è calma, stagnante, non mi piace, divento insofferente e decido di scendere giù per andare incontro ai pellegrini che da San Sosti giungono al Santuario a piedi. Dopo qualche centinaio di metri in lontananza sento il suono di una zampogna. Meno male, il mio stato d'animo migliora. Affretto il passo e vedo Angelo Minervini che insieme alla moglie sta salendo al santuario suonando la sua surdulina. Mi abbraccia, sono felice di vederlo. Saliamo insieme verso la chiesa, lui suonando, io facendo foto e ascoltando, ma arrivati al Santuario resto deluso, appena qualcuno inizia a suonare sul sagrato, dei giovani gli dicono di smettere perché disturba. La situazione è paradossale: giovani di circa 20 anni intimano a suonatori dell'età dei loro nonni di non fare chiasso! Di solito ho sempre visto accadere il contrario, erano gli anziani a lamentarsi del chiasso dei ragazzi. Forse però mi sbaglio, questi guardiani della quiete e del silenzio sono giovani solo all'apparenza, probabilmente i loro occhi abilmente celati da occhiali da sole molto scuri nascondono una grande stanchezza, ed i loro corpi coperti da divise tutte uguali vogliono che quella musica smetta perché non ce la fanno a ballare e questo provoca loro disagio, vorrebbero farlo ma non possono, hanno perso quella carica vitale che invece quei ragazzini di 60 anni hanno ancora intatta. Appena qualcuno inizia a suonare subito due o tre di loro si avvicinano chiedendogli di smettere, quasi la musica offendesse le insegne del Giubileo del 2000. Gli attimi che precedono l'uscita della statua della Madonna sono poi frenetici ma non per i fedeli, ma per i giovani-anziani-con-gli-occhiali-da-sole. Quest'ultimi, attentissimi a far spostare le persone davanti la statua, mi appaiono come una via di mezzo tra delle guardie del corpo e dei chierichetti. Dei primi hanno i modi e la voce, dei secondi lo sguardo dolce da bravi ragazzi che traspare quando si tolgono gli occhiali. I suonatori non accompagneranno la statua durante la processione come solitamente facevano, solo un suonatore di organetto lo fa, e rimarrà l'unico per tutta la processione. Questo accadeva nell'anno 1999, anno in cui la Calabria ed i calabresi stavano approntando tutto per ricevere le migliaia di turisti che sarebbero dovuti giungere per il Giubileo. Si doveva dare un nuovo volto alle feste, via quindi questi suonatori tradizionali dalle processioni, "chi conosce il canto in italiano canti, chi lo conosce in dialetto taccia" aveva detto l'anno prima il sacerdote durante la processione al santuario della Madonna delle Armi a Cerchiara, via le tarantelle sui sagrati. In compenso un fiorire di fasce tricolori e di stendardi di Amministrazioni comunali (fortunatamente non presenti a Polsi malgrado la grande simpatia del sindaco di San Luca e di don Pino Strangio), di palloncini tricolori, di balletti in chiesa e di inviati tv all'inseguimento della nonnina e del nonnino che non avesse mai avuto il piacere di incontrare un dentista. Il volto nuovo alle feste è stato dato, ma una profonda cicatrice ne ha sfregiato alcune, e la mano che l'ha fatto impugna ancora la lama pronta a colpire nuovamente. Aiutata da sorella morte, che negli ultimi anni ci sta privando di numerosi alberi di canto della musica tradizionale calabrese, questa mano subdolamente si infila nelle feste, incomincia ad apportarvi piccole variazioni, ad esempio plagia giovani implumi, nipoti di anziani del posto, perché suonino durante la messa con la chitarra e con la tastiera elettronica rendendo quindi impossibile ai loro nonni di cantare i loro canti sacri. Ne stravolge le modalità di svolgimento se non addirittura le mutila, asportando parti ritenute dannose. E' quanto è successo quest'anno durante la festa della Madonna del Pollino. Qui vi era l'uso che all'uscita della statua dalla chiesa questa si fermasse, un banditore poi dava inizio ad un'asta a cui partecipavano gruppi di diversi paesi. Chi offriva più soldi aveva il diritto di portare sulle spalle la statua durante la processione. Quest'anno è accaduto che quando tutti erano pronti per cominciare l'incanto dall'altoparlante il sacerdote ha annunciato che questo non si sarebbe svolto, ma che le offerte sarebbero lo stesso state raccolte. Ho visto negli occhi di quella gente una rabbia mista ad un profondo dispiacere, gli era stato negato qualcosa che era stato dei loro padri. Sempre durante questa festa, delle donne hanno ballato di nascosto in chiesa perche un altro difensore del silenzio non voleva. Ma ci rendiamo conto di ciò che stiamo consentendo che accada o no? La festa tradizionale è una cartina di tornasole, essa si modifica naturalmente come si modifica il gruppo che vi partecipa. Se una volta si benedivano i buoi, oggi si benedicono i trattori e le automobili. Le statue dei santi non vanno solo nei campi, ma vanno nelle officine, nei laboratori a benedire i luoghi in cui oggi si lavora. E a suonare la zampogna non sono solo pastori, ma ragazzi che studiano all'università e che hanno riscoperto quel legame con un mondo che è stato cancellato nell'animo dei loro genitori. Lungi da me l'idea di una festa schematizzata alla perfezione, di danze tradizionali eseguite da giovincelle in costume finto-tradizionale che agitano tamburelli come fossero racchette da tennis, per carità! Probabilmente anche negli anni passati alcuni nostri riti erano osteggiati dai potenti, ma l'esistenza di un substrato culturale in cui il rito affondava le sua radici faceva sì che questo si mantenesse. Le occasioni in cui si suonava e si danzava erano numerose, "Na vota nun c'era a televisione" è la frase che più spesso sento ripetere dai suonatori tradizionali che così giustificano il loro estinguersi. Sono diminuite le occasioni di lavoro in cui il gruppo si ritrovava, ma non per questo è morta la musica tradizionale. La stessa cosa succede per le feste tradizionali. I giovani di Alessandria del Carretto certamente vivono il rito del trasporto dell'abete dalla montagna al paese in modo diverso da come lo vivevano i loro nonni che avevano un rapporto diverso con quei monti, che gli davano da vivere ma che contemporaneamente li isolavano dal resto del mondo. Ma il rito si svolge e malgrado ad un occhio disattento sembri uguale, ogni anno subisce piccole modifiche che a volte non vengono nemmeno rilevate dai partecipanti. Il valore propiziatorio per l'agricoltura che il rito forse, aveva, oggi è scomparso. Chi partecipa al trasporto ed all'alzo dell'abete o "ntinna", come è detto dagli alessandrini l'albero, riassapora il piacere di lavorare e divertirsi, e tanto, insieme a persone del suo gruppo, e di gioire insieme dei risultati raggiunti. Oggi si stà verificando un fatto inverosimile, il centro-nord d'Italia è pieno di giovani interessati alle musiche ed alla danza del meridione d'Italia. Migliaia di giovani ballano ai concerti di musica proveniente dal Sud Italia, e noi, invece di tutelare questo patrimonio culturale, lo uccidiamo e ci compiaciamo dello svolgimento di manifestazioni che scimmiottano quelle che si svolgono in Toscana ed in Umbria, che altro non fanno che aumentare la nostra ignoranza e diminuire l'amore non solo verso la nostra terra, ma verso tutte le culture sottomesse dalla cultura egemone. Questo atteggiamento fa sì che l'accostamento alla cultura tradizionale avvenga con leggerezza, che ci si dimeni in maniera spesso scomposta, senza comprendere le regole che governano l'entratra e l'uscita dalla danza, e se qualcuno, quando capitano a qualche festa, li richiama all'ordine, lo vedono come uno che vuole limitare il loro animo artistico. Ma quale animo artistico, movimenti disarmonici fatti passare per passi di danza? Farebbero lo stesso con un tango? Penso proprio di no. Fortunatamente la situazione non è irreparabile, le feste e la musica tradizionale sono ancora fortemente presenti in Calabria anche se disseminate a macchia di leopardo. Numerosi sono i sindaci ed i sacerdoti che, coscienti dell'importanza di questi momenti in una comunità, ne favoriscono non solo il mantenimento, ho detto mantenimento e non congelamento, ma anche quelle iniziative culturali che ridanno dignità a quelle tradizioni che TV e mass-media hanno messo in secondo piano o ridicolizzati - Totò nel film "Totò d'Arabia" per offendere un uomo lo chiama - dispiace dirlo - "zampognaro".Mai come in questi casi è vero il detto "la fortuna aiuta gli audaci". Le amministrazioni comunali che hanno ospitato manifestazioni il cui asse portante era costituito dalla musica tradizionale hanno avuto una fortissima presenza di pubblico, ma non di quello presente alle sagre dove si vedono persone riempire vassoi che sfamerebbero Pantagruel (tanto tutto è gratis), ma di un pubblico più attento, rispettoso del paese e dei suoi abitanti, che spesso ha seguito corsi di danza tradizionale in diversi posti d'Italia ed approda in Calabria per vivere una festa (e che una volta tornato nelle nebbie della Padania non fa altro che parlare di quella spendida musica che aveva sentito e che era profondamente diversa dal valzer che è l'inno della regione conosciuto con il titolo di "Calabrisella mia"). Io credo che una legge regionale che tuteli le feste tradizionali sarebbe auspicabile, qualcosa di simile al progetto proposto dal prof. Francesco Lucarelli e dal prof. Lello Mazzacane nella pubblicazione edita da Extra Moenia Nola. In tale proposta la festa viene considerata come un bene culturale da tutelare al pari di tutte "le cose, immobili o mobili, che presentano interesse artistico, storico, archeologico o etnografico".

Angelo Maggio vive e lavora a Catanzaro. si occupa di fotografia etnografica dal 1996. E' uno dei fondatori dell'A.R.P.A.(Associazione di Ricerca, Produzione ed Animazione del territorio)
L’articolo dal titolo: “Il degrado delle feste” è stato pubblicato sul numero 24 di Ora Locale, marzo-aprile 2001.
La foto, scattata da Angelo Maggio al Santuario del Pettoruto, è qui pubblicata per sua gentile concessione.

© 2009 Francesco Capalbo

sabato 5 settembre 2009

Il Pettoruto: la Piedigrotta della Calabria

Una giornata particolare

Nota introduttiva di Francesco Capalbo

Riprende a pieno ritmo, dopo la pausa dovuta alle vacanze estive, l’attività di ricerca e di divulgazione del blog “Mille storie, mille memorie”.
L’articolo di seguito proposto narra di una “giornata particolare”: quella dell’otto di settembre. Una volta in tale giorno un devoto fermento s’impossessava degli abitanti dei centri abbarbicati lungo la dorsale appenninica, che incornicia la parte nord della provincia di Cosenza, o che si affacciano sulla valle del Crati. A piedi, a dorso di asini, a bordo delle pochissime auto allora in circolazione, i pellegrini raggiungevano attraverso infiniti rivi il Santuario della Madonna del Pettoruto di San Sosti.
I più percorrevano sentieri impervi e polverosi, che nei giorni precedenti erano stati battuti da torme di pastori che portavano le loro greggi alla fiera degli animali.Nella frescura del Pettoruto i devoti vivevano l’ebbrezza di una giornata nella quale si scioglievano voti, si facevano penitenze, si impilavano preghiere, si consumavano epiche sbronze, si onoravano gli amici e i“sangiovanni” e si azzardavano casti corteggiamenti. Sottratta al tempo destinato al duro lavoro dei campi, la giornata del pellegrinaggio al Santuario del Pettoruto rappresentava per molti braccianti, contadini e artigiani, uno dei pochi giorni di vacanza dello spirito e del corpo. Agognata per tutto l’anno, essa veniva poi vissuta o al ritmo spolmonato imposto dal suono della surdulina, una delle particolari zampogne costruite in Calabria, oppure con l’agitazione tipica dei tarantolati ispirata dagli effetti acustici del tamburello e …dall’ebrezza del vino.
In queste occasioni la scena era animata anche da una infinità di personaggi che oggi sarebbero considerati quantomeno stravaganti. Uno di questi era il “canterino”, ritratto nelle due foto, che al suono della zampogna improvvisava versi in rima.
L’articolo qui proposto ci restituisce suggestioni e cronaca di questa giornata speciale che si riferiscono alla fine degli anni cinquanta.
Lo scritto, pubblicato su Cronaca di Calabria del 6 settembre 1959, è di Gennaro Capalbo, letterato e pubblicista, che nacque ad Acri nel 1878 da Raffaele e Letizia Talerico e morì nel 1966. Autore di pubblicazioni sulla genesi della poesia popolare, sulla donna e sulla passione d’amore nei canti del popolo di Calabria, lo scrittore acrese s’interessò finanche della figura di Gesù nelle leggende calabresi.
Nei giorni successivi altri articoli verranno pubblicati sul blog e ci restituiranno di questa “giornata particolare” impressioni raccolte in epoche diverse. La loro lettura ci farà percepire come i modi attraverso cui si esprime la devozione nei confronti del Sacro siano sottoposte anch’esse all’usura del tempo ed il Santuario, luogo dello spirito per antonomasia, non costituisca almeno nei suoi aspetti esteriori, una enclave franca ed immutabile del tempo.

Il Pettoruto
la Piedigrotta della Calabria

di Gennaro Capalbo

8 Settembre. Uno dei giorni che il popolo di Calabria – specie della Calabria Cosentina – attende con maggiore ansia.
Lo attende con grande ansia, perché il pellegrinaggio del Pettoruto ha luogo precisamente in tal giorno. I preparativi o i discorsi sulla gita cominciano e fervono fin da qualche mese avanti. Del Pettoruto può dirsi ciò che il Poeta Partenopeo Luigi Conforti diceva di Piedigrotta: “Un’immensa tarantella. L’orgia dell’orgia, il canto fescennino, l’inno assordante della raganella. Il trionfo dei fischi e dell’asprino”. Piedigrotta, celebre fin dal Secolo XIV. Ricordata, or sono dei secoli, in una lettera del Petrarca. Era la sua primavera degli anni e della gloria, alla festosa Corte di Roberto di Angiò!
La storia del Pettoruto è, su per giù, quella dei più famosi Santuari: da Lourdes, meta dei popoli degli Alti Pirenei, a Kewlav, meta dei popoli della Breslavia, a Pompei, meta dei popoli di Campania, a quella della Grotta di Santa Ninfa, meta dei popoli di Sicilia.
La prodigiosa apparizione della Madonna ad una pastorella.
Il miracolo! E, subito dopo il miracolo, “fama vatur”, la Chiesa, il Santuario, la salda e invitta fede, attraverso i secoli e le generazioni.
Sorge il Santuario del Pettoruto in una delle più aspre, inaccessibili montagne delle ultime diramazioni dell’Appennino. La festa dell’8 Settembre, e ogni anno, agli 8 di Settembre, muovon, dai più remoti paesi della Regione, intere legioni: umile gente la più parte.
Ora si muove in parte in autopullman. Ma molti si muovon more majorum. Si va a piedi. Gli uomini ben azzimati, tutti armati di fisarmonica o di chitarra battente, ad armacollo a mo’ di fucile. Le ragazze, com’è naturale, sfoggianti le più sgargianti tolettes: gli occhi brillanti del piacere di “andar a trovar la Madonna”.
Armate, la più parte di esse, del fragoroso tummarino più fragoroso dei putiputi dello sceta-vajasse, e del triccaballacche del popolo di Napoli. Retaggio, il tummarino, cioè il tamburello o presso a poco, delle gitane di Granata e di Siviglia, che, al tempo del Vice reame, abbondavan nel nostro Mezzogiorno. Si forman così quelle caratteristiche carovane che, nel “Pellegrinaggio a Kewlar” ispirarono a Enrico Heine quella commossa e commovente Romanza, onde si mutò, sia pure una volta tanto, in pianto accorato, il suo amaro sogghigno, il quale, del resto, nascondeva anch’esso le lacrime.
Non manca qualche asinello, che serve soltanto per il trasporto delle vettovaglie.
I pellegrini vanno e vanno; così come, da secoli, avean fatto i loro padri; così come nei secoli venturi faranno i loro figli, e i figli dei loro figli.
C’è da sorpassare luoghi malagevoli e dirupati, attraversati da frequenti corsi d’acqua. C’è da camminare una intera giornata e una notte. Ma siffatto disagio non preoccupa: si va “a trovare la Madonna”.
Dove c’è alberatura, e la caldura incalza, si fa sosta. Si cava da le ben colme bisacce il “pane di casa” e l’ardente fiammante salame; si cava il non meno ardente vino di due anni, serbato a bella posta nei capaci orciuoli; e si beve, si ride e si banchetta.
Il simposio trionfa per qualche ora.
Poi gli uomini dan di mano alla chitarra o alla fisarmonica; le ragazze alla loro volta, brandiscono i tummarini, diabolicamente assordanti, e si lanciano alla verticosa tarantella, ardenti e frementi, fiammanti come fiori viventi.
A tal proposito si legge nel Sonetto di Luigi Conforti, sopra ricordato: “Mesconsi in mezzo alla sfrenata danza. Baci di Nenne e colpi di pugnale..”.
Ora, se Dio vuole, i colpi di pugnale sono spariti. Restano, sempre in aumento, i baci delle Nenne. Ma questo non è un delitto. E’, se mai, una benemerenza…demografica!
Ma c’è anche chi non si dà spasso. Son, per lo più, donne in età sinodale, che han fatto “il voto”. Il “voto” consiste di andar al Santuario digiune, scalze, e senza camicia. Voto che osservano col più gran rigore.
Mutano vertiginosamente i tempi. Vertiginosamente – cantava il Carducci
Passan le glorie, come fiamme
di cimiteri;
come scenari vecchi, crollan
regni ed imperi…
Quel che resta, a dispetto della fuga degli anni, tenacemente vivo nella vita affettiva e collettiva dei popoli, son proprio queste manifestazioni di passione e di fede!

Cronaca di Calabria 6 settembre 1959


Le foto sono tratte da “Il Pettoruto” di Francesco e Giuseppe Marasco, il serratore, 1988.

© Francesco Capalbo