sabato 21 giugno 2014

Il telèro di Carlo Levi

Particolare del telero dipinto da Carlo Levi

di Francesco Capalbo

L’opera di Mario Carbone, fotografo e documentarista nato a San Sosti in provincia di Cosenza, è tale da poter essere considerata enciclopedica.
Vincitore due volte del Nastro d’Argento (nel 1959 per la migliore fotografia ne “I vecchi” di Raffaele Andreassi e nel 1964, quale regista di una inchiesta sulla nobiltà calabrese dal titolo: “Stemmati di Calabria”) l’uomo di cultura calabrese, che vive a Roma, ha avuto modo di collaborare nella sua lunga carriera con personaggi quali Cesare Zavattini, Vasco Pratolini e Carlo Levi. Con quest’ultimo, in modo particolare stabilì un interessante sodalizio intellettuale.
Nella primavera del 1960, in occasione dell’imminente Centenario dell’Unità d’Italia, Mario Soldati ideò a Torino una mostra delle Regioni d’Italia e Carlo Levi fu incaricato di rappresentare col tratto del pittore la sua Lucania che già aveva raccontato con acume da scrittore in “Cristo si è fermato ad Eboli”.
Ma la Lucania degli anni del confino era ormai lontana e perciò Levi avvertì la necessità di compiere il viaggio a ritroso, lungo i tornanti della memoria, nei luoghi in cui aveva vissuto tra il 3 agosto del 1935 ed il 26 maggio del 1936.
Scelse di farsi accompagnare da Mario Carbone (i due si erano conosciuti a casa di Linuccia Saba, la figlia di Umberto Saba) considerandolo, forse perché calabrese, il più idoneo a catturare con l’obiettivo ciò che i luoghi rilevano solo a chi ha occhi e cuore in vigile sincronia.
Mario Carbone per l’occasione immortalò in 400 scatti le misere condizioni di vita dei ceti subalterni nei paesi di Grassano, Aliano, Craco, Pisticci, nella valle del Basento. Lo stesso Levi è ripreso mentre s’intrattiene tra le argille ed i calanchi lucani con persone che trent’anni prima aveva avuto modo di conoscere. Altre foto ritraggono Tricarico, il paese di Rocco Scotellaro; tutte sembrano trasporre in chiave visiva i versi che il sindaco-poeta socialista, morto a soli trent’anni nel 1953, aveva scritto anni prima: “Oggi e ancora e duemila anni/ porteremo gli stessi panni./ Noi siamo rimasti la turba/ la turba dei pezzenti.”
Le immagini sono state poi raccolte e pubblicate in un volume col testo di Carlo Levi, dalla casa editrice Lerici. Alcune di esse finirono per ispirare il famoso quadro “Lucania 1961” col quale l’autore di “Cristo si è fermato a Eboli” descrisse l’ intenso ed ulteriore rapporto con la terra del suo confino.
Il dipinto, un telèro lungo 18,50 metri e largo 3 metri e 20, è custodito nel Palazzo Lanfranchi a Matera.
Carlo Levi lo realizzò rivolgendo lo sguardo verso le foto di Mario Carbone e questa opera permette di cogliere il metodo di lavoro dei grandi pittori del 900, che nel riconoscere il ruolo autonomo della fotografia, con essa dialogarono nella realizzazione delle loro opere.
E’ una raffigurazione corale che emana dolore, un componimento sentimentale, un tributo artistico per i contadini poveri della Basilicata, una dichiarazione d’affetto e gratitudine per il sindaco poeta di Tricarico di cui Levi era amico.
Nel telèro si riconoscono personaggi che Mario Carbone aveva immortalato nei suoi celebri scatti: mastro Innocenzo Bertoldo, il vicesindaco analfabeta di Tricarico, Francesca Armento, la dolente mamma di Rocco Scotellaro ed altri ancora
Senza la fotografia d’indagine sociale questa grande opera che racconta l’epopea amara dei contadini lucani vituperati dalla civiltà non avrebbe mai visto la luce.
Ora, a Matera nelle sale di Palazzo Lanfranchi, i tanti volti ritratti dal fotografo calabrese sono stati disposti proprio di fronte all’enorme tela di Carlo Levi. Con dignitosa afflizione sembrano bisbigliare gli immortali versi di Rocco Scotellaro: “Qui nessuno è morto!/Nessuno da noi ha cambiato toletta/ e i contadini portano le ghette /di tela quelle stesse di una volta”.


© 2009 francescocapalbo.blogspot.com


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lunedì 2 giugno 2014

Alle radici del trasformismo. Quella volta che a San Sosti vinse… il re

di Francesco Capalbo

L'immagine proposta rappresenta la prima pagina del Corriere della Sera che annuncia la nascita della Repubblica Italiana.
Se, in quel fatidico 1946, il contributo degli elettori di San Sosti fosse stato determinante per la svolta istituzionale,  forse ancora  oggi saremo ... sotto il vessillo dei Savoia.
Vediamo di capirne il perchè.
Il 16 marzo 1946, finita da poco la seconda guerra mondiale, il decreto legislativo luogotenenziale n ° 98 stabilí che in Italia la Questione Istituzionale, ovvero la scelta tra Monarchia e Repubblica, dovesse essere compiuta dal popolo  mediante un referendum celebrato contestualmente all'elezione di un'Assemblea Costituente (i cui poteri erano limitati alla redazione di una nuova Costituzione ).
Nel Sud buona parte dell'elettorato era monarchico; in favore della Monarchia erano orientati settori consistenti dell'episcopato italiano e lo stesso Papa Pio XII.
La campagna elettorale fu lunga: i monarchici cavalcarono la paura istituzionale del salto nel buio, mentre da parte repubblicana si pose l' enfasi sulle complicità che la Monarchia aveva avuto con il fascismo.
La partecipazione al voto di domenica 2 giugno fu elevata.
Vinse la Repubblica con 12.718.641 di voti pari al 54,3 % di quelli complessivi; ne andarono alla Monarchia 10.718.502 (il 45,7 %), 1.498.136 furono i voti nulli .
Analizzando i dati Regione per Regione si evidenzia come l'Italia si fosse praticamente divisa: al Nord, la Repubblica aveva vinto con il 66,2 % dei voti , al Sud  la Monarchia aveva drenato il 63,8% dei consensi .
I dati aggregati della Calabria non si discostarono molto da quelli meridionali: la Repubblica totalizzò 338,959 voti (il 39,7 %), mentre la Monarchia ne raccolse 514,344 (il 60,3 %).
I risultati riferiti alla sola Provincia di Cosenza sembrarono mitigare la propensione dei calabresi per la Monarchia .
Furono attribuiti allla Repubblica 125.692 voti, il 44,04 % di quelli validi, mentre alla Monarchia ne andarono 159.707 (il 55%).

 Sorprendente ed unico appare invece il dato elettorale di San Sosti: votarono per la Monarchia 1.421 elettori, (l' 88,59%) mentre alla Repubblica furono attribuiti solo 183 voti, l' 11,41% dei voti validi. I voti non validi furono 28, di cui 12 schede bianche.
Niente di tutto ció avvenne nei paesi confinanti. A San Donato di Ninea ad esempio per la Repubblica si  espresse il 60,20 % degli aventi diritto, mentre a Sant'Agata d' Esaro il 60,88 % degli elettori scelse la Monarchia .
La motivazione del successo a San Sosti della Monarchia , con una percentuale  cosí esorbitante di voti, è da correlarsi alla grande capacità di penetrazione ideologica e organizzativa che il fascismo ebbe in paese.
Grandi furono infatti le compromissioni con il vecchio regime fascista da parte di alcuni personaggi  che, finita la guerra, videro nella Monarchia una sorta di baluardo protettivo.
Gli stessi personaggi cercarono, in pari tempo di riciclarsi, adattandosi alle  mutate condizioni politiche e  scegliendo  la Democrazia Cristiana, partito che a San Sosti ereditò dal fascismo uomini, apparati, liturgie e forme  organizzative del connsenso. 

All'elezioni per l' Assemblea Costituente , del 2 Giugno 1946, la DC a San Sosti infatti totalizzò 1.492 voti , Il 93,37 % del totale. 
Due fratelli, gli avvocati Alfio e Baldo Pisani, coinvolti anche ideologicamente nelle vicende del fascismo si accreditarono, in virtù del successo del 1946, come  capi locali del Partito di De Gasperi.
Cooptati, negli anni seguenti, in posti di grande responsabilità (Presidenza della Provincia di Cosenza e della Presidenza Cassa di Risparmio di Calabria e di Lucania) dai verici regionali dello scudo crociato, compirono  scelte sulle quali si abbatterono gli strali infuocati del Partito Socialista Italiano ed in in modo particolare di Giacomo Mancini che imbastì contro di essi una documentata polemica, sia giornalistica che legale e politica con lo pseudonimo di Gino Verità.