giovedì 23 settembre 2010

Santa Rosalia, San Defendente e la raccolta differenziata


di Francesco Capalbo

Le cronache ci riferiscono come nell' adunata del Consiglio Comunale di San Sosti del 16 settembre 2010 il vice sindaco si sia dichiarato affranto per non essere stato invitato in contrada Macellara alla solenne processione in onore di Santa Rosalia.
Avvinto dal rimorso per essersi fatto bocciare il progetto di raccolta differenziata dei rifiuti, supponiamo che il pio vice sindaco avesse voluto partecipare alla sfilata religiosa, in forma penitenziale, persuaso erroneamente che Santa Rosalia fosse la patrona dei netturbini.
Commossi nel constatare come l’animo umano possa covare in maniera laconica tanto ardore sentiamo però il dovere di ricordare al devoto Mario come il fervore, per dare buoni frutti, debba essere spedito all’indirizzo corretto.
Il protettore dei netturbini e degli addetti alla raccolta dei rifiuti non è Santa Rosalia ma un Santo bizzarro che viene festeggiato il 2 gennaio: San Defendente martire Tebeo.
Sarebbe auspicabile che il compunto vicesindaco, per ingraziarselo, organizzasse in tale data (presiedendolo con tanto di fascia tricolore) un triduo di preghiera in suo onore.
Siamo convinti che con la buona parola di un Santo che conta anche il Comune di San Sosti riuscirebbe ad avere un servizio decente di raccolta differenziata dei rifiuti.

P.S.
San Defendente, invocato anche contro i lupi, è un Santo dal temperamento sanguigno e non permette che i suoi protetti vengano gabbati.
Si guardi bene perciò il riverente vicesindaco dal volerlo turlupinare distribuendo a destra e a manca promesse da guascone!



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venerdì 3 settembre 2010

Fuochi d'agosto


di Francesco Capalbo

Con ciclica puntualità agosto è il mese dell’anno nel quale in Calabria si verifica il maggior numero di incendi.
Gli esperti ci spiegano come in natura l’autocombustione sia un fenomeno poco probabile e che molti dei roghi che devastano ogni anno una cospicua parte del patrimonio boschivo calabrese, siano nella quasi totalità dei casi, attribuibili ad un personaggio indicato col nome indistinto di piromane ,di cui invero esistono almeno quattro significative tipologie.
L’incendiario principe è sicuramente il piromane afflitto dalla sindrome di Nerone. E’ un soggetto disturbato dal punto di vista mentale, un vero e proprio psicopatico al quale andrebbero prestate con determinazione le cura del caso. I suoi istinti infuocati, sopiti durante tutto l’anno, d’estate si esaltano e con la canicola seminano fiamme, fumo e cenere.
Il “piromane speculatore” è invece un rovente imprenditore che mosso dal lucro, tenta di acquisire per quattro soldi i terreni distrutti dalle fiamme che egli stesso in maniera proditoria ha provveduto ad appiccare.
Non abbiamo tema di passare per osservatori bizzarri nel riferire come ultimamente dalle nostri parti si stia affermando la figura del… “piromane ieratico”.
Ben tollerato dalle autorità competenti e mosso da fermenti religiosi, nella stagione calda è solito organizzare, in occasione di pompose feste stile borbonico, spettacoli pirotecnici che solitamente si tramutano in incendi, fortunatamente di contenute dimensioni.
Nell’articolo che segue, tratto da Cronaca di Calabria del 24 agosto 1922, si fa riferimento invece al “piromane vendicatore” che appicca il fuoco con lucida determinazione, tentando in tal modo di vendicarsi di uno sgarbo o di un torto ricevuto.
Nell’agosto del 1922 un incendio distrusse nella montagna sansostese trecento ettari di terreno boscoso. Il paese rimase avvolto per giorni e giorni in una densa e pestilenziale coltre di fumo. Nelle operazioni di spegnimento si distinsero il sindaco dell’epoca, il cavaliere Eugenio Giordanelli, che proprio in quei giorni era stato insignito della Croce di Cavaliere della Corona d’Italia ed il maresciallo dei Carabinieri, Ambriani Antonio.
Non fu possibile accertare le cause dell’ incendio che invase contrade “fiorenti di faggi, ontani e di essenze legnose”. Alcuni cittadini pensarono ad un fenomeno di autocombustione. Altri,in maniera più realistica, protesero per la tesi che si fosse trattato di una “solenne e violenta” protesta contro i provvedimenti di un solerte Ispettore Forestale, che aveva vietato i pascoli con feroce rigore, infliggendo un mortale colpo alla pastorizia, all’epoca ritenuta la risorsa più consistente del territorio di San Sosti.



INCENDIO BOSCHIVO
San Sosti, 20 agosto 1922


Un poderoso incendio si è sviluppato sui monti di questo territorio, invadendo le contrade più fiorenti di faggi, di ontani, elci ed altre preziose essenze legnose per una estensione di circa trecento ettari. Le fiamme rosseggiavano immense sulla vasta zona del nostro patrimonio boschivo, mentre una fitta nebbia di fumo si aggirava lenta e distesa sulla pianura e nelle vallate. Furono invano richiesti mezzi e truppa per l’opera di spegnimento, finché lo slancio ammirevole di questa cittadinanza, dopo lavoro indefesso, e duraturo, è riuscito a domare l’impeto e le conseguenze dell’incendio, limitando il danno già considerevole e pressoché incalcolabile.
Non possiamo tacere l’opera ammirevole di questo Sindaco cav. Eugenio Giordanelli, il quale si recò personalmente sul luogo a dirigere le squadre operaie, incoraggiandole con l’incitamento e l’esempio. Né può rimanere sotto silenzio l’iniziativa, l’opera e l’ardimento del locale comandante la Stazione dei RR. CC. signor Antonio Ambriani, superiore ad ogni elogio. Ai due funzionari l’ammirazione e la gratitudine di questa cittadinanza.
Non abbiamo potuto accertare le cause dell’immane ondata di fuoco.
Chi parla di una solenne e violenta protesta dei cittadini contro i rigori dell’Ispettore Forestale di Cosenza per ave vietato i pascoli con i rigori feroci abolendo così la pastorizia, la più grande risorsa di questo Comune.
Chi parla di incendio spontaneo causato dagli eccessivi ed eccezionali calori della stagione.
Fra l’una e l’altra ipotesi non sappiamo discernere la verità, ond’è che la nostra indagine si arresta alla dolorosa constatazione dell’irreperibile danno, ed al rimpianto di non aver venduto i nostri boschi nel momento opportuno rinunciando così ad un vero tesoro. E’ ciò sempre per l’ignavia delle competenti Autorità, poiché non era mancata l’iniziativa dell’Amministrazione e quella di un privato cittadino.


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venerdì 20 agosto 2010

Discorso sulla terra dell'osso




di Franco Armino

Il paese è esposto a nord. E’ un paese di cattivo umore. Contadini costretti a zappare controvento. Due ore di cammino per arrivare a una “mezza cota” piena di pietre. Prima ancora era un esilio di pastori, dunque una terra di gente abituata a passare molto tempo in solitudine. Solitudine, malumore. Infine la scontentezza e la paura tipiche di questo tempo. Ai mali suoi il paese della cicuta ha aggiunto quello degli altri, quelli della piccola borghesia urbana traslocata qui dagli stipendi: gli insegnanti, gli impiegati al Comune o all’ospedale. Alla durezza, all’ostilità di sempre, all’attitudine a scoraggiare e a scoraggiarsi, si è aggiunta l’ipocrisia, la stitichezza emotiva. Vivere in un posto del genere significa consegnarsi alla infelicità. Poi si può solo decidere come sfruttarla. Sfruttarla per scrivere o per incentivare l’infelicità degli altri. Sfruttarla per circuire con un robusto anello di noi la propria infelicità in modo da non sentirla. A ciascuno il suo. L’insieme delle scelte o delle non scelte costruisce un luogo che è insieme secco e viscido, aspro e melmoso. Non ci sono spiriti tiepidi, accasati in una vita operosa e tranquilla. Tutti sembrano affaccendati, chi a costruire un fallimento già costruito, chi a salire una cima che non c’è. Infatti il paese è in alto, ma non ci sono montagne.
Il vento non muove solo l’aria, ma anche la terra. Il sottosuolo cammina, è fatto di argille sciolte, tegole informi che navigano in una cupa deriva geologica. Dunque, essere qui vuol dire essere in bilico, averla nel sangue l’idea di spaccarsi. Ecco il triangolo. La frana e il vento i due cateti. La miseria come ipotenusa mobile. Non più la miseria dei contadini, la fame fascista, non più il paese delle coppole e delle mantelle nere, ma la miseria spirituale di un popolo che non è più tale. Il nichilismo contemporaneo incrociato con la tragedia greca. L’autismo corale tagliato con l’accidia meridiana. Il pessimismo del Nord associato al vittimismo del Sud. Ecco la frontiera, il meticciato psichico e architettonico. Ogni casa esibisce un suo sgraziato stile, ogni anima una pena indefinita. C’è molto da studiare, molto da osservare e capire. Luogo d’avanguardia, luogo di capolavori dell’accidia, luoghi in cui la vita si sciupa nell’inerzia, nel passo millimetrato di chi non crede a niente. L’ebbrezza che ha lasciato il pianeta qui non si è mai vista. Al massimo si ride con cattiveria, si ride delle altrui disgrazie. Si parla dall’amaro, dal mal di fegato. Artrosi che storce anche gli umori verso una piega di perenne rancore. Nessuno è incolume e chiaro, nessuno è amato. Su questa base caratteriale è appoggiata un’economia postdemocristiana, un misto di pensioni, sporadici commerci, imprese senza slanci. L’emigrazione dei giovani dal Sud al Nord, l’emigrazione dei vecchi dalle panchine al cimitero. La vita non scorre, si aggroviglia in una stanchezza agitata, in una sequela di giornate deluse e deludenti. Una severa condizione di disagio glocale, prodotto dalla mestizia antica della civiltà contadina e dalla cialtroneria spirituale della modernità incivile. Non siamo nell’alienazione urbana e neppure in quella rurale. Una condizione in cui convivono il mondo di De Martino e quello di Augé. La terra dell’osso di Rossi Doria e la terra liquida di Bauman. Strani incroci di un luogo che non è più retrovia, ma laboratorio della nova epoca. Un’epoca allo stesso tempo sfinita e affaccendata. Un’umanità postuma e infantile. I vecchi diventano decrepiti e i giovani non diventano adulti. Le strade dell’agonia sono infinite, quelle della salute sono vicoli ciechi. Ci si ferma, ci si addormenta appena cala il tasso di dolore. E’ sempre la solita storia: la via se non è terribile ti sfugge.


Franco Arminio è nato e vive a Bisaccia nell’Irpinia d’Oriente. Il brano, per sua gentile concessione, pubblicato sul blog “Mille storie, mille memorie” è parte integrante del libro “Nevica e ho le prove”, Editori Laterza, 2009. Di lui Laterza ha pubblicato il volume di prosa “Vento forte tra Lacedonia e Candela. Esercizi di Paesologia”, 2009. In quattro libri, dall’ottantacinque al novantasette, è racchiusa parte della sua vocazione di poeta; appena apparsa per le edizioni D’IF, la raccolta di versi “Poeta con famiglia”. Alla poesia e alla scrittura affianca l’attività di documentarista. Ha creato insieme a molti amici “Comunità Provvisoria”, un movimento che si occupa della tutela dei paesi e dei paesaggi.

martedì 10 agosto 2010

Come si cancella la memoria da un luogo




di Francesco Capalbo

Quanti (sopratutto amici d’altri paesi) mi chiedevano di essere accompagnati per i vicoli del centro storico di San Sosti, rimanevano sorpresi dalla conformazione urbanistica di una stradina che collega la “posta vecchia” alla “vena di Cruci”. Il selciato antichissimo e costruito con pietra locale, si era mantenuto in buono stato perché la viuzza non era percorribile in automobile.
Esso permetteva che si serbasse memoria visiva della originaria conformazione delle strade che solcano il centro storico di San Sosti.
Questa mattina una potente ruspa lo ha divelto straziandolo: le pietre antiche, come pezzi di puzzolenti carogne, sono state abbandonate in qualche anonima discarica.
Invano ho cercato il “Cartello di Cantiere” per farmi una idea su chi abbia commissionato l’ennesimo scempio della struttura urbanistica della nostra comunità e su chi l’abbia eseguito.
Come al solito la distruzione della memoria(in tutte le sue accezioni!) apparentemente non ha mandanti tuttavia sono facilmente intuibili le generalità di quanti, di generazione in generazione, lucrano su di essa.



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lunedì 26 luglio 2010

Anecumene : il deserto che avanza


di Francesco Capalbo

La porzione di terra abitata dall’uomo nella lingua italiana è indicata con una parola poco usata, di derivazione greca e tardo latina: ecumene.
L’espressione evoca l’idea di luogo in cui tutti partecipano e concorrono alla sua evoluzione.
La qualità dei cambiamenti che, a seconda dei casi, scuotono o immobilizzano ogni parte di ecumene, dipende naturalmente dalla laboriosità, dal senso estetico, etico ed anche religioso delle persone che in essa convivono.
Il paesaggio, la sua conformazione e finanche la sua vegetazione danno conto dei processi evolutivi o involutivi che si susseguono su di un territorio, riportando alla luce i vizi e le virtù dei suoi abitanti, l’esprimibile ed anche l’inenarrabile delle persone che lo abitano, la probità ed anche l’inafferrabile ethos di quanti a vario titolo lo calpestano .
Tutto quello che si tenta, più o meno coscientemente, di occultare il paesaggio prima o poi lo rivela e mettendolo in mostra , restituisce di una comunità il brontolio delle sue viscere.
C’è ad esempio un lembo di San Sosti che ci rammenta, se lo osserviamo in maniera attenta, come fino a non molto tempo fa esso fosse un paese agricolo e fossero diffuse tutte quelle abilità legate al mondo dell’agricoltura, che di fatto lo rendevano unico e lo arricchivano di saperi e di vita.
Nello stesso tempo ci ricorda la stoltezza di quanti nei decenni trascorsi hanno concorso a rendere marginale l’economia della natura e della sussistenza, considerandola una economia di poco conto.
Il territorio, al quale mi riferisco è lungo e sottile come una virgola e si dipana in un’area segnata sulle mappe del Catasto con i toponimi di Castagneto, Varco, Paliermu e Marturano.
Negli anni della emigrazione transoceanica erano in molti a partire per le Americhe rincorrendo il sogno di poter ritornare in paese e magari acquistare oltre ad una casa ospitale, anche una “tomolata” di quelle zolle, allora considerate aspre ma preziose.
Antiche lettere di emigranti parlano di esse come si parla di una madre, di un amico di un fratello.
Abitate da folletti e da “donnibeddri” erano ritenute, nell’immaginario popolare, i luoghi dell’incanto e brulicavano di donne che scandivano il loro lavoro tra i grani del Rosario e il suono di due campane: quella del mattutino e quella della sera .
Fecondate dal duro mestiere di fiumane di umili braccianti , accolsero negli anni tra il 1917 ed il 1919, il travaglio dei prigionieri austriaci della Grande Guerra che, mandati a lavorare nel Sud Italia, trovarono nelle campagne di San Sosti ospitalità e compassione.
Un’efficiente struttura idraulica, che incanalava le acque del torrente Rose, permetteva da maggio a settembre che queste terre fossero irrigate.
Da una istanza datata 20 dicembre 1920, firmata da sessantatre piccoli proprietari terrieri e indirizzata all’Ufficio del Genio Civile pel Servizio Speciale Idraulico di Cosenza affinché fosse riconosciuto loro il diritto al prelievo delle acque, si evince che il sistema di irrigazione era stato congegnato da tempo immemorabile e “certamente prima del 1894”.
In virtù di questa rete di canali, un territorio apparentemente svantaggiato perché posizionato a mezza costa, acquistò suo malgrado le fattezze di una piccola conca d’oro. Su di esso, assecondando naturalmente i ritmi delle stagioni e con tecniche mutuate da antichi saperi, venne prodotto, fino agli anni settanta quasi tutto ciò che occorreva per il sostentamento della comunità locale.
Nello stesso tempo le attività agricole rappresentarono a lungo un baluardo contro gli incendi ed i fenomeni di degrado geologico.
Negli anni ottanta le cose iniziarono a prendere una piega diversa. Il canale d’irrigazione che necessitava di interventi di manutenzione, venne interrotto da alcune frane e gli agricoltori, per lo più anziani, che ancora stoicamente rimanevano a sudare su quei terreni, chiesero il sostegno dei pubblici amministratori.
Nessuno si interessò fattivamente del problema, la cui soluzione avrebbe richiesto interventi poco onerosi ed i contadini abbandonarono le zappe fra le ortiche.
Nello stesso periodo, un coacervo di arditi tecnici e di sfrontati amministratori canalizzò un po’ più a monte, un imponente flusso di denaro (più di cinque miliardi di vecchie lire!) verso un sedicente “Parco Naturalistico Gola del Rosa” .
Di esso rimangono solo gli scheletri di alcuni diroccati capanni e l’aurea da “dritto” che accompagna nei nostri paesi, chi è solito fare incetta di risorse appartenenti alla comunità.
Quanto al terreno che una volta si dipanava lungo e sottile come una verde virgola, ora è diventato una selva oscura e inaccessibile.
Sottomesso dai rovi e infestato dalle ginestre, è assurto a metafora botanica di quello che sta diventando la parte interna della Calabria: terra inabitabile, “anecumene”!
Ad un’ antica parola sembra oggi affidato il compito di ricordarci come il deserto, evocato dall’azione insipiente ed arida di molti, inesorabilmente avanzi.



Nella immagine grande: i resti di un capanno del "Parco Gola del Rosa".
Nella immagine piccola: il vecchio mulino ad acqua colonizzato dai rovi.





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sabato 10 luglio 2010

QUESTIONE DI SCELTE

di Grazia La Cava
A chi ha la fortuna di viaggiare, appena giunto in aeroporto (o comunque in stazione) di una qualsiasi città, capita spesso di soffermarsi ad osservare le vetrine dei negozi che hanno scelto quel punto di arrivo per esporre i loro prodotti. Molti di questi esercizi commerciali - proprio per il luogo in cui sono ospitati – tendono a mettere in bella mostra i prodotti che più ne caratterizzano il luogo che il turista ha scelto per le sue vacanze o comunque per attrarre l’attenzione del casuale visitatore. Succede, così, che si vedano esposti prodotti tipici dell’artigianato regionale o prelibatezze culinarie di produzione locale.
A chi si dovesse trovare all’aeroporto di Reggio Calabria, consiglio di dare uno sguardo alla vetrina della piccola libreria che si trova in un luogo di passaggio, tra il punto di accesso per i controlli all’imbarco e il corridoio che porta al bar molto frequentato. Ovvio che – trovandosi la vetrina in quella posizione - chi si occupa dell’addobbo si preoccupi di mettere in bella evidenza quei libri che dovrebbero maggiormente attrarre il potenziale acquirente che, si presume, ha generalmente fretta e percorre velocemente quel tratto di corridoio. Esattamente ciò che fa l’esercente di artigianato o di prodotti tipici, esponendo merci che il visitatore difficilmente troverebbe in altri posti, attirando così la sua curiosità.
Ebbene, osservando la vetrina di quella libreria, buona parte dei volumi esposti trattano l’argomento ‘ndrangheta. Attenzione: non si tratta degli interessanti volumi di inchiesta di qualche magistrato o di seri studi approfonditi sull’argomento. Si tratta, invece di volumi che – almeno all’apparenza - sembrano esaltarne “il prodotto” proprio perché tipico della zona: copertine con lupare, berretti (“barritte”) su sfondi di santi e processioni.
Il turista poco informato – a questo punto – ne potrebbe dedurre che la Calabria (e la provincia di Reggio in particolare) siano carenti dal punto di vista letterario (visto che non ha niente da esporre) e che ciò che emerge è la “cultura” della ‘ndrangheta.
La locride, è riconosciuta, a ragion veduta, come il territorio a maggiore densità mafiosa, da cui transitano grandi quantitativi di droga proveniente da tutto il mondo e il suo entroterra aspromontano è stato per anni il luogo “governato” dalla ‘ndrangheta per ospitare sequestrati, depositi di armi, rifugi per latitanti.
Ebbene, quegli stessi luoghi hanno prodotto un grande numero di scrittori, riconosciuti artisti di grande spessore letterario, affermatisi in Italia e in Europa: Corrado Alvaro a San Luca, Mario La Cava a Bovalino, Francesco Perri a Careri, Saverio Strati a S.Agata del Bianco, Saverio Montalto ad Ardore. In nessun altro posto credo si possa trovare tanta fecondità letteraria concentrata in pochissimi chilometri di distanza. E credo pure che in qualsiasi altro posto si sarebbe fatto ogni cosa per poterne sfruttare tanta grazia in modo da trarne vantaggi turistico-culturali, puntando su queste potenzialità, per poter attrarre i visitatori: parchi letterari, itinerari turistici con visite ai luoghi descritti nelle opere dei narratori, stimolando la curiosità e la lettura, facendo, così, conoscere i nostri grandi narratori ad un pubblico più vasto.
Niente di tutto ciò. E non solo. Non uno di questi Autori è presente nella nostra vetrina, e così succede spesso nelle librerie di provincia dove in esposizione si trova di tutto tranne che libri, men che meno degli scrittori calabresi.
Al di là della casualità e della buona fede dei librai che, mirando a più facili introiti, evidentemente avranno calcolato il loro tornaconto, appare evidente l’amara constatazione che la Calabria, a tutti i livelli (a cominciare dalla classe politica), ha da tempo scelto di non investire su nessuna delle sue qualità, dalle bellezze naturali, alla sua storia, alla sua cultura e, di contro, sottovalutando o addirittura ignorando il fenomeno mafioso.
Ho avuto modo più volte di evidenziare i forti contrasti della calabresità con eccellenze culturali e bellezze naturali, da un lato, e ‘ndrangheta e malaffare, dall’altro.
Finora tutto è stato ignorato o sottovalutato, sia la cultura che la ‘ndrangheta, lasciando agli altri il compito di decidere le sorti della nostra Regione, con i risultati poco edificanti ormai fin troppo evidenti.
Oggi la Calabria è questa e, prima di affondare, è necessario che siano i calabresi ad investire sul loro futuro, operando delle scelte chiare, puntando a valorizzare ciò che si crede siano i veri punti di forza.
Nella vetrina della piccola libreria dell’Aeroporto di Reggio è in scena l’esaltazione del fenomeno criminale con l’esposizione di lupare e barritte.
Questione di scelte.

Bovalino, 7 Luglio 2010

domenica 23 maggio 2010

Primi sindaci - donne d'Italia: un saggio ci rivela particolari inediti


Nota introduttiva di Francesco Capalbo


Nei giorni scorsi è stato presentato un interessante testo del professor Guerrino Maccagnan, edito con il patrocinio della provincia di Verona.
Il saggio dal titolo “Ottavia Fontana”,oltre a tratteggiare le qualità morali, la profonda fede religiosa e l’impegno civico della protagonista, eletta nell’agosto del 1946 alla carica di Sindaco di Veronella, dedica un capitolo alle prime “sindachesse” d’Italia.
Il professor Guerrino Maccagnan sintetizza nell’articolo che segue, in esclusiva per il blog “millestoriemillememorie”, l’essenza della sua pregevole ricerca e ci rivela particolari fino ad oggi poco conosciuti…


UNA DONNA DEL FARE
Presentato un libro su una delle prime donne-sindaci d’Italia


Di Guerrino Maccagnan

Il 7 maggio, nella sala civica del Comune di Veronella (Verona), gremita da un folto pubblico, è stata presentata l’ultima ricerca del prof. Guerrino Maccagnan: Ottavia Fontana – Maestra e Sindaco di Veronella. Ospite d’onore la dott.ssa Perla Stancari, Prefetto di Verona, affiancata dai Sindaci del territorio colognese e da altre autorità politiche, come l’on. Massimo Giorgetti (Assessore ai Lavori Pubblici della Regione Veneto), il dott. Marco Luciani (Assessore all’Istruzione e alle Politiche Giovanili della Provincia di Verona), Antonio Pastorello (Presidente del Consiglio della Provincia di Verona). Il saluto agli ospiti è stato dato dall’Assessore alla Cultura dott. Alessandro Piacentini e dal Sindaco Michele Garzon. E’ seguita la lettura di alcuni brani del libro, con proiezione di immagini curate da Franco Bressan. La serata è stata allietata anche dai canti polifonici del Coro “S. Cecilia” di Veronella.
L’autore è intervenuto, rilevando che il 60° anniversario della morte di Ottavia Fontana ha offerto l’occasione per illuminare una figura di donna straordinaria, che ha improntato la sua vita sulla pratica del Vangelo. Ha donato se stessa agli altri, in silenzio ed umiltà, come fanno generalmente i santi, operando generosamente nella famiglia, nella scuola, nella comunità parrocchiale e in quella civile. Figure come quella della Maestra Fontana ormai non esistono più: sono state sostituite dalla Grande Maestra, la televisione, che ci mostra ogni giorno un’infanzia violata, con bambini abbandonati ed affamati, armati e rapiti, percossi e violentati, contesi e respinti e perfino uccisi. L’autore ha sottolineato che sul nostro futuro è calata una cortina di nebbia che può essere diradata solo dalla luce delle donne e dei bambini, nostre speranze e nostri valori insostituibili,
La Maestra Fontana, oltre che esemplare educatrice, è stata anche impegnata nell’Amministrazione comunale. Fu eletta Sindaco all’unanimità dal Consiglio Comunale il 24 agosto 1946, in seguito alle dimissioni del primo Sindaco del dopoguerra. La sua elezione assumeva un significato che travalicava i confini di un piccolo paese e s’inseriva nel più ampio orizzonte della storia d’Italia. Infatti, in quell’anno iniziava il lungo cammino dell’emancipazione femminile, con il diritto di voto attivo e passivo e con la nomina delle prime donne-Sindaci, vere e proprie mosche bianche e antesignane di una parità nei ruoli pubblici e nel campo del lavoro che non è ancora del tutto conquistata.
Prima di lei solo quattro donne italiane avevano ottenuto la carica di primo cittadino: Ninetta Bartoli, Sindaco di Borutta (Sassari), che fu anche amica di Antonio Segni, futuro Presidente della Repubblica; Margherita Sanna, per due volte Sindaco di Orune (Nuoro); Katty Tufarelli, Sindaco di San Sosti (Cosenza), che diventò il simbolo di un’incipiente democrazia dopo la caduta della monarchia; Ada Natali, Sindaco di Massa Fermana (Ascoli Piceno) dal 1946 al 1959 e deputato della Repubblica nelle liste del PCI fin dal 1948. Tutte donne che meritano di essere ricordate per il loro coraggio e per il loro impegno a servizio del bene comune. Non dobbiamo mai dimenticare comunque che la donna custodisce il segreto della vita e ogni rinascita porta il segno della femminilità. Perfino il nostro pianeta è chiamato “la nostra Madre Terra”. E gli uomini devono convincersi che la donna va rispettata ed amata perché è portatrice di valori universali. Lo dichiara poeticamente il P. David M. Turoldo: Donna, forma estrema del Sogno, / anima del mondo, / Tu sei il grido della creazione.


Nell’immagine: la copertina del libro “Ottavia Fontana”.

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lunedì 3 maggio 2010

Presentata a San Sosti un'antica "ninna nanna" calabrese. Il video della manifestazione

La redazione di Millestoriemillememorie

Un’ antica ninna nanna calabrese, scritta (nel settembre del 1893) dall’etnologo cetrarese Giovanni de Giacomo è stata presentata, domenica 2 maggio, nella chiesa di Santa Caterina Vergine e Martire di San Sosti nel corso di una partecipata manifestazione promossa dai siti “Goladelrosa.eu” e “Millestoriemillememorie”.
La ninna nanna, pubblicata per la prima volta sulla Rivista delle Tradizioni popolari, diretta da Angelo De Gubernatis, rivela come il genio del popolo calabrese si riversi con veemenza anche nelle espressioni più delicate.
La nenia è stata cantata da Isabella Iannello accompagnata da Calonico Luigi, Ranuio Pasquale e Stefano Saetta. I tre musicisti, utilizzando la chitarra battente e la lira calabrese, ne hanno ricostruito le atmosfere musicali, guidati in questa appassionata impresa dallo spartito originale del maestro Giovanni Savoia.
Hanno preceduto l’esibizione gli interventi di Raffaele Rosignuolo, di Francesco Capalbo e del parroco don Carmelo Perrone i quali sono stati concordi nel sottolineare l’importanza delle attività culturali nei processi di promozione umana e civile delle nostre popolazioni.
Per l’occasione Francesco Capalbo ha curato la stampa del volumetto “Duormi, gioiuzza mia, duormi e riposa”. La pubblicazione contiene il testo integrale della ninna nanna ed un breve saggio sull’impegno che Giovanni de Giacomo, in compagnia di importanti scrittori quali Benedetto Croce, Bonaventura Zumbini, Grazia Deledda e Antonio Fogazzaro, sostenne in seno alla Società delle Tradizioni Popolari.
Di seguito è possibile visualizzare il video di una parte della manifestazione.



© Millestoriemillememorie

sabato 1 maggio 2010

1° Maggio 2010


Nell’ immagine : “Il Quarto Stato”, Giuseppe Pellizza ( Volpedo, 28 luglio 1868 – 14 giugno 1907)

© www.francescocapalbo.blogspot.com

domenica 11 aprile 2010

Sacre lagnanze

di Francesco Capalbo

Il Santuario del Pettoruto da sempre è stato oggetto di “particolari brame” da parte del notabilato e degli amministratori del luogo; nello stesso tempo la popolazione di San Sosti lo ha sempre degnato di attenzioni speciali.
I sansostesi, dovunque si trovassero, hanno sempre percepito con soddisfazione il minimo miglioramento delle strutture ricettive del “sacro delubro”, sostenendolo con laute offerte. Critiche feroci ed in alcuni casi immotivate sono state anche dispensate a quanti, pur incamerando le donazioni, non si prodigavano per renderlo accogliente o per migliorarne la viabilità.
Nel 1965, Don Francesco Amoroso allora rettore del Santuario, “di fronte alle voci giunte anche al clero della diocesi” a riguardo del ritardo con il quale procedevano i lavori di rimodernamento del Santuario, si sentì in obbligo di rilasciare pubbliche dichiarazioni al “Mattino di Napoli”.
Leggendo l’articolo, di seguito riportato, si ha la possibilità di riflettere sui ritardi storici che hanno segnato in maniera devastante le nostre periferiche terre. Mentre in Italia si celebravano gli anni del boom economico, figurato nell’iconografia mitologica con l’immagine scorazzante della “ Fiat Cinquecento”, i pellegrini erano costretti a raggiungere il Pettoruto inerpicandosi su mal messi sentieri.
La Cassa del Mezzogiorno (citata nell’articolo), che con i suoi fiumi di denaro avrebbe dovuto dotare il territorio meridionale delle necessarie infrastrutture, alimentava proprio in quegli anni le clientele di una misera classe politica di cui, ai nostri giorni, si tenta di celebrare in maniera maldestra e inspiegabile la beatificazione toponomastica.



In via di espletamento il primo lotto di lavori al Santuario del Pettoruto.
Viva soddisfazione da parte della popolazione sansostese e dei pellegrini



San Sosti 30 agosto 1965

Siamo quasi alle porte dei grandi festeggiamenti che, annualmente, dall’1 all’8 settembre, si svolgono al Santuario della Beata Vergine Incoronata del Pettoruto di San Sosti. La via mulattiera che s’inerpica su per il Sacro Monte, vedrà diecine e diecine di migliaia di pellegrini andare a rendere omaggio alla miracolosa Madonna.
Moltissimi lamentavano la mancanza di locali adatti per accogliere i pellegrini, la mancanza di alcuni servizi importanti ed indispensabili, la relativa capacità del Tempio. Da diverse parti si muovevano della critiche all’amministrazione del Santuario che non spendeva gli oboli offerti alla Madonna annualmente.
Di fronte a tanto, di fronte alle voci giunte anche al clero della diocesi, Mons. Amoroso, rettore del Santuario ci ha rilasciato delle dichiarazioni che è bene riportare.
Da anni, gli eccellentissimi Vescovi della Diocesi, hanno provveduto a versare i proventi del Santuario su un libretto bancario presso la locale Cassa di Risparmio di Calabria e Lucania allo scopo di riunire una congrua somma capace di far affrontare la mole poderosa di lavori razionali e necessari a portare il Sacro Luogo in condizioni da poterne fare un luogo veramente meta oltre che di preghiera anche di interesse turistico. Ma delle ragioni pratiche fecero rimandare i lavori.
L’inizio, avuto alcuni anni fa, della strada che avrebbe portato direttamente al Santuario fu una delle ragioni.
Trasportare il materiale edile a dorso di mulo o di asino sul posto, avrebbe costituito il doppio della spesa. Si aspettava che la carrozzabile venisse completata ma, ormai da anni, i lavori da parte della Cassa per il Mezzogiorno sono sospesi e chissà ancora quanti anni bisogna attendere.
Di fronte a tale problema, lo scorso anno venne deciso di sistemare in un certo qual modo, la vecchia strada mulattiera in modo da potervi transitare almeno dei camion di media portata.
Alcuni mesi fa, venne dato il via a dei lavori per un importo di cinquanta milioni, la maggior parte dei quali si trovava depositata presso la Cassa di Risparmio. Per il resto, si è impegnato il solerte ed insonne vescovo S.E. Mons. Rinaldi, fiducioso nella Provvidenza. Dall’avviso sacro, affisso di recente, nei vari centri della diocesi appare quanto è stato fatto.
La chiesa è stata ampliata con un’ Abside che permette ai pellegrini di muoversi con più agio nel Sacro luogo. Nell’abside troneggia un maestoso altare secondo le nuove norme conciliari. Il Trono della Vergine Santa è stato snellito e completato con gusto, recinto di balaustra e adornato di pavimento in marmo giallo di Siena.
L’intera chiesa è stata pavimentata in marmo di Carrara. Dietro l’abside si profila un imponente complesso in cemento armato con ampie sale per le confessioni, una luminosa sagrestia, sala per amministrazione della S. Cresima e tutti gli annessi per l’abitazione del clero che zela l’onore del Santuario. I locali riservati ai pellegrini sono stati, in parte, anche rimodernati e dotati di servizi per venire sempre maggiormente incontro alle necessità dei fedeli. I lavori continuano e continueranno fino al completamento ed alla sistemazione di tutta l’area del Santuario. Quest’anno i fedeli più numerosi saliranno le sacre pendici del Pettoruto.

Il Mattino 31 Agosto 1965


Le 2 foto sono tratte dal libro “Il Pettoruto”di Francesco Marasco e Giuseppe Marasco.


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giovedì 1 aprile 2010

Viae Crucis


di Giuliana Monforte

Il ventotto di marzo, domenica delle Palme, a Catanzaro nel corso di una commovente cerimonia sono stati commemorati i soldati austriaci deceduti in Calabria tra il 1918 ed 1l 1919. La funzione si è svolta nel Cimitero del Capoluogo della nostra Regione e dopo il rito religioso è seguito lo scoprimento di una lapide in ricordo dei trenta soldati austriaci morti di “Spagnola” nel locale Ospedale militare. Hanno presenziato alla manifestazione il Sindaco di Catanzaro Rosario Olivo e Peter Rieser, Presidente della Croce Nera d’Austria, organizzazione che ha lo scopo di mantenere viva la memoria dei militari austriaci caduti nei conflitti mondiali.
Sia l’onorevole Olivo che l’onorevole Rieser, nei loro interventi hanno posto l’accento sulla inutilità della guerra come strumento per dirimere i conflitti tra nazioni e sulle sue atrocità. L’iniziativa è stata organizzata da Mario Saccà, presidente dell’Associazione Culturale “Calabria in Armi” ed autore di importanti ricerche sulla fucilazione dei fanti della Brigata Catanzaro avvenuta a Santa Maria La Longa, paese della provincia di Udine, il 16 luglio del 1917.
Per l’occasione è stata curata una pubblicazione nella quale sono riportate alcune ricerche riguardanti la prigionia dei soldati austriaci nella nostra regione. Una di esse dal titolo “Feher Sandor e Michele Kopeling:un’unica bandiera due destini diversi”, porta la firma di Francesco Capalbo e narra di due soldati austriaci deportati nella Valle dell’Alto Esaro. Feher Sandor soldato ungherese di Hajdúböszörmény, una cittadina situata nella provincia di Haidù - Bihar, a duecento chilometri da Budapest, morì a San Sosti il giorno di Natale del 1918.
Michele Kopeling, nato a Varsavia nel 1896, faceva invece parte di un distaccamento di prigionieri polacchi che a San Marco Argentano producevano traversine per le ferrovie. Durante la prigionia si innamorò di una ragazza del luogo, Giardullo Luigina e alla fine del 1919 rifiutò di essere rimpatriato. Mise al mondo sei figli, quattro maschi e due femmine e visse facendo il contadino. Morì a Roggiano Gravina novantenne, nel 1987. L’amore della gente calabra lo preservò dall’essere spettatore e forse vittima, a Varsavia, degli orrori prima nazisti e poi comunisti.
Traendo spunto dalle parole della poesia di Giuseppe Ungaretti “San Martino del Carso”, la cerimonia del 28 marzo ha inteso ricordare, proprio ad inizio della settima Santa, le tante “Vie della Croce”, tracciate col sangue sulle terre d’Occidente e snodatesi fin nei lembi più nascosti delle nostre umili valli.

Nella prima immagine: lo scoprimento della lapide con i nomi dei trenta militari austriaci morti a Catanzaro. Nella seconda immagine: Mario Saccà, Rosario Olivo, Francesco Capalbo e Franz Karner. Nella terza Immagine: Mario Saccà, Peter Rieser e Francesco Capalbo.


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mercoledì 24 marzo 2010

Io non svendo


Di Grazia La Cava

"La vita umana va difesa innanzitutto dal delitto incommensurabile" dell'aborto. E questa difesa è uno dei valori "non negoziabili" in base al quale i cattolici devono votare nelle prossime regionali.
Stupisce questa dichiarazione del Cardinale Bagnasco – presidente della Conferenza Episcopale – che invita apertamente a non votare la Bonino ad una settimana dal voto. Stupisce – oltre che per l’invasione di campo a cui ormai ci si è abituati – soprattutto perché nell’ultimo anno la Chiesa ha preso più volte le distanze da questo governo e dal Premier per i suoi atteggiamenti non certo compatibili per un buon cristiano.
Così la frequentazione abituale di minorenni, spergiuro sui figli, uso della falsità come strumento di governo, pianificazione della bugia sui mass media sotto controllo, calunnia come lotta politica sono valori per cui ci si può limitare alla nota di biasimo sull’Avvenire, ma che si possono perdonare al momento del voto. In altre parole, questi sono valori “negoziabili” su cui è ammessa la tolleranza.
Evidentemente la battaglia contro la legge sull’aborto è, oggi, per la Chiesa l’unica emergenza per l’Italia ed è rimasto l’ultimo valore “non negoziabile” per cui vale la pena spendersi per dare palese indicazione di voto.
Vecchio vizio della Chiesa, ma non solo.
Vecchio vizio degli italiani, piuttosto, quello di cambiare i parametri di valutazione a seconda delle stagioni e delle convenienze: dall’esser sempre pronti a criticare aspramente l’operato di governanti e amministratori per tutta la durata del loro mandato, al perdono al momento del voto, giudicando peccato veniale ciò che fino a quel momento è stato motivo di forte critica.
Anche il mio Comune si prepara ad affrontare le elezioni comunali; se si fosse fatto un sondaggio tra i cittadini 5 o 6 mesi fa, di sicuro pochi avrebbero riaffidato il paese agli amministratori uscenti, tanto evidente è il degrado in cui hanno lo fatto sprofondare. Ebbene, oggi quegli stessi amministratori sono tra i favoriti.
Questo modo di ragionare tipicamente italiano, ma ancor più meridionale, ha provocato - per lungo tempo - malgoverno, malaffare, privilegi, connivenze.
La situazione drammatica che l’Italia e la Calabria stanno vivendo non consente più tali leggerezze. E’ più che mai diventato indispensabile, soprattutto per noi calabresi, che il voto diventi lo strumento attraverso il quale rifiutiamo l’incapacità, il clientelismo, lo scambio, la mafia a vantaggio di capacità umane e politiche.
La rilevanza che si vuol dare ai valori è ovviamente soggettiva. Il giudizio sulle capacità delle persone ancor più. Possono cambiare a seconda della personalità, della fede, dei sentimenti di ognuno di noi. Sarebbe ora, però, che rimanessero punti fermi e che fossero il sistema di valutazione delle nostre scelte. Ciò che non è più sopportabile è la disponibilità a rinunciare ad essi. Non ce lo possiamo più permettere.
Che sia un voto consapevole.
Non svendiamo la nostra dignità in cambio di quattro sporche promesse.

Bovalino, 23 Marzo 2010

domenica 21 marzo 2010

Affinché gli Amministratori di San Sosti scoprano l’importanza dell’impegno culturale e attribuiscano a Mario Carbone la Cittadinanza Onoraria

di Francesco Capalbo
Martedì 23 marzo alle ore 17, a Catanzaro, nell’ambito del convegno “Il territorio violato. Alluvioni tra metafora, paesaggi e difesa dell’ambiente” saranno proiettate due pellicole: una di Ermanno Olmi e l’altra del sansostese Mario Carbone .
L’iniziativa è stata promossa dalla Cineteca della Calabria in collaborazione con la Biblioteca Comunale Filippo De Nobili.
Parteciperà alla proiezione anche il vice-presidente della Giunta Regionale della Calabria Domenico Cerzosimo.
Le due pellicole sono entrambe custodite nell’archivio filmico della Cineteca della Calabria.
Ad aprire l’incontro sarà la proiezione di “Piccoli calabresi sul lago Maggiore” di Ermanno Olmi. Il documentario realizzato nel 1951 narra dell’esperienza di un gruppo di bambini mandati in una colonia estiva dopo la devastante alluvione che in quell’anno sconquassò la Calabria.
Seguirà la proiezione di “Firenze novembre 66” di Mario Carbone. Con questo documentario il regista di origine sansotese vinse il Leone d’Argento a Venezia nel 1967.
Aspettiamo fiduciosi che gli amministratori tutti di San Sosti, finalmente sedotti dal dibattito culturale, tributino a Mario Carbone lo stesso affetto di cui lui è latore nei confronti delle sue origini.

La foto, scattata a Firenze nel 1966, è di Mario Carbone.

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martedì 2 marzo 2010

Silenzio e meraviglia




Di Grazia La Cava

"..se avessimo letto la letteratura calabrese...
Noi abbiamo avuto grandi uomini, come Corrado Alvaro, Mario La Cava, Saverio Strati che hanno detto
un secolo fa cose che noi elaboriamo come novità. A metà del novecento hanno detto cose che non abbiamo studiato a scuola, perchè la letteratura è scritta e fatta per il nord".
Nicola Gratteri, Magistrato antimafia - Intervista a Fahrenheit - Radiotre RAI – 22.02.2010

La ‘ndrangheta è in Parlamento!
La notizia campeggia a grandi titoli su quasi tutte le prime pagine dei giornali, suscitando meraviglia. E qualcuno, non calabrese, in buona fede, si sarà pure meravigliato.
Il fatto che a meravigliarsi siano alcuni calabresi e alcuni politici desta ancor più meraviglia.
A differenza di Cosa Nostra che da sempre ha apertamente dichiarato guerra allo Stato (i tanti giudici ammazzati ne sono testimonianza), la ‘ndrangheta, fin dagli anni ’70, ha affiancato all’azione criminale fatta di lupare e sequestri, un’azione molto più subdola e pericolosa: si è infiltrata nel tessuto sociale e politico, senza accontentarsi di delegare, ma diventando, spesso, protagonista della vita politica e sociale della nostra regione. Tutt’al più ha sfruttato i vari politici di professione i quali, furbi come galline, si son pure convinti di essere loro a sfruttare gli ‘ndranghetisti accaparrandosi i loro voti!
Inevitabile, quindi, la presenza della criminalità, diretta o indiretta, ai posti di comando, si badi bene, a tutti i livelli. La precisazione serve perché, vedrete, si cercherà di far passare il caso Di Girolamo come un caso isolato, eccezionale, per poi, passata la bufera, dimenticarsi di quel che succede giorno per giorno.
Questo sporco lavoro ha causato una tale presenza criminale nel nostro tessuto sociale che a chiamarla infiltrazione risulta quasi riduttivo, tanto ormai è radicata, oltre che in politica, soprattutto nel nostro vivere quotidiano.
Perché meravigliarsi, allora?
Quando scegliamo chi votare non sentiamo quell’aria irrespirabile, quell’odore nauseante di ‘ndrangheta? Quando usciamo di casa, entrando in un bar, passeggiando per le strade dei nostri centri, non subiamo forse l’arroganza dei giovanotti che con aria spavalda sulle loro potenti automobili ostentano la loro supremazia sul territorio?
Le reazioni di ognuno di noi sono ovviamente diverse ma in molti casi, chi per vantaggio personale (magari per far carriera politica), chi per denaro, chi per quieto vivere (tanto la cosa non lo riguarda da vicino!) si comporta in modo che nulla cambi, proprio perché dalla situazione avrà tutto da guadagnarci. Ovviamente questi saranno quelli che si meraviglieranno e commenteranno disgustati i titoloni dei giornali.
Esclusi i pochi che in forme diverse cercano di ribellarsi, a proprio rischio, tutti gli altri sono sopraffatti dal sentimento di paura, apparentemente giustificato. Apparentemente perché così facendo non solo si diventa indirettamente ed inconsapevolmente collusi, ma perché lasciare ai mafiosi il controllo del territorio significa che non ci potrà essere sviluppo culturale, sociale, economico. Significa reprimere e soffocare qualsiasi volontà, capacità, idea, fino a cancellare dalle nostre menti qualsiasi ambizione di crescita.
Dovrà, quindi, essere più forte, in ognuno di noi, la paura di non essere liberi di poter esprimere ed attuare ciò che siamo capaci di fare, di costruire, di pensare; la paura di essere costretti a trasmettere ai nostri figli la cultura del silenzio e della rassegnazione.
Nessuno può, quindi, sentirsi escluso nella lotta alla criminalità, men che meno i cittadini calabresi, perché il crimine non è mai perpetrato contro il singolo, ma contro la libertà di ognuno di noi.
La vera forza della ‘ndrangheta è il poter contare sul nostro silenzio.
La nostra indifferenza non fa rumore.
Ancor meno la nostra finta meraviglia.


Bovalino, 1 Marzo 2010





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sabato 13 febbraio 2010

31 dicembre 1938: la lunga notte del male


Prima parte

di Francesco Capalbo

Durante l’estate del 1938, gli apparati del fascismo evocarono in maniera spudorata i demoni del razzismo.
Con un imponente spiegamento di energie, si agitarono da un capo all’altro dell’Italia teorie che diedero il loro significativo contributo ideologico alla discriminazione, alla persecuzione ed infine allo sterminio di chiunque fosse identificato come appartenente alla razza ebraica.
Il 14 luglio del 1938 venne pubblicato il “Manifesto sulla purezza della razza italiana” redatto da 10 scienziati.
In esso si sosteneva che la questione del razzismo in Italia dovesse essere trattata da un punto di vista puramente biologico, senza mediazioni filosofiche o religiose.
Al termine di un’attesa quasi messianica era arrivato il tempo in cui gli italiani si sarebbero potuti proclamare senza esitazione “francamente razzisti”.
Gli assertori del razzismo biologico pretendevano di definire le razze in base a parametri fisici e fisiologici (la forma del cranio, del viso, dello scheletro, il colore della pelle e dei capelli, il taglio degli occhi, i gruppi sanguigni, e così via), classificandole così come si fa con quelle canine, per poi postulare che sono i caratteri somatici ed organici a determinare le disposizioni psichiche e caratteriali. .
Secondo questa visione, gli italiani avevano caratteri puramente europei, completamente diversi da tutte le altre razze extra- europee, che non dovevano essere alterati da unioni meticcie .
Gli ebrei venivano additati come gli unici che nel nostro paese non si erano mai assimilati al resto della popolazione, proprio perché segnati biologicamente da elementi razziali non europei.
Il 25 luglio del 1938, un comunicato della segreteria del P.N.F. precisò che da questa formulazione, ancora dottrinaria, sarebbero scaturite ulteriori puntualizzazioni e decisioni politiche.
Il tempo premeva: con la creazione dell’ “impero”, la razza italiana era venuta in contatto con altre “razze” e doveva essere messa tempestivamente al riparo da ogni ibridismo o contaminazione.
E i provvedimenti non tardarono…
Il 5 settembre del 1938, il Regio Decreto Legge n° 1390 stabilì che alle scuole di qualsiasi ordine e grado, ai cui studi fosse stato riconosciuto effetto legale, non potevano essere iscritti alunni di razza ebraica. Dal 16 ottobre, inoltre, tutti gli insegnanti ebrei delle stesse scuole dovevano considerarsi sospesi dal servizio.
Il 7 settembre del 1938, il Regio Decreto Legge n°1381 revocò le concessioni di cittadinanza italiana, comunque fatte a stranieri ebrei, anteriormente al primo gennaio 1919.
Il 6 ottobre dello stesso anno, il Gran Consiglio del Fascismo sancì il divieto di matrimonio di italiani e italiane con elementi appartenenti alla razza camita, semita e altre razze non ariane. Nello stesso tempo si ordinò di rafforzare le misure contro chi attentava al prestigio della razza nei territori dell’impero. Per gli ebrei vennero anche prospettate pesanti limitazioni economiche riguardanti il possesso di aziende o di terreni.
Il 17 novembre il Regio Decreto 1728 stabilì che l’appartenenza alla razza ebraica dovesse essere denunziata ed annotata nei registri dello Stato Civile e della popolazione. Tutti gli estratti dei predetti registri ed i certificati relativi dovevano fare espressa menzione di tale annotazione.
Il paradigma dei codici discriminatori si completò con il Regio Decreto Legge del 29 giugno del 1939 che disciplinava l’esercizio delle professioni da parte degli appartenenti alla razza ebraica. Si sancì che ad essi fosse fatto divieto di esercitare la professione di notaio e di giornalista. Per le professioni di medico-chirurgo, farmacista, veterinario, ostetrica, avvocato, procuratore, patrocinatore legale, esercente in economia e commercio, ragioniere, ingegnere, architetto, chimico, agronomo, geometra, perito agrario, perito industriale, furono previsti degli elenchi aggiunti istituiti in appendice agli albi professionali.
A sostegno delle leggi razziali uscì, dall’agosto del 1938 al giugno del 1943, sotto gli auspici del Ministero della Cultura Popolare, “ La Difesa della Razza”, una rivista quindicinale.
Le leggi razziali trovarono in Italia appoggi generalizzati: il pensiero razzista ed antisemita aveva avuto la capacità di propagarsi anche negli angoli più remoti dell’Impero.
Oggi, a 72 anni dalla loro promulgazione, sono molti quelli che tendono a sminuirne la portata, sostenendo che il “razzismo” italiano fu essenzialmente ideologico, quasi una corrente di pensiero evanescente e tiepido A quanti sostengono (alcuni sono anche degli insospettabili!) che le leggi razziali italiane non abbiano avuto nulla a che fare coi campi di sterminio allestiti dai tedeschi, è necessario ricordare senza esitazione che esse giustificarono, prepararono e accompagnarono lo sterminio di milioni di esseri umani.


Nella immagine grande: Manifesto del razzismo italiano, La difesa della razza, 5 agosto 1938, pag.1.
Nella immagine piccola: Vignetta, La difesa della razza, IV,17,29.
Il testo sotto la vignetta è il seguente: “L’abitudine è una seconda natura. Gli ebrei tentano di concludere affari anche nei campi di concentramento.”



Fine prima parte



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lunedì 8 febbraio 2010

Orto sconsacrato!

di Francesco Capalbo

Il Blog “Mille storie, mille memorie” si preoccupa, ormai da tempo, di tenere alta l’attenzione in tema di memoria collettiva.
Per sottolineare le connessioni, non sempre felici, che le vicende politiche ed amministrative hanno con la storia della nostra realtà e con la edulcorata rappresentazione di personaggi, avvenimenti e contesti, oggi viene pubblicata in maniera integrale la Delibera numero 72 della Giunta Municipale di San Sosti.
E’ un atto avente per oggetto l’intitolazione del già Largo Orto Sacramento alla D.ssa Caterina Tufarelli in Pisani, datato 3 settembre 2009.
Reca la firma di SIRIMARCO Michele, OLIVA Vincenzo, DE SIMONE Mario, SIRIMARCO Luigi e RANUIO Francesca che l’hanno approvata “con votazione unanime, resa nei modi e forme di legge”.
Lungi dall'esprimere personali condanne a riguardo della D.ssa Caterina Tufarelli , nei giorni prossimi si avrà modo di analizzare con accuratezza il "contesto"umano, ideologico e politico che nel 1946 sostenne la candidatura della stessa e nel quale trovò linfa e sostegno la sua elezione.
Il 1946 (descritto già in un post del titolo: "Quella volta che a San Sosti vinse il re") fu l' anno degli audaci trasformismi, poichè molte persone di quel famoso e dimenticato "contesto" si riciclarono nella Democrazia Cristiana.
Negli anni precedenti erano state coinvolte col regime fascista e ne avevano sposato in maniera impudica le scelte ideologiche...


E' stato già scritto sull'argomento: "Quella volta che a San Sosti vinse il re. Alle radici del trasformismo".
L'articolo è consultabile al seguente indirizzo:












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giovedì 4 febbraio 2010

Calabria in tre righe. Castiga sondaggi o disinvolti suicidi?


di Francesco Capalbo
Un sondaggio condotto dal Quotidiano rileva che Partito Democratico e Italia dei Valori, presentandosi insieme in Calabria, sarebbero in grado di sconfiggere, alle regionali di marzo, il Centrodestra. Agazio Loiero (PD), Governatore uscente, non ci sta ed afferma rubizzo:“Io i sondaggi li travolgo nelle urne!”.


Nella foto: Agazio Loiero


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domenica 31 gennaio 2010

Storielle italiane. Politica ed eugenetica

di Francesco Capalbo

Claudio Ricci, sindaco Pdl di Assisi, ha le orecchie a sventola!
Il dato antropometrico a noi che abbiamo in odio le teorie di Lombroso ispira solo sentimenti di simpatia.
Lo stesso fremito di umana affinità non sembra invece agitarsi nel cuore di Silvio Berlusconi che venerdì scorso, dopo averne scrutato gli asimmetrici lobi auricolari, gli ha preferito come candidato alla Presidenza della Regione Umbria, Fiammetta Modena.
Si dice che prima del congedo il Presidente del Consiglio, con un gesto di inappellabile cortesia, abbia consigliato al Sindaco della città umbra il nome di un valente specialista in chirurgia plastica.
E dire che Claudio Ricci, con quella sua cera ieratica, nei giorni dell’aggressione lamentata dal premier a Milano si era preoccupato di spedirgli una sofferta e -mail per augurargli pronta guarigione.
Non immaginava che l’ augurio gli sarebbe stato restituito, a causa delle sue orecchie, con inusitata tempestività.

Fonte: Assisi, il candidato mancato e il giallo delle orecchie a sventola, CORRIERE DELLA SERA,sabato 30 gennaio 2010.


Nell’immagine Claudio Ricci, dal maggio2006 sindaco di Assisi. Dal 2009 è anche Vice Coordinatore Regionale dell’Umbria e Responsabile Comunicazione e Programma Popolo della Libertà.

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mercoledì 27 gennaio 2010

Per un “uso” meno sdolcinato e più cosciente della Memoria!



di Francesco Capalbo

A proposito delle nuove iniziative in merito alla ridefinizione della toponomastica, voglio invitare l'Amministrazione Comunale di San Sosti ad essere attenta, responsabile ed informata in fatto di "Memoria Collettiva", prima di prendere qualsivoglia iniziativa.
Molti hanno il vizio, che nasce dalla dimenticanza o dalla non conoscenza dei fatti, di usare accenti agiografici e celebrativi , spesso immotivati ed immeritati, nei confronti di avvenimenti e personaggi del passato.
Riducendo la "Memoria" ad un enorme contenitore di sdolcinate banalità, si corre il rischio che non è possibile nè tramandarla in maniera attendibile nè, alla bisogna, trarre da essa validi insegnamenti.

Nella immagine: La Memoria, René Magritte 1945.




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lunedì 25 gennaio 2010

La Biblioteca Circolante del maestro Iocca

Siamo spiacenti ma il contenuto di questo articolo non è fruibile on line. Esso farà parte di un libro in fase di ultimazione.

We are sorry but the content of this article is not available on line. It will be part of a book which will be finisched very soon.


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lunedì 18 gennaio 2010

Il particolare vezzo del pittore che nel 1863 dipinse la Madonna del Pettoruto


di Francesco Capalbo

In una contrada di Luzzi, sopra un piccolo pianoro dal quale è possibile scorgere in lontananza uno spicchio della catena del Pollino e la gola del fiume Rosa, è adagiata una chiesa rurale intitolata alla Madonna della Cava o della Sanità.
La storia narra che in questo lembo nascosto di Calabria l’intervento mariano portò soccorso a Lucrezia Scalzo, una ragazza disabile. L’interno della chiesa, di recente restaurata, è composta da tre corte navate decorate dal pittore Emilio Jusi, lo stesso che a metà degli anni cinquanta affrescò anche la chiesa di Santa Caterina Vergine e Martire di San Sosti. Alla fine della navata laterale destra è collocata una tela raffigurante la Madonna del Pettoruto che, sia per il realismo dell’immagine che per la cura dei particolari, potremmo definire di derivazione classica. Il dipinto svela non solo quanto fosse diffuso nei secoli scorsi sul territorio della Valle del Crati il culto della Vergine di San Sosti, quanto anche la ricercata sensibilità artistica di un personaggio poco conosciuto.
L’autore del quadro, stando alla firma collocata sulla sua sinistra, fu nel 1863 il pittore Antonio del Corchio, nipote ed allievo del famoso Aloisio Raffaele Maria Luigi, che dipinse opere sacre conservate in varie chiese della Calabria.
Secondo lo studioso Raffaele Borretti, tra i due parenti vi fu un rapporto di mutua collaborazione desunto dal fatto che in una tela conservata a Laurignano è decifrabile il nome del nipote sotto il monogramma con il quale l’Aloisio era solito firmarsi.
Del Corchio, sulle orme dello zio, studiò a Napoli e fu testimone insieme ad altri giovani pittori calabresi del fiorire delle speranze culturali della nostra regione nel periodo post unitario. Nella città partenopea trovò accoglienza, mentre la Prefettura di Cosenza si fece carico dei suoi studi.
Tra gli estimatori del giovane artista vi fu anche Vincenzo Padula che accostò il pittore di Aiello Calabro a Tano Eugenio, eccellente ritrattista ed anche fervido garibaldino. Lo stesso scrittore fu impressionato, sia per la fantasia che per la bellezza delle forme, da un dipinto raffigurante Tommaso Campanella nell’atto di contemplare il cadavere di Bernardino Telesio e ne propose l’acquisto alla Provincia di Cosenza.
Padula tuttavia non fu sempre benevolo nei confronti dell’ artista di Aiello Calabro . Tagliente si rivelò ad esempio la sua opinione a proposito di una tela raffigurante san Gerolamo ed anche il suo convincimento a riguardo di un dipinto figurante lo scontro tra Argante e Tancredi. In questo ultimo caso ebbe a sentenziare senza parsimonia di parole che il ritrattista disconosceva l’opera di Torquato Tasso.
Di Antonio del Corchio rimangono anche gli affreschi della cupola di San Geniale, ora Chiesa del Sacro Cuore e della Chiesa di Santa Maria Maggiore di Aiello Calabro, nonché il ritratto del Beato Domenico Lentini conservato in Lauria ed a lui attribuito in maniera incontrovertibile.
Svaniti appaiono ormai i dubbi intorno alla vera identità dell’uomo d’arte, ingenerati dalla bizzarra abitudine che egli aveva di anteporre la preposizione articolata “del” al suo vero cognome.
La firma “Antonio del Corchio” che compare sotto le sue opere sembra più che altro il ghiribizzo di un uomo d’arte che di nome faceva Antonio Corchio , figlio di Geniale e di Cecilia Aloisio, il quale venne alla luce nella contrada San Giuliano di Aiello Calabro in un giorno di fine settembre del 1834.

Nell’immagine: Madonna del Pettoruto, Antonio Del Corchio, 1863

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martedì 12 gennaio 2010

Forse non abbiamo ancora toccato il fondo…

di Grazia La Cava

Avevamo creduto di aver raggiunto il fondo!
Quando ormai si giunge a tal punto, l’istinto di sopravvivenza cerca di sopraffare il sentimento di sconforto e di resa riaccendendo la speranza di rinascita, con la consapevolezza che oltre il baratro ci può essere solo un futuro migliore. E questo istinto ci spinge a ricercare in noi ciò che positivamente ci distingue e ci caratterizza: le bellezze naturali, la storia, la tolleranza, l’ospitalità, la cultura. Ci siamo da sempre aggrappati a queste virtù, quasi ponendole come scudo protettivo per contrapporle all’ignoranza, all’arroganza, alla criminalità che, seppur decisamente minoritarie, emergono, decidono, votano. Comandano.
Stanno distruggendo le nostre bellezze naturali invadendole di veleni e ponti.
A Rosarno hanno accolto degli esseri umani nel fango, nel freddo, nel sudiciume a contendersi il cibo coi topi.
Li hanno sfruttati nei campi di raccolta facendoli lavorare 12 ore al giorno per pochi spiccioli.
Li hanno resi schiavi.
Hanno cavalcato l’incultura, il malcontento, l’avidità e per trovare consenso si sono dimenticati dei sacrifici dei nostri nonni e dei nostri padri che son partiti con la valigia di cartone verso terre sconosciute.
Si son presi la nostra storia, fatta di migranti che, in condizioni spesso disumane, col loro lavoro hanno arricchito il mondo.
Si son presi la nostra memoria.
Li hanno cacciati come bestie, quando non servivano più, supportati e confortati da Ministri che ora gridano vittoria invece di tacere, incuranti di salvaguardare un minimo di dignità, dopo aver fatto finta di non vedere ciò che accadeva.
Hanno legittimato la schiavitù che si stava consumando, ciechi e sordi nel non comprendere che ogni essere umano offeso, rifiutato, cacciato, porta con sé una ricchezza umana che appartenendo a tutti a tutti viene tolta.
Così ora non siamo più né ospitali né tolleranti.
Si stanno impossessando di ciò che ci ha reso forti, togliendoci, una ad una, quelle virtù che finora ci hanno sostenuto, come se volessero disarmarci delle nostre armi migliori.
E forse non abbiamo toccato ancora il fondo…

Bovalino, 12 Gennaio 2010

La foto è tratta dal sito : www.napoli.repubblica.it


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martedì 5 gennaio 2010

Cani alla Reggia


di Francesco Capalbo

Non vi venga in mente di far visita alla Reggia di Caserta in compagnia dei cani, celebrati dalla vuota ampollosità italica come i migliori amici dell’uomo.
Non importa che essi siano al guinzaglio o con la museruola, che posseggano il chip sottocutaneo, che i proprietari abbiano, per rimuoverne le loro deiezioni, paletta e sacchetto ecologico al seguito. Per gli educati cani d’appartamento, agghindati con vestitini e scarpette, come pargoli umani, l’eden di Caserta è off limits.
Un solerte custode vi avvertirà con fermezza che per essi è impossibile varcare la soglia dei giardini del pomposo Palazzo Reale voluto da Carlo III.
La spiegazione per questo originale impedimento non cercatela nella risaputa cattiveria di Diana. Il divieto non ha infatti il nobile compito di proteggere i visitatori dalle vendette della Dea della Caccia che, se sorpresa mentre fa il bagno nelle acque del parco, trasforma gli sventurati guardoni in cervi, così da farli sbranare da feroci cani.
I vostri miti bebè scodinzoloni non potranno entrare. Punto e basta!
Inutile mendicare altre spiegazioni, poiché si sa che i chiarimenti nei luoghi delle pubbliche terre di nessuno, sono leziosità inopportune, ghirigori per rompiscatole, decorazioni di cui si fregiano con discrezione (e un po’ con vergogna) solo i pochi eroi educati che la ventura ci permette di incontrare.
E’ bizzarro comunque constatare come solo i cani randagi, alcuni strafottenti e aggressivi, abbiano accesso alle verdi praterie reali, senza che alcun custode agiti, neanche per salvare le apparenze, i suoi pigri dinieghi.
Che la sorpresa non vi trafigga!
E’infatti universalmente risaputo che nei paradisi, ove una volta si sollazzavano i Borboni, tutte le porte sono dischiuse solo a chi si pone con non curanza fuori dalla legge. Quadrupedi o bipedi, che essi siano, poco importa.

Caserta, 28 dicembre 2009






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