domenica 12 novembre 2017

Gabriele D’Annunzio e la fucilazione dei fanti della Brigata Catanzaro





di Francesco Capalbo

“Caro Avanti!, […] se tu volessi registrare tutti i casi di barbarie verificatisi durante la guerra,del genere di quelli con tanto cinismo confessati da Graziani, dovresti pubblicare per parecchie settimane un numero quotidiano di 16 pagine”.
E’ questo l’incipit di una lettera, vergata da un anonimo ufficiale che, pubblicata in prima pagina sull’allora glorioso quotidiano socialista il 16 agosto del 1919, fece conoscere agli italiani “la decimazione” della Brigata Catanzaro.
Organizzata nell’imminenza della Prima Guerra Mondiale, la Brigata era costituita da due Reggimenti di fanteria: il 141°, che si formò a Catanzaro Lido ed il 142°, di stanza a Cosenza. Composta da fanti meridionali (preponderante era la presenza dei calabresi), dal giugno del 1915 al settembre del 1917 combatté valorosamente sul Carso, con una breve parentesi sull’Altipiano di Asiago. Sulle montagne trentine il 27 maggio del 1916, durante l’offensiva austriaca denominata “Strafexpedition”, fu protagonista di un’azione che rafforzò il morale delle truppe impegnate a contrastarla:con il solo aiuto della baionetta, i militi della Catanzaro liberarono due batterie rimaste circondate sul Monte Mosciagh, portandone completamente in salvo i pezzi di artiglieria e i cassoni di munizioni. L’azione meritò la citazione sul Bollettino di Guerra n° 369, diramato dal Comando Supremo il 29 maggio 1916 a firma del generale Luigi Cadorna.
La brigata subì, tra le rocce calcaree del Carso, perdite così gravi che per sopperire ad esse, dal giugno del 1915 all’ottobre del 1917, dovette ricevere più di trentaseimila soldati di rincalzo. Generali comandanti di Divisioni e di Corpi d’Armata promisero (mendaci!), agli eroici soldati d’assalto, un avvicendamento su fronti più calmi.
Provati da mesi di ininterrotta permanenza nell’inferno delle trincee con sfibranti turni di combattimento, reduci dai massacri del Carso, scalzi e con abiti a brandelli, tormentati dai pidocchi, stremati, denutriti, ridotti ad uno stato spettrale, il 24 giugno del 1917 furono inviati a trascorrere un periodo di riposo a Santa Maria la Longa (in provincia di Udine).
Erano questi gli unici momenti a disposizione dei combattenti per ritemprare le loro forze e per tentare di riappropriarsi della percezione di appartenere al genere umano.
Santa Maria la Longa era all’epoca una importante base logistica che ospitava anche il I ° Gruppo Aeroplani nel cui Comando figurava Gabriele D’Annunzio con l’incarico di militare tutto fare e di propagandista di professione.
Domenica 15 luglio, mentre la cittadina era immersa in una appiccicaticcia calura estiva ed i militi della Catanzaro impegnati a godersi gli ultimi scampoli della festività, giunse inatteso un fonogramma che li richiamava a Staranzano, trenta chilometri più in giù, in provincia di Gorizia… di nuovo in prima linea sul Carso!
Immediatamente si levarono grida di indignazione: i vecchi elementi della brigata,contadini che non fruivano di una licenza da più di diciotto mesi, urlarono che la guerra la volevano fare su altri fronti, in Carnia ed in Trentino, dove si riteneva fossero invece dislocate dall’inizio della guerra compagini d’imboscati e di raccomandati.
Il loro atteggiamento risoluto, che sfociò in una rivolta cruenta, di fatto smentì una stravagante teoria che circolava in ambienti vicini a Padre Agostino Gemelli, allora direttore del laboratorio psicofisiologico del Comando Supremo. Si riteneva in tali cerchie che i contadini in battaglia erano destinati ad opporre meno resistenza ad ordini feroci, in quanto le loro menti, povere di pensiero, erano suggestionate “dalla vastità dell’organizzazione”della vita militare.
Verso le 23 la sollevazione dei soldati divenne gravissima e furono prese di mira anche le baracche degli ufficiali. Alcuni insubordinati raggiunsero la villa del conte di Coloredo Mels che ospitava D’Annunzio e spararono colpi di arma contro di essa, forse per offendere col piombo proprio colui che più di ogni altro veniva considerato come il simbolo dell’esaltazione della guerra.
Si distinse, in quello che, a detta degli storici può essere considerato come il primo vero caso di ammutinamento nel Regio Esercito, la 6° compagnia del 142° Reggimento, che fece fuoco in maniera ostinata, desistendo solo all’arrivo di un nutrito gruppo di Carabinieri, di un Reparto di Cavalleria, di 4 auto mitragliatrici e 2 auto cannoni.
Nell’Ospedale da campo 206 morirono 12 militari (alcuni colpiti dai rivoltosi altri, forse essi stessi rivoltosi): Puleo Roberto, Trevisonne Luigi, Galati Vincenzo, Bianchetti Enrico, Sciocco Giuseppe, Albini Guido, Malerba Placido, Martinelli Giacomo, Bottino Felice, Rogora Carlo, Baramasco Francesco.
Quattro soldati del 142° Reggimento colti con in mano i fucili ancora roventi vennero immediatamente condannati a morte. Tra di essi figura un calabrese: Saverio Gratteri, nato a Gerace Superiore (Reggio Calabria), il 6 febbraio del 1888. Gli altri tre: Gianandrea Domenico, Alampi Salvatore e Rondinelli Paolo erano nati rispettivamente in provincia di Campobasso, di Catania e di Matera.
Altri 12 militi vennero estratti a sorte e solo perché appartenenti al 142° Reggimento, condannati a morte. Accanto a Cassalia Antonio nato a Cataforio in provincia di Reggio Calabria il 7 febbraio del 1890, vennero fucilati: Cavaies Antonino, Viola Antonio, Bellini Giovan Battista, Di Giorgio Pasquale, Dimitri Nicola, Gabriele Angelo, La Barbera Vito, Morello Angelo, Petirri Nunziato, Toma Luigi, Fabiano Giovanni.
La sentenza per tutti e sedici i condannati venne eseguita all’alba del 16 luglio, a ridosso del muro di cinta del cimitero di Santa Cecilia a Santa Maria La Longa.
Alla fucilazione assistette, “pallido come se la vita lo avesse abbandonato”, Gabriele D’Annunzio che ai fanti giustiziati dedicò parole piene di compassione, descrivendoli come “di bassa statura, scarni, bruni, adusti come i mietitori delle belle messi ov’erano nati”.
Nei suoi diari di guerra, lo stesso vate annotò la sequela dell’accadimento, che rielaborò più tardi ne “Il libro ascetico della giovane Italia”. Essa restituisce i cupi fotogrammi della tragedia: “La fucilazione. Il cimitero coi sette cipressi. Il muro grigio con i ciottoli visibili nella calcina. Il campo di granturco. Fra le piante i berretti, i caschi, le cervella su cui ronzano le mosche. L’afa. Il canto delle allodole. I cadaveri allineati, bocconi- insanguinati- le orecchie pallide- le mani concave- grigi- i chiodi delle scarpe- le fasce-le frasche che coprono i crani sfracellati. Il vento che passa. Il suono delle zappe e delle vanghe che scavano la fossa profonda. Le voci dei becchini. La mota delle scarpe. Ricordarsi della cantilena mortuaria – prima della scarica. Tra il muro del cimitero e la cappella grigia. Le ortiche contro il muro tragico.”
Per molto tempo, dei fanti della Brigata Catanzaro decimati, non fu possibile conoscerne i nomi in quanto gli alti comandi non ne diedero informazione neanche agli uffici dello stato civile dei comuni di nascita.Si deve agli appassionati studi di uno storico calabrese, Mario Saccà e di una ricercatrice friulana, Giulia Sattolo, se ora quegli “uomini di aratro e di falce”, hanno finalmente ritrovato la loro umana identità.

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martedì 13 giugno 2017

Una vita da mediano


di Francesco Capalbo

Il vento di bonaccia è tornato a soffiare sul campo di gioco di Domineddio ed ha prosciugato gli acquitrini che lo rendevano impraticabile.
Il terreno, reso salubre dal mite refolo, è ora percorso con passo da mediano, da un robusto parroco che ha gli stessi piedi altruisti di Oriali.
Il prevosto, come il grande Lele, è sempre nella mischia con “compiti precisi, a coprire certe zone, a giocare generosi”.
Don Ciro  visita gli anziani, veste gli ignudi e cerca di redimere i  massoni. Dicono che abbia persino invitato i deboli di mano a restituire il maltolto!
La porta della Chiesa sbucciata dalle tante intemperie è stata finalmente rimessa a nuovo.
E la domenica mattina gli spalti dello stadio del Padreterno sono assaltati da  nugoli di tifosi e di incuriositi spettatori.



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mercoledì 29 marzo 2017

Le mani del cardinale e il solecismo della contessa




di Francesco Capalbo 
Francesca Chaouqui ha il merito di aver offerto a noi, suoi concittadini,una nuova coordinata geografica.
Adesso, quando mi trovo lontano da casa, a chi mi chiede dove si trova San Sosti, basta precisare che è lo stesso paese della Chaouqui e non devo altre spiegazioni.
Per una sorta di solidarietà, che mai dovrebbe venir meno tra quanti hanno avuto la ventura di nascere sulle stesse zolle, ho letto il suo libro:“Nel nome di Pietro” edito da Sperling & Kupfer. L’architettura del testo è bene congegnata, ma i contenuti non aggiungono niente di nuovo alle vicende dell’umanità.
La storia della pulzella che vuole sanare l’incurabile, mi sembra un tema abusato: la Chiesa è da tempo una meretrice irredimibile, voluta forse così dalla stesso Padreterno per rammentarci  come l’irreprensibile non afferisca al mondo dei vivi.
Questa constatazione si è cristallizzata finanche in numerosi insegnamenti popolari che invitano le persone a seguire il magistero dei preti, ma non ad imitarne i costumi.
Alcune parti “periferiche” del saggio racchiudono invece le fattezze del racconto: sono quelle più interessanti.
Scrive la Chaouqui che una volta, nella Cappella di Santa Marta, si è trovata a pregare insieme al papa:“lui inginocchiato nel quarto banco e io per rispetto un banco indietro”. Snocciolare Avemarie col papa è una evenienza così rara, che avrebbe paralizzato chiunque, ma non la tenace calabrese. Dopo la seconda decina, racconta la saggista: “colta da un’ispirazione, tiro fuori il cellulare e cerco rapidamente su You Tube. Un momento dopo nel silenzio si diffonde il Pater noster cantato. Papa Francesco si volta con un mezzo sorriso. Ricambiandolo intono: Sanctificetur nomen tuum…”
C’è in questo avvenimento il gusto per l’iperbole che rappresenta il marchio della scrittrice verace, dal quale traspare, a mio avviso, come la Chaouqui possegga un indiscutibile talento da romanziera.
In altre parti del libro la giovane autrice ci offre squarci di fisiognomica ecclesiastica. Grazie a lei ora sappiamo che le mani rappresentano lo specchio di un carattere e che quelle di un cardinale di azione hanno dita lunghe e unghie poco curate.
La narrazione per alcuni versi, racchiude gli archetipi del racconto di formazione: la partenza dal paese in cui si è sentita sempre straniera, la mamma intenta a risolvere il fallimento del suo matrimonio, il padre ricaduto nell’alcolismo che vive per strada, la lotta con i Lestrigoni e i Ciclopi e, non ultimo, l’incontro con la contessa Pinto Olori del Poggio.
La patrizia è una donna con i capelli setosi che sottopone la sua allieva ad un faticoso training da lobbista, svelandole cose che ai comuni mortali sono precluse: il cotone non è un materiale nobile, lo stesso abito non s’indossa mai due volte, le scarpe devono essere fatte a mano e l’acquisto del proprio profumo ai grandi magazzini è un “solecismo”, una sgrammaticatura, poiché le persone di sangue blu hanno la loro personale essenza che arriva direttamente da Parigi.
E’ a casa della contessa che alla Chaouqui  viene svelata la summa della convivialità interessata: se devono sedersi intorno ad uno stesso tavolo un ministro, un ambasciatore, un cardinale e un capo di stato, è il cardinale a sedersi alla destra del padrone di casa e a essere servito per primo.
L’addestramento è particolarmente duro e Francesca spesso lo disattende . Non si può chiedere ad una calabrese, scottata dal solleone e sferzata dallo scirocco, di essere fredda, priva di palesi entusiasmi e senza fremiti di gentilezza. Non si può pretendere da una nata in un borgo soffocato da forme di religiosità barocche, di non gesticolare, di non ridere, di non piangere.
Confesso di aver trovato la figura della contessa più inquietante di quella del cardinale Pell. Avrei voluto che altri particolari fossero disvelati su questa nobildonna da Ancien Régime, priva di debolezze sia nella carne che nello spirito, ma la narrazione a tal proposito è divenuta reticente, come un doloroso coitus interruptus.
Meritava una dose maggiore di attenzione letteraria la figura di chi, introducendo l’ ambiziosa lobbista in un mondo di lupi, aveva forse avuto l’accortezza di avvisarla che “d’azzardo non si gioca in coppia e tantomeno in tre”.



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