mercoledì 23 dicembre 2009

Confine


di Francesco Capalbo
Nel dicembre del 1979 Alberto Cavallari, che due anni più tardi sarebbe divenuto direttore del Corriere della Sera, augurò ai suoi lettori Buon Natale raccontando tante storie di Natale; lui stesso le aveva lette con grande maestria sui volti della gente, nella cronaca, negli avvenimenti di quegli anni, nelle lotte sociali e prim’ancora nella sofferta storia di noi italiani.
Erano anni in cui le ideologie si confrontavano in maniera aspra e parole auree come destra e sinistra districavano tutta la loro idolatrica potenza. Nel loro nome si costruivano solchi, fossati e trincee che attraversavano le comunità piccole e grandi ed anche le stesse famiglie.
Alberto Cavallari non era solito farsi incantare da categorie che in Italia rappresentano ancora ai nostri giorni specchietti per allodole agitati, all’evenienza, da demagoghi in cerca di consenso. La frattura, la faglia sismica, il limen che lui descrisse in quel famoso articolo non divideva la destra dalla sinistra, ma l’orda dei furbi dal popolo dei fessi che insieme costituivano e costituiscono tutt’ora l’essenza antropologica della nostra nazione.
Il blog “Mille storie, mille memorie” non avendo in uso far gli auguri di Natale recitando convenevoli ritornelli, propone la lettura dell’articolo di Cavallari con l’intento di contribuire a render chiari sia gli aspetti reconditi del nostro carattere collettivo, sia la malcelata ipocrisia dei re che a Natale si “scambiano l'argento e la mirra avendo deciso che bisogna finirla con la megalomania d'un bambino che pretende anche lui la corona”.

Il Natale ''dei fessi e dei furbi''

di Alberto Cavallari

Ci sono tante storie di Natale. C'è quella della stazione di Milano, per esempio, dove si potevano vedere nei giorni scorsi decine di vecchi seduti sulle valige di fibra, con decine di bambini avvolti in scialli e coperte. Parevano le solite famiglie in arrivo dai luoghi d'emigrazione, in attesa del solito treno del sud, ma non era così. Bastava domandare: per scoprire che si trattava di nonni venuti dal sud, in attesa di treni diretti ancora più a nord, diciamo Svizzera, Germania, Francia, e che lo scopo del viaggio era di portare i figli dei loro figli a vedere i padri e le madri che lavorano a Lilla, Dùsseldorf, Zurigo, e che nemmeno rientrano a Natale. Così si vide partire un treno di nonni e di nonne, un treno di capelli bianchi, di rughe, di scialli neri, di spalle ricurve, e tutti erano carichi di bambini, valige, miseria, fatica, stanchezza, ma con una luce negli occhi. Era il Natale dei vecchi italiani che si mettono in viaggio per ricostruire lontano il presepe distrutto. C'è poi la storia raccontata nei giornali dei trenta quattromila messinesi che vivono in tuguri e baracche perché nessuno ha più ricostruito le case del terremoto del 1908, e così "terremotati si nasce": mentre altri italiani nel Belice, in Friuli, nella Val Nerina, ingrossano il numero di chi attende una casa, e vorrebbe rifare il villaggio travolto, riavere il presepe perduto. Ma i ministri dimenticano, le leggi aspettano, la "priorità"non funziona, la stella cometa non appare mai, il cronista descrive tuguri, topaie, canili, baracche, che si addensano nei pianori, nelle valli, sulle colline, diciamo pure il nuovo presepio che stiamo edificando. C'è poi la storia che raccontano le riviste illustrate: dei capitani d'azienda, dei baroni d'ufficio, dei mandarini sociali, che si scambiano regali favolosi, valigie di coccodrillo da sei milioni, orologi da due, bottiglie preziose da collezione, e poi partono per i caldi Caraibi, visto che del presepio interessa soltanto il finale, l'arrivo dei regali, il minuetto dei re che si scambiano l'argento e la mirra avendo deciso che bisogna finirla con la megalomania d'un bambino che pretende anche lui la corona. Ma siccome l'imitazione dei ricchi prevale sull'imitazione di Cristo, ecco milioni di non ricchi che sperperano, partono, regalano, distruggendo quel poco presepio che potrebbe sopravvivere. C'è poi la storia dei giovani: che non trovano lavoro, che non trovano casa, che trovano droga e corruzione, proprio mentre cominciano il viaggio verso Betlemme, magari con una donna al fianco, magari con un bambino da crescere. Ma non è facile trovare capanne, asini, buoi, pastori, contadini, in un paese che ha favorito lo svuotamento delle campagne, lanciato il mito dell'industrializzazione selvaggia, premiato l'uccisione dei vitelli, distrutto l'ambiente e la natura, combattuto la tradizione, travolto ogni equilibrio. Infatti, si sono trovati miliardi per tangenti e bustarelle, ma non s'è trovata una lira per far vivere meglio chi lavora nei campi, cura le piante, alleva vitelli e conigli. Così, mentre arriva la crisi scopriamo di non avere nemmeno la risorsa fondamentale che si chiama agricoltura: questo "presepe" economico che i tecnocrati dei salotti hanno giudicato superato. C'è poi la storia del "lavoro sommerso": del paese che sta in piedi perché la gente produce, traffica, lavora, in una zona d'ombra che sfugge ai censimenti di Erode. I soliti centurioni la scoprono, la denunciano, la discutono naturalmente tra una vacanza e l'altra alle Antille e nella loro nota ignoranza vorrebbero che fosse organizzata, orientata, fiscalizzata, fiatizzata o irizzata. Ma basterebbe fargli leggere la storia del capitalismo che Braudel ha finito da poco, lavorando vent'anni, per sapere che un'economia ha sempre somigliato a una casa a tre piani. Al primo piano ci sono "le strutture del quotidiano". Al secondo piano c'è "il gioco degli scambi". Al terzo piano c'è il capitalismo (privato o di stato). Quando al terzo piano si sbagliano le direttive, le cose si salvano al piano sottostante; e quando persino gli "scambi" del secondo piano s'inceppano, fortunatamente scatta la "cultura del materiale", fatta di uomini in cerca di nutrimento, soldi, tecniche, strumenti di lavoro. Perché meravigliarsi se, privi di un terzo piano funzionante, paralizzato persino il mercato, il mondo italiano sopravvive barricandosi al primo piano?Ma fermiamoci qui. Tutte le storie di Natale potrebbero confluire in una storia sola. Voglio dire nella famosa parabola "dei furbi e dei fessi" scritta da Prezzolini al tempo di Caporetto. Infatti, mentre incombeva la più grande tragedia del risorgimento nazionale, mentre tutto crollava e mentre tutti scappavano, Prezzolini ebbe il coraggio di lanciare una teoria e di formulare una previsione. L'Italia, disse, è un paese fondamentalmente costituito da furbi e da fessi. I furbi comandano, arricchiscono, sbagliano, perdono, mandano allo sbaraglio i fessi. I fessi combattono, lavorano, accettano, lottano, sono persino capaci di morire per la patria. Pertanto, siccome i furbi hanno prodotto Caporetto, e siccome resta sempre una immensa riserva di fessi, è facile prevedere che i fessi verranno mandati al fronte, che accetteranno ancora una volta di combattere, che si faranno uccidere, e che alla fine riusciranno a vincere. Né Prezzolini aveva torto. La sua teoria funzionò, e con essa la previsione. Passate poche settimane, cessò la Caporetto dei furbi. Puntualmente si verificò l'immancabile Vittorio Veneto dei fessi. Il lettore avrà già capito che tra tutte le storie del Natale '79 si deve scegliere l'ultima, che riassume le altre. Infatti, il teorema di Prezzolini è sempre valido, comprese le sue famose enunciazioni. L'Italia di cui Prezzolini parlava sessanta anni fa e rimasta la stessa. un paese dove "l'intelligente è un fesso anche lui"; dove "il furbo non usa mai parole chiare, e comanda non per la sua capacità ma per l'abilità di fingersi capace"; dove "i fessi hanno dei principi, i furbi soltanto dei fini"; dove "in generale il fesso è stupido, perché se non fosse stupido avrebbe cacciato via i furbi da parecchio tempo"; dove "ci sono i fessi intelligenti e colti che vorrebbero mandare via i furbi, ma non possono: primo, perché sono fessi; secondo, perché gli altri fessi sono stupidi e non li capiscono"; dove " per andare avanti ci sono soltanto due sistemi: il primo è leccare i furbi; il secondo - che riesce meglio - consiste nel far loro paura; infatti, non c'è furbo che non abbia qualche marachella da nascondere, e non c'è furbo che non preferisca il quieto vivere alla lotta, e l'associazione con altri briganti alla guerra contro questi ". Si potrebbe citare a lungo questa diagnosi, che resiste al tempo, alla moda, ai trasformismi. Ma il lettore ha capito e saprà continuare da solo, e aggiornare queste parole con volti e con fatti, con situazioni e vicende, che perpetuano - sessant'anni dopo - l'Italia di sessanta anni fa. Ciò che interessa, qui, è precisare che la generazione di Prezzolini sbagliò tutto: vedendo la soluzione nel fascismo, cioè nell'uso fatto dai furbi della disperazione che nasce nell'animo dei fessi quando si combattono tra di loro. Mentre dobbiamo chiederci, adesso, quale sia la via d'uscita per impedire ai furbi di portarci nuove Caporetto, e per impedire ai fessi di regalare ai furbi nuove Vittorio Veneto. Dopotutto, il meccanismo violenza - autoritarismo è sempre pronto a scattare facendo leva sulla stanchezza, sul terrorismo, sul timore del peggio; e impaurisce un "ordine" che viene proposto ai fessi attraverso" l'associazione dei furbi con altri briganti ".Che fare, allora, sessant'anni dopo? Che fare mentre il Natale 1979 riporta gli stessi problemi del Natale 1919? Che fare mentre il paese rivive la sua permanente tragedia dei furbi e dei fessi? Probabilmente, la risposta non è nel gioco degli schieramenti che si perpetua, nel sofisticato intrigo dei furbi che si consuma a Roma, nel bigliardo politico che si gioca usando vecchi tabù contro una classe lavoratrice sempre esclusa (per una ragione o per l'altra) dal governo del paese. Probabilmente è nel capire che non va solo chiesto ai " fessi " di combattere a Caporetto. Infatti, il prossimo Natale sarà forse troppo tardi. Potremmo scoprire che non si torna indietro lungo la strada intrapresa, in un'Italia dove il "sistema" sembra poggiare sui soliti "due sistemi" di Prezzolini. Primo, essere cortigiani dei furbi. Secondo (come gli scandali dimostrano), fargli soltanto paura per essere chiamati a dirigere e comandare in una associazione perpetua di finti fessi e di furbi veri che si strizzano l'occhio. Diciamo pure: in un succedersi di disfatte - vittorie e di vittorie - disfatte che impediscono al " paese reale " di nascere, cioè di avere finalmente il proprio Natale.
© Francesco Capalbo 2009

venerdì 11 dicembre 2009

I rossi dell' Immacolata









© Francesco Capalbo


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venerdì 4 dicembre 2009

U trividdru da Vijlia

di Francesco Capalbo

Anche quest’anno la sera della Vigilia dell’Immacolata il fuoco dei falò scalderà l’attesa per il rito secolare “du trividdru” (la spillatura) del vino nuovo. Ai tanti che, a San Sosti e nell’Alta Valle dell’Esaro, ancora si cimentano nella nobile arte di spremere da uve meticcie gocce di felicità policrome,il blog "Millestoriemillememorie” dedica “Sonetto al vino” di Jeorge Luis Borges.


SONETTO AL VINO

di JORGE LUIS BORGES[1]


In quale regno o secolo
e sotto quale tacita
congiunzione di astri,
in che giorno segreto
non segnato dal marmo,
nacque la fortunata
e singolare idea
di inventare l’allegria?
Con autunni dorati
fu inventata.
Ed il vino
fluisce rosso
lungo mille generazioni
come il fiume del tempo
e nell’arduo cammino
ci fa dono di musica,
di fuoco e di leoni.
Nella notte del giubilo
e nell’infausto giorno
esalta l’allegria
o attenua la paura,
e questo ditirambo nuovo
che oggi gli canto
lo intonarono un giorno
l’arabo e il persiano.
Vino, insegnami come vedere
la mia storia
quasi fosse già fatta
cenere di memoria.

[1] Buenos Aires, 1899 - 1986



© Francesco Capalbo


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lunedì 30 novembre 2009

La Grande Guerra del caporale Esco Silvestri


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Mario Saccà è uno studioso calabrese (di Catanzaro) di Storia della Prima Guerra Mondiale. Famosi sono i suoi studi sui fatti di Santa Maria La Longa ( Udine), località nella quale il 16 luglio 1917 vennero passati per le armi alcuni componenti della “Brigata Catanzaro”. Costituita il 1º marzo 1915 a Catanzaro Lido, tale Brigata era formata da due reggimenti, il 141° e il 142° in maggioranza formati da soldati calabresi. Logorata dai lunghissimi turni in trincea di prima linea, nei settori più contesi, essa venne impiegata come brigata d’assalto sul Carso dal luglio 1915 al settembre 1917. A Santa Maria la Longa dove la brigata era stata acquartierata a partire dal 25 giugno 1917 per un periodo di riposo, la notizia di un nuovo reimpiego nelle trincee della prima linea fece, pian piano montare quella che in poche ore sarebbe diventata una vera e propria rivolta. I fanti della Catanzaro protestarono e la protesta passò in rivolta. Alle ore 22.00 del 15 luglio 1917 iniziò il fuoco che durò tutta la notte. I caporioni di ogni reggimento assaltarono i militari dell’altro inducendo gli stessi ad ammutinarsi e ad unirsi a loro. Molti caddero morti sotto il fuoco dei rivoltosi, altri ne rimasero feriti. La rivolta durò tutta la notte. Per sedare la rivolta vennero impiegati una compagnia di Carabinieri, quattro mitragliatrici, due auto cannoni. La lotta durò tutta la notte e cessò all’alba. Sedata la ribellione, il comandante della Brigata ordinò la fucilazione di quattro fanti colti con le canne dei fucili ancora calde e la decimazione della compagnia. All'alba del 16 luglio dodici fanti più i quattro colti in flagranza, alla presenza di due compagnie, una per ciascun reggimento, vennero fucilati a ridosso del muro di cinta del cimitero di Santa Maria La Longa e posti in una fossa comune.
Il caporale calabrese Esco Silvestri muratore, soldato e poeta, descritto nell'articolo, inquadrato nel 142° R.F., fu testimone dei fatti e dedicò ad essi dei versi molto toccanti . Mario Saccà invita i lettori a fornire evetuali notizie utili affinchè del "biondo e silenzioso soldato" di cui narra anche lo scrittore Carlo Tumiati se ne possa ricostruire l'esatto profilo anagrafico.

© Francesco Capalbo

venerdì 27 novembre 2009

Una importante opera di Filosofia del Diritto a cura di Mario Sirimarco


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© Capalbo Francesco

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domenica 22 novembre 2009

Le ventisei libbre di monete e... le altre storie



di Francesco Capalbo

Il territorio dell’Alta Valle dell’Esaro ha una storia centenaria di abusi, solo in parte mitigata dal trascorrere del tempo. Per fare un esempio, sono stati molti coloro che hanno partecipato all’orgia di spoliazione delle sue risorse archeologiche, contribuendo a consegnare alle generazioni successive un corpo di società scarnificato come una carcassa di animale.
Solo una minima parte di queste vicende è nota al vasto pubblico: tra di esse la storia dell’ascia di Kyniskos e del suo avventuroso peregrinare attraverso l’Europa, ricostruito e pubblicato nell’instant book “Della raminga scure[1]”.
In pochi sono a conoscenza di come nella zona in cui venne ritrovata la preziosa scure, conosciuta con il toponimo Artemisio, siano stati rinvenuti in diverse epoche altri preziosi reperti, spariti poi nel nulla. Nel 1857 Leopoldo Pagano[2] in un libro più citato che letto, dal titolo lunghissimo: “Opuscoletti vari ovvero monografia di Mottafollone, storia della sacra Cinta e raccolta di massime morali per l’arciprete Domenico Cerbelli”, racconta del ritrovamento di una moneta e di un mortaio. La moneta del peso di un ottavo di oncia[3], recava su una faccia l’immagine di un toro e sull’altra una testa incoronata. La detenne un certo Don Angelo Servidio di Sant’Agata d’Esaro, che la ebbe a descrivere come risalente al periodo di Alessandro il Macedone. Del piccolo mortaio in bronzo si disse invece, che era esternamente istoriato con immagini di persone ed i manici terminavano con due teste di asino. Il Pagano ritenne che nel mortaio fossero rappresentati i misteri dionisiaci e che le teste fossero piuttosto di bue, simbolo prediletto dei primi abitanti dell’Italia Meridionale e che esso appartenne ad un certo don Alessandro Spagnuoli che nel 1810 lo “diede” ad un ufficiale al seguito delle truppe francesi di stanza in Calabria.
Ancora nel 1857, in un articolo apparso su Poliorama Pittoresco e presumibilmente ispirato dallo stesso Canonico Pagano dal titolo: “ Altri due Cammilli romani rinvenuti nel Regno”, si diede conto del rinvenimento dentro il territorio di Mottafollone di un reperto archeologico in bronzo alto poco più di dieci centimetri. I camilli, che corrispondevano ai nostri attuali chierichetti, adempivano a piccoli servigi nei templi. Quello in bronzo ritrovato a Mottafollone, aveva la testa cinta di una ghirlanda di alloro. Avvolto da una veste corta, cintolo che scendeva fino ai ginocchi, indossava dei calzari che si sollevavano di poco al di sopra del tallone e coprivano il piede e la parte bassa della gamba. Anche di questo reperto si persero le tracce e si presume che esso sia andato a far parte di qualche collezione archeologica dell’allora Regno delle Due Sicilie.
Riferisce sempre lo stesso Pagano, che nel territorio di Arianta, nome col quale veniva designato il primo insediamento di Mottafollone, vi era una “incredibile abbondanza di sepolcri, di cadaveri, di monete di oro, di argento e di altre anticaglie”. L’Arciprete Domenico Cerbelli coevo del Pagano sosteneva che tale contesto era descrivibile come “un teatro di anticaglie rare” forse più della campagna Pompeiana e che non vi era né giorno né luogo in cui non se ne dissotterrassero.
In tale “teatro”, sul finire del XVII secolo, don Carlo e don Giovanni de Pietro, due fratelli preti originari di Sangineto,( luogo ove il loro casato fioriva tra le case notabili), rinvennero un cospicuo numero di monete di argento.
Alla loro morte il prezioso gruzzolo destinato come lascito alla Madonna del Carmine, fu intascato invece da don Roberto Telesio, principe di Bonifati. Nell’inventario del 30 gennaio 1706, fatto per mano del notaio Tommaso de Angelis di Sant’ Agata d’Esaro, venne riportato che erano “monete vecchie che più non corrono per libbre ventisei”. Si disse che erano di provenienza aragonese o angioina come quelle di Carlo II e Carlo III D’Angiò, ritrovate in contrada Ministalla, anch’essa ricadente nel territorio Mottafollone. Quanto alle altre monete di oro, di argento, di bronzo di età greca e romana sicuramente ritrovate nell’area, Leopoldo Pagano le giudicò “di tanta quantità, che se non fossero passate in tante mani, avrebbero potuto arricchire qualsiasi gabinetto letterario”.
Compagne di quelle greche di Jela o Velia, di Taranto, di Metaponto, erano simili anche a due monete di argento, all’epoca conservate in San Sosti da un alquanto discusso proprietario terriero di nome don Isidoro Lacava.
La loro sorte rimane avvolta nel mistero, così come enigmatico appare il destino del camillo romano e del mortaio in bronzo. Le persone che in passato le custodirono e poi le alienarono, pur appartenendo al notabilato locale, non ebbero la sensibilità culturale d’intuire che tali reperti avrebbero permesso alle generazioni future il recupero delle proprie radici.
Questo depauperamento, colpevole o no che sia, ha sicuramente privato noi abitanti dell’Alta Valle dell’Esaro di un senso di identità condivisa e profonda; è lecito allora interrogarci se i nostri comportamenti odierni abbiano fatto tesoro di quanto accaduto o se invece non riproducano, in fogge diverse, errori antichi.





[1] Francesco Capalbo, Della raminga scure, La biblioteca di “Mille storie, mille memorie”, Cosenza, 2009
[2] Leopoldo Pagano (1815-1862). Canonico della Cattedrale di San Marco Argentano oltre alle discipline ecclesiastiche coltivava lo studio della Storia Patria. Insegnò letteratura nei due Seminari di San Marco Argentano e Bisignano.
[3] l'oncia napoletana era sia un'unità di peso che un'unità di misura. Questi sono i corrispondenti valori decimali:peso: 1 oncia è pari a gr. 26,72 - lunghezza 1 oncia è pari a cm. 2,79.


Nelle immagini:

Il camillo romano, l'ascia di Kyniskos,la copertina della “Monografia” di Leopoldo Pagano.


© Capalbo Francesco

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domenica 15 novembre 2009

Le illegalità nascoste



di Alberto Volpe

Il rischio implicito nella ripetitività degli atti e comportamenti è quello di vedersi svuotare dell’originario valore il senso per cui quegli atti e comportamenti trovano concrete esplicitazioni. Chiamansi anche manifestazioni, la cui partecipazione, più o meno popolare, avviene più per trascinamento che per convinta affermazione dei principi per i quali si scende in piazza.
E’ il rischio che si corre realmente a seguito dei tanti convegni, seminari, comizi e manifestazioni di piazza in nome della legalità.
Un caposaldo della democrazia, ma prima ancora della civiltà in uno stato di diritto, che si invoca e si vuol difendere quando essa stessa legalità è messa a rischio da gesti, isolati o con complicità più o meno occulte, quali la intimidazione, incendi dolosi di automezzi e strutture, opifici e servizi, essi stessi offerti o gestiti da enti pubblici o da soggetti appartenenti alla piccola, media o grande imprenditoria.
Ancora peggio se taluni atti di vera e propria criminalità lasciano esanime e riverso in auto o per strada una persona, incensurata o con precedenti, che sia. In questo caso la coscienza civile resta ancor più scossa, e manifestare a testimonianza della inaccettabilità di quel tipo di violenza diventa spontaneo e corale.
Voglio qui richiamare, invece, i tanti, innumerevoli e sottili comportamenti di non minore illegalità che il cittadino comune (quello che conta perché contribuente, e non solo nella imminenza elettoralistica) subisce quotidianamente proprio da chi il livello della legalità è tenuto istituzionalmente a tenere alto e a garantire.
Se si desse “voce” proprio a quanti, temporaneamente fuori o lontani da quel ruolo, sono nella quotidianità gente comune (badiamo, non gente qualunque, spregiativamente parlando) vittima della subdola e presunta arroganza del potere, allora sì che ci vergogneremmo di doverci vedere affiancati nella comune lotta alla criminalità, e per la legalità, da personaggi che quel tipo di “violenza” applica nell’espletamento delle proprie funzioni e ruolo di servizio per la gente.
Parliamo dei soggetti “deboli” perché ammalati e quindi degenti negli ospedali, dei “deboli” finanziariamente costretti a cedere la propria attività lavorativa agli strozzini, od anche a mettere tra le “voci” del loro bilancio lavorativo la “tangente per la sicurezza”; parliamo dei soggetti (quindi non solo ed esclusivamente il genere o mondo femminile) vittime di stolking da parte del docente universitario o titolare dello studio legale o notarile o impresa telematica.
Ma non riteniamo più “fortunati” (sarebbe meglio dire meno vittime) quanti si vedono negati i propri diritti dagli uffici amministrativi pubblici. Questo succede quando si tollerano (o non si dà seguito ad una ordinanza di demolizione per abuso) illegalità e pagano quanti, invece, avevano ottenuto regolare autorizzazione ad edificare. Salvo a doversela vedere di fatto negata per impraticabilità della originaria ufficiale deliberazione. Od ancora quando si chiudono gli sportelli atti a ricevere delle domande (di condono o di richiesta di alloggio popolare) , che altri ed altrimenti detti “furbetti” trovano modo per farsele protocollare dalla finestra, chiaramente con la complicità “ripagabile”.
In tutti questi casi, è giusto chiedersi, se ha senso tenere la torcia della legalità tra le mani, se queste devono essere sacrificate alla illegalità diffusa di inetti o complici amministratori od organi tecnici asserviti a quella risma di amministratori. Così si giustifica il baso livello di fiducia nella politica. Così si mina il valore delle regole dell’ordinato vivere sociale e democratico. Ma per fortuna ci sono quei cosidetti “cani da guardia”, Corte Costituzionale di ogni Stato, e Corte Costituzionale Europea che sono preposte a prevenire un “usum delphini” del potere, in nome di un errato od improprio concetto del potere democratico delegato.


alvolpe@libero.it

Alberto Volpe è nato a Roggiano Gravina. E' autore della pubblicazione "Comunicazione di massa e processo di socializzazione". Corrispondente abituale della Gazzetta del Sud per la realtà territoriale della Valle dell'Esaro e di Roggiano Gravina in particolare, e dal marzo 2001 collaboratore de "Il Quotidiano della Calabria". Come "notista" ha collaborato con testate prestigiose tra le quali Avvenire.


L’immagine riproduce un depliant dell'Associazione Contro Tutte le Mafie che radicata nel grande Salento, ma operante in tutta Italia, ha pubblicato un saggio d’inchiesta sconvolgente di pubblico interesse nazionale. Esso è il “libro bianco delle illegalità sottaciute”.




© Capalbo Francesco

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mercoledì 11 novembre 2009

Il Pastore Sardo

di Francesco Capalbo

In maniera inattesa le foto ci svelano tante storie celate. Se conservate con cura,all’improvviso si animano, come se volessero costringere il loro possessore a restituire la parola alle persone che in esse compaiono.
La foto proposta in questo post, nonostante sia stata “utilizzata” una prima volta il 6 luglio scorso per descrivere un momento del percorso esistenziale di don Peppino Cauterucci e successivamente il 9 ottobre, per tratteggiare la eletta vocazione di don Ciccio Malfona, non ha ancora esaurito la sua carica evocativa. Scattata nel 1924 ora ci guida infatti nel tentativo di “dar verbo” al vescovo della Diocesi di San Marco Argentano, ritratto sulla sinistra della immagine nell’atto di accarezzare la testa di uno sbigottito marmocchio.
Monsignor
Salvatore Scanu nacque ad Ozieri in provincia di Sassari l’11 dicembre del 1859. Laureato in Sacra Teologia, venne designato 64°Vescovo della Diocesi di San Marco e Bisignano nel 1909, sotto il Pontificato di Papa Pio X e ne guidò le sorti dal 27 marzo 1909 al 22 gennaio 1932. Successe a Monsignor Carlo Vincenzo Ricotta, che aveva ricoperto l’importante incarico pastorale dal 22 giugno 1896. Successore di Monsignore Scanu fu Demetrio Moscato che nel 1945 venne nominato Arcivescovo di Salerno.
L’articolo che segue, tratto da Cronaca di Calabria, descrive l’arrivo del Pastore Sardo a San Marco Argentano avvenuto il 28 ottobre 1909 (esattamente cento anni fa!). Esso ci riferisce anche della sincera emozione provata dal Presule nel rimirare le montagne calabre che, a suo dire, adombravano nella loro maestosità il paesaggio della nativa Ozieri.


Il nuovo Vescovo


(Epad) – Il 28 decorso giunse fra noi S.E. il Vescovo D. Salvatore Scanu, novello preside di questa diocesi . Fu ricevuto, alla stazione, dal Sindaco avv. Roberti e da diversi sacerdoti, e all’ingresso in città, dal Rev.mo Capitolo, dal Consiglio Comunale, dalle autorità civili, militari, da tutti i signori, da numeroso popolo e dalla banda rossa. Tutti i balconi delle case e dei palazzi che fiancheggiano il corso
Duca degli Abbruzzi, erano stipati da Signore e Signorine, in elegantissime toilette, e che lasciavano cadere sullo imponente corteo, che accompagnava al Duomo il tanto atteso Prelato, una pioggia infinita di fiori, che tappezzavano artisticamente la via.
S.E. il Vescovo rimase soddisfatto della lieta e festosa accoglienza, e, discorrendo con vari signori, diceva: “che questi monti calabri adombrano nella loro pittoresca positura la poesia di quelli della sua Ozieri, e soggiungeva di essere ben felice per aver qui trovato un compatriota nella persona dell’esimio tenente dei R.R. Carabinieri”.
E così habemus ponthificem …e, se dobbiamo giudicare dalle apparenze: dal viso bruno, aperto e simpatico, dall’occhio scrutatore ed energico, dallo incedere spigliato e giovanile, bisogna dire che Egli è un prelato di attualità, che rifugge le viete forme di superstizione o di misticismo, e, nella risolutezza di essere anziché sembrare, alla praticità della vita accoppia il fine tatto politico nonché quella simpatica espressione di padronanza, che fa riconoscere in lui il buono e santo pastore non solo, ma anche alla occorrenza il rigido superiore.
E noi lo attenderemo fidenti alle opere, e non mancheremo, se farà bisogno, di richiamare la sua attenzione.
Certo che dopo la morte di S.E. Ricotta, della cui intima amicizia io mi onoravo, di quel santo, pio e benefico prelato, nel quale la mitezza dell’animo e la pietà, nonché il morbo che minava la sua preziosa esistenza, avevano pervaso tutte le fibre, facendo di lui un organismo d’impareggiabile debolezza, s’imponeva la scelta di un uomo giovane ed energico, ed io ricordo una frase che mi diceva Sua Eminenza Vincenzo Vannuteli, nel suo palazzo in via Giulia or sono tre anni: “La vostra diocesi ha bisogno di un braccio di ferro”.
Questo braccio alfine lo abbiamo, e facciamo voti che il Signore voglia conservarcelo ad multos annos pel bene della fede.

Cronaca di Calabria 7 novembre 1909

© Capalbo Francesco

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mercoledì 21 ottobre 2009

Il Barbassore




di Francesco Capalbo

Con il termine Barbassore nell’ottocento veniva indicato con toni spregiativi un personaggio che raccontava frottole in maniera spudorata, un azzeccagarbugli che seminava sciocchezze e sentenze arbitrarie con l’aria del sapientone ed era organico socialmente e culturalmente al notabilato dei piccoli paesi. Se fossimo vissuti cento anni fa, lo avremmo potuto notare mentre gesticolando fumava l’immancabile sigaro o la pipa in prossimità dei luoghi nei quali l’aristocrazia si dava convegno: nei circoli filantropici, nelle farmacie, nelle sale dei bazar.
La radice linguistica del termine ormai in disuso, ci rimanda al termine valvassore ed è in sintonia con gli scenari feudali che la parola evoca.
Soprannominato anche Bacalare, naturalmente da chi aveva gli strumenti culturali per individuarlo, il millantatore riceveva approvazione non solo dal gruppo sociale di cui faceva parte, ma per “melensaggine”, per servilismo, anche dal popolino che gli faceva da codazzo. Non essendo sviluppata la rete dell’informazione così come oggi la conosciamo noi, il Barbassore era egemone culturalmente in quanto le sue frottole in fatti di diritto, economia, di medicina, di filosofia,di astronomia, di meteorologia, e di letteratura non avevano possibilità di essere contestate e “la pubblica opinione e la direzione degli spiriti”dei piccoli paesi si trovavano salde nelle sue mani. Bastava un tagliente giudizio di questo personaggio, perché persone meritevoli di ben altre fortune, una volta ridicolizzate, si trovassero ad avere recise le proprie “vie onorevoli”. A riprova di come nella nostra Nazione il passato non passa mai e che l’Italia non è null’altro se non un grande paese, (il termine qui è utilizzato nell’accezione di borgo!) è possibile riconoscere ancora l’espressione da imbonitore di patacche , ovvero da Barbassore, stampigliata sul grugno di quel personaggio che ormai è universalmente conosciuto con l’appellativo di Sua Emittenza. Quanto ai piccoli Barbassori che ancora operano nei nostri piccoli paesi, non avendo essi altre abilità, la loro opinione rimane egemone solo in fatto di pedate, di briscola e di... politica. Infatti nella nostra terra, in passato indicata col nome di “Regno di Sicilia di qua dal Faro” e nel presente segnata a dito come “Terra straziata, posta al di là della legalità”, l’arte del governo rimane quasi esclusivamente attività per novelli Dulcamara.
L’articolo di seguito proposto, se letto con attenzione, ci suggerirà i modi per riconoscere i venditori di fumo e ci indicherà le strategie per neutralizzarli. Comparve sul “Calabrese” foglio periodico della seconda metà dell’ottocento, nel quale prestarono opera i migliori ingegni della provincia di Calabria Citra ed a firmarlo fu Carlo Maria L’Occaso, un intellettuale di Castrovillari che nacque nel 1809. “Integro, incorrotto e saggio”,così come amarono definirlo i suoi concittadini, L’Occaso ottenne il 10 ottobre del 1829 il primo grado di approvazione nella facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Napoli e il 3 aprile del 1830 la laurea in Diritto. Riconosciuto colpevole del reato di cospirazione contro l’autorità reale per gli avvenimenti che seguirono al tentativo di rovesciare la monarchia del 15 maggio 1848, morì in esilio a Nizza, il 23 febbraio del 1854.


I falsi sapienti de’ piccoli paesi

di Carlo Maria L'Occaso


Intra le altre cose vere, verissima cosa è che niente più offende gli uomini di quei falsi giudizi, che tutto giorno si fanno circa il merito di taluni, i quali abbenchè non sortissero dalla natura ingegno atto alle scienze ed alle lettere, e non abbastanza si affaticassero ne’ buoni studi, son però dalla moltitudine in gran pregio tenuti; e spesso godono sino allo estremo della vita di gran fama e di gran estimazione. Accade non di rado di vedere alcuni di costoro alzarsi superbi sopra gli altri, ricevere da ogni parte venerazione, rispetto, e con parlare oracolico, e con sentenze arbitrarie dispensare lodi, biasimo, e tutti tirannicamente usurpare i diritti de’ veri sapienti. E tanta è la forza del radicato pregiudizio, che se qualche buon ingegno tentasse, di rialzare il velo misterioso, ed aprire gli occhi al volgo, una sola parola di quei Bacalari[1], un sol segno di disapprovazione basterebbe a chiudergli le labbra. Onde molti per ignoranza e melensaggine, pochi per prudenza, tutti si fanno ad incensar quell’idoli, che meglio sarebbe rovesciar nel fango, e render segno di universal disprezzo. Quanto male poi da ciò derivi, non v’è chi nol comprenda; dappoichè la pubblica opinione, e la direzione degli spiriti trovansi nelle mani di coloro che ne usano assai malamente; e spesso sconfortati ed oppressi i meritevoli, veggon recise le vie onorevoli, che direttamente spingevali verso la meta, cui con tanto desio cercavano di aggiungere. Contro questo flagello, che specialmente affligge e discora le piccole città, non si è quanto basti lamentato; sicchè sembraci opportuno di qui esporre pochi nostri pensamenti, i quali se non potranno sciogliere il problema per sua natura difficilissimo, serviranno meglio a chiarire la cosa, e a dimostrare ad alcuni miglior campo ove spaziare con le sottili loro investigazioni. E primamente è a sapersi che i falsi filosofi di cui ragioniamo non è difficile a scoprirgli, basta che si abbia un occhio un po’ acuto, e qualche pratica intorno agli uomini; dappoichè quantunque Protei[2] novelli si trasformassero in mille guise, tutti però nascondono una pelle asinina, sotto vesti lucide che abbagliano. Vedransi uomini accigliati, cui fan lungo codazzo una moltitudine di persone di ogni ceto ed età cominciare i loro discorsi quasi sempre con l’Io; e quei beatissimi tangheri non muover mai dubbio su le tante bislacche fole che ascoltano. Però per quanto liberi e loquacissimi in mezzo ai loro stupidi ammiratori, altrettanto sono prudenti e circospetti, quando qualche incognito, o personaggio di merito conosciuto viene ad intromettersi nel circolo. Oibò, non si potrà allora sì facilmente sorprenderli, che coi soliti convincentissimi ripieghi trovan modo di far saltare la pruova. Più curiosa poi rendesi la scena, se l’importuno letterato vorrà in ogni modo entrare nella zuffa a piè fermo e deciso. In tal frangente tu vedrai muovere intorno agli astanti un derisorio sogghigno, quasi accennasse alla dappocaggine del contendente, e se riuscirà loro di mettere un po’ di ridicolo nella gara, tutto è in salvo, e la vittoria è sicura. Ma se questo non avverrà in tempo e il molesto rivale continua nel suo proposto, ohimè, la scena allora si cangia in male: essi entreranno in bestia, e quel povero incauto sentirà su di lui folta gratitudine di minacce, bestemmie e peggio. Han piena la zucca di lunghi indici di opere, che non mai, o malamente lessero; e perciò son pronti a trattare di questa e di quell’altra scienza, di questo o di quell’altro scrittore, ventilando ad ogni ora cose vaghe, generali, ripetute. Nemici naturali di tutti i buoni ingegni, e di coloro che suspicar potrebbero della verità di quell’alto merito che loro gratuitamente si attribuisce, van continuamente spacciando nel volgo mille fanfaluche[3]; e con parole, e con garbugli attentano alla fama de’buoni, i quali, spesso vittima delle loro insidie, viveranno neglettissima vita, o saran costretti ad abbandonare le care mura paterne.
E tra tante stranezze goderanno intanto pacificamente di una fama esagerata, che suole accompagnarli sin dentro la tomba. Queste, per quanto la sperienza ci mostra, sembran che fossero le principali caratteristiche di tali Barbassori[4]; ma nulla gioverebbe il riconoscerli, se non si sapesse come abbassarli, o almeno se non si pensasse al modo onde evitarne la malefica influenza. E qui invero sta il punto più arduo, né possiamo noi dar regola diretta e sicura. Crediamo però molto giovassero gli sperimenti che indicheremo. Il primo consiste in una lega di di buoni e forti ingegni, che professar debbono di sgannare il popolo con ogni sforzo; imperciocchè, entrato un po’ di sospetto, tutto l’incantesimo cesserà, e facil cosa sarà poi lo abbattere interamente l’indebolito colosso. Ma se questo non potrà effettuarsi, sia perché una concordanza di volere rendesi ognor più difficile a’ nostri giorni, sia perché non àvvi in molti energia di spirito bastante; allora dovendo ciascuno regolarsi da per sé, unico mezzo sarà di non urtare direttamente la opinone pubblica; ma di usare un’arte più fina e delicata, mercé la quale, evitando i colpi, si potrà di quando in quanto lanciare qualche raggio di luce in mezzo alle menti offuscate. Potentissimo mezzo sarà poi di spronar costoro e spingerli in ogni modo alle pubbliche rappresentanze; dappoichè vogliono o non vogliono dovranno, sia con parole, sia con i fatti, sia con scritture, manifestare quella pelle asinesca di sopra menzionata, e tutti, rinsaviti, esclameranno allora parturiens mons!


[1] Sapientone.
[2] Proteo (in greco Πρωτεύς) è una divinità marina e profeta della religione greca, figlio di Oceano e Teti, nonché padre di Idoteca, capace di cambiare forma in ogni momento.

[3] Assurdità, frottole,sciocchezze
[4] Chi si dà molte arie, saccentone. Da valvassore, con accostamento a barba.



Il Calabrese, anno primo numero 12, 30 aprile 1843


Nell'immagine: Carlo Maria L'Occaso.




© 2009 Francesco Capalbo


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mercoledì 14 ottobre 2009

Memoria e Futuro


Di Grazia La Cava

Il secolo scorso è stato testimone di grandi avvenimenti: la prima guerra mondiale, il ventennio fascista, la seconda guerra mondiale.
La formazione e l’educazione di quelli della mia generazione, pur non avendo assistito in maniera diretta a quei tragici eventi, non ha potuto non subirne l’influenza.
I nostri nonni e i nostri padri, attraverso le loro dirette testimonianze ci hanno, in qualche modo, resi partecipi di grandi sofferenze ma anche di grandi passioni civili e di quotidiane lotte per la sopravvivenza. I loro racconti hanno trasferito su noi stessi le loro esperienze investendoci inconsapevolmente della grande responsabilità di essere depositari di grandi valori di umanità e solidarietà che, inevitabilmente, si acquisiscono e si rafforzano in coincidenza di fatti tragici. In tal modo ci hanno consegnato in eredità un grande patrimonio da conservare e tramandare.
Ho visto il bellissimo film di Tornatore Baarìa dopo aver riletto (casualmente) “I fatti di Casignana” di Mario La Cava: storie di lotte contadine in Sicilia ed in Calabria, storie di gente semplice e povera che ha vissuto dal sud i grandi avvenimenti di quel secolo, lontano, quindi, dalla attiva partecipazione alle grandi lotte civili come la lotta al fascismo e la guerra partigiana. Eppure quelle genti, pur nella sofferenza e nella povertà (anzi, proprio perché nella sofferenza e nella povertà) hanno saputo uscirne con grande dignità - pur se talvolta sconfitti come avvenne a Casignana – dimostrando di volersi e sapersi ribellare alle ingiustizie ed alla sopraffazione, sacrificando talvolta anche vite umane. Eroi sconosciuti che Tornatore ha voluto ricordare nel suo film e La Cava nel suo romanzo.
A quasi 10 anni dall’inizio del nuovo secolo si ha come l’impressione che ci si dimentichi sempre più di ciò che è stato, ed è come se con l’ingresso nel nuovo millennio si sia voluto ripartire con slancio verso altri riferimenti, idee ed esempi da seguire con risultati quantomeno discutibili.
Probabilmente non abbiamo saputo sfruttare i racconti dei nostri cari per costruire dalle macerie e dalla povertà una Calabria migliore. Probabilmente non abbiamo saputo “passare” nel giusto modo ai nostri figli l’eredità ricevuta pensando così di render loro la vita più semplice, senza “disturbarli” con storie ormai lontane.
La Calabria del dopoguerra ha sempre subìto soprusi, inganni, mafia, malaffare. Ora, però, credo stia attraversando uno dei momenti più difficili della sua storia, con un territorio sempre più degradato, la ‘ndrangheta che si conferma la più potente organizzazione criminale del mondo, i veleni sparsi nei nostri mari e sui nostri monti con una politica regionale senza idee né progetti, la politica nazionale che guarda al sud solo per costruire ponti tra le rovine.
Scriveva Indro Montanelli dei calabresi negli anni ’50: “[…] Bisogna ribellarsi e porre riparo […] Noi non vogliamo ch’essi si rassegnino alla malasorte.”
Fin dove bisogna arrivare affinché i calabresi abbiano la forza ed il coraggio di ribellarsi? Ce l’abbiamo ancora la forza ed il coraggio? Sapremo uscirne con dignità come fecero i nostri padri? Oppure siamo capaci di reagire solo quando qualche decadente cantautore dice qualche cretinata?
La memoria forse ci potrà aiutare.

Bovalino 11 Ottobre 2009




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venerdì 9 ottobre 2009

Una nobile vocazione



di Francesco Capalbo

Il 6 luglio pubblicammo un post dal titolo: “Il monsignore con il sigaro” su don Peppino Cauterucci, parroco di San Sosti per oltre quarant’anni. Nella foto utilizzata a corredo dell’articolo, è possibile scorgere anche il vescovo di allora ed altre persone di San Sosti. Essa fu scattata nella zona del Calvario, proprio in prossimità del primo asilo delle suore Piccole Operaie dei Sacri Cuori e ritrae una torma sbalordita, ma ordinata di bambine e bambini ciondolanti, che si tengono per mano e che indossano grembiulini tutti uguali con due strisce verticali od orizzontali. Chiude il gruppo un signore che porta un cappello da antico prevosto: è don Ciccio Malfona. L’articolo che segue, comparso sul giornale settimanale cosentino “la Lotta” il 29 luglio del 1899, descrive i festeggiamenti che seguirono alla sua ordinazione sacerdotale. L’autore del brano si firmò solo con le iniziali F.G., ma ha il merito di tramandarci pulviscoli di una memoria che ritenevamo perduta per sempre e che il blog Mille storie, mille memorie ha invece recuperato ed ha il piacere di divulgare tramite il web.



DALLA PROVINCIA

San Sosti, 26 luglio 1899

(F.G.) Con una splendida e simpatica festa ogni ceto di S.Sosti ha celebrato in questa ultima settimana l’assunzione al sacerdozio del giovine Ciccio Malfona, un prete, che quantunque appartenente ad una delle più distinte famiglie del paese, fuggendo dalle seduzioni mondane, ed innamorato delle sublimi virtù del sacerdozio, ha voluto e saputo raggiungere la meta sospirata.
In mille modi, l’uno sempre meno…pulito dell’altro, la vocazione generosa del giovane chierico fu ostacolata da…preti e scagnozzi; ma la macchina d’infamia, montata dagli emeriti sostenitori dei sistemi di don Basilio, andò miseramente ad infrangersi contro il piedistallo granitico, su cui si aderge sublime la figura dello eccellentissimo Vescovo di San Marco e Bisognano, Monsignor Ricotta, un prelato di polso e di mente, che sa vedere coi propri occhi, e giudicare col proprio cervello. Per tutti questo, oltre che per la stima e la simpatia di cui San Sosti circonda casa Malfona, i sansostesi, amanti di verità e giustizia, han battuto con effusione le mani e gridato evviva al nuovo sacerdote.
Dalla stazione ferroviaria, dove scese martedì scorso, reduce da Foggia , luogo della consacrazione, una folla d amici accompagnò Ciccio Malfona fino a San Sosti, folla che man mano crescendo, come la comitiva si avvicinava al paese diventata infine una vera moltitudine imponente , invase la casa del novello unto e le vie circostanti, mentre sopra di essa correva come un fremito il saluto del benvenuto per cento anni.
Domenica, 23, al braccio di suo zio il Barone Del Bianco, seguito dalla parte più eletta del paese, il nuovo Sacerdote si recò nella parrocchiale chiesa di Santa Caterina, a celebrare la sua prima messa solenne.
Notai tra le intervenute, oltre la famiglia Malfona, la signora Migaldi e signora Marinetta, Migaldi – Giordanelli, la signora Peppina Coscarelli, la signora Felicetti Grandoni - Malfona, la signorina Grandoni ecc.
Pronunziò un vibrato ed eloquente discorso il Rev. Don Peppino Cauterucci, Cappellano del Pettoruto e Delegato Vescovile, un giovane prete, che con la parola calda ed affascinante, il dire purgato e l’efficacia degli argomenti, lontani dai soliti luoghi comuni, mostra a vista la stoffa del vero oratore.
Dopo la cerimonia religiosa, i parenti, gli gl’intimi gli amici di casa Malfona si riunirono a pranzo di trenta coperti.
Fece gli onori di casa la signora Clorinda Malfona - Tucci, cui inondava il volto di letizia ineffabile il trionfo sospirato del figliuolo diletto. Fra gli invitati il Barone Campolongo, il rev. Don Giuseppe Cauterucci, Delegato Vescovile, il Sindaco Salerno, il Parroco Lancellotti, il Dott. Desimone, il Rev. Teologo Panebianco, il Rev. D.Pasquale Guaglianone, l’Avv. Guaglianone, il Dott. Grandoni, i signori Giordanelli, La Cava, Coscarelli, Migaldi ecc.
Alla frutta brindarono applauditi Cauterucci, Guaglianone, Grandoni, l’avv. Guaglianone, il Dott. Panebianco, il Parroco Lancellotti. A tutti rispose , commosso , il festeggiato novello sacerdote, ringraziando degli auguri e della indimenticabile manifestazione di affetto cui era stato fatto segno, e chiudendo la magnifica festa con l’esprimere i sensi della sua filiale gratitudine verso il padre venerato, al cui aiuto ed ai cui insegnamenti e consigli egli deve la sua posizione ed il suo trionfo.

La Lotta, 29 luglio 1899


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sabato 26 settembre 2009

Possano piovere pietre di mulino senza buchi!

di Francesco Capalbo

L’imprecazione ha sempre rappresentato per noi calabresi un rito terapeutico, una cerimonia di sfogo, un tentativo flebile di emancipazione, almeno verbale, da forze naturali e sociali perniciose e invincibili. In questi giorni di pioggia autunnale, nei quali sulla costa ionica tracimano fiumi e ruscelli, allagando gli agrumeti ed invadendo le carreggiate della mefistofelica strada 106, appare chiaro ad esempio, come la lotta dei contadini e dei braccianti della Calabria nei confronti della “terra”, bruciata d’estate e alluvionata negli altri periodi dell’anno, sia stata sempre aspra. Per alleviare le loro sofferenze i villici, così venivano chiamati in maniera edulcorata i lavoratori della terra, non poterono contare né sul sostegno di un apparato burocratico competente ed efficiente, né sull’esempio dell’aristocrazia terriera, che nel cosentino ha sempre mostrato un volto accidioso e parassitario. Lasciati soli ed ammorbati da malattie endemiche come la malaria, agli strati più indifesi della popolazione non rimase altro che il ribellismo immediato o l’imprecazione.
Mentre la jacquerie ( chissà perché gli storici amano indicare le rivolte popolari con un termine francese e non con un vocabolo italiano!) si rivolgeva contro chi era ritenuto il nemico più immediato, quasi sempre il Municipio e l’esattoria comunale, l’imprecazione si orientava contro la natura matrigna...ma non solo. Che fosse urlo, maledizione, esecrazione, invettiva o insulto... essa si risolveva spesso in effimeri tumulti,dopo avere infiammato gli animi.
Il compito d’imprecare era di solito riservato alle donne, che lo assolvevano da sole o in gruppo nel chiuso delle loro abitazioni o sull’uscio di casa. Usavano toni di voce così pronunciati, una gestualità teatrale ed una tale immedesimazione, che resero il fenomeno degno dell’attenzione degli studiosi delle manifestazioni popolari e della demopsicologia, la scienza che studiava la psicologia del popolo attraverso i suoi usi e le sue tradizioni.
L’articolo che segue fu pubblicato da Giovanni de Giacomo (uno studioso che i lettori del blog “Mille storie, mille memorie” hanno ormai imparato a conoscere), il 15 ottobre 1893, sul N° 2 della rivista di letteratura popolare “ La Calabria”, diretta da Luigi Bruzzano. Le imprecazioni che compaiono nell’articolo, furono raccolte dall’autore anche durante il suo soggiorno a San Sosti, paese nel quale il suocero, il farmacista Orazio Coppola originario di Malvito, prestava la sua professione.
Dal momento che dalla pubblicazione dell’articolo ad oggi sono passati ben 116 anni, noi ci attribuiamo l’immeritato diritto di scegliere, tra tutte le imprecazioni elencate, quella che invoca una pioggia di pietre da mulino senza buco. Anche se ormai le ruote dei mulini sono oggetti desueti ed hanno scarsa probabilità di cadere dal cielo, lo stesso ci auguriamo di vederle piombare sulla testa di quanti hanno trasformato la Calabria in profluvio melmoso e in una malsana pattumiera di scorie radioattive.



Imprecazioni Calabresi

di Giovanni de Giacomo




Il popolo di Calabria, quando non può sfogare la stizza contro colui che l’offende, diventa furibondo e bestemmia ed impreca. Le donne del popolo poi, così buone, affettuose ed espansive, quando vengono offese, si riuniscono a gruppi sull’uscio delle loro case e mandano bestemmie atroci. E queste sono originali, e rivelano la ferace fantasia del popolo calabrese. Ne scrivo qualcuna, che ho raccolto per lo più dalle donnette di Cetraro, di Malvito, di Fuscaldo, di San Sosti e di Morano.
Quando l’animo di un villano è contristato, perchè la grandine o la pioggia ha prodotto male a poderetto, egli esce in questa imprecazione: pozzanu chiovi petri di mulinu senza gupura![1]
Quando cade molta neve, e porta male alle alle campagne, il villano esce in questa bestemmia: Ni pozze cadi tanta nivi chi li gallini pozzanu pizzulà li stilli![2]
Se qualcuno fa del male ad un villano, questi esce in queste imprecazioni: Ti pozza fa li ragni lu furni[3]- Ti pozza muri di friddu lu tribitu[4] – Puozzi ji mpilu suspiru[5] – Puozzi ji cumi li turnisi[6] – Puozzi ji vulannu cumi frunna di fagu[7] – Ti pozza fa li ragni la sacchetta[8] – Nu ti pozza abità terra sutti li piedi[9] – Ti pozze roce[10] li cavuzietti alli gammi[11] – Ti pozzanu mannà da Rodi a Pilatu[12] – Puozzi pierdi lu ciriviellu[13] – Puozzi cadi nta na vigna mpalata[14] – Ti pozza esci la carni dinta li magli di li cazietti[15].


[1] Possano piovere pietre di mulino senza buchi.
[2] I contadini credono che le stelle siano quante si vedono, perciò credono che una gallina possa beccarle ( pizzulà) come un chicco di grano.
[3] Se fa ragnatela il forno, non si deve fare mai pane...
[4] Terribile bestemmia di Fuscaldo! Se lu tribitu ( chiara derivazione del latino tripus odis) tripode, muore dal freddo, non si deve accendere fuoco.
[5] Anche questa è una terribile imprecazione, e vuol dire: possa andare, cioè, tirare la vita con un filo di denaro.
[6] Come il danaro.
[7] Volando come fronda di faggio, perché la credono la più sbattuta, essendo sulle montagne, ove predominano i venti.
[8] Anche in Catullo nel Carme VII con cui invita Fabullo piacevolmente a cena, vi è una simile espressione.
[9] Non possa reggere la terra sotto i piedi; cioè non possa stare mai fermo.
[10] Girare.
[11] Possa essere tanto secco che i calzetti possano girare alle gambe ischeletrite – Male più terribile della morte!
[12] Possano mandarti da Erode a Pilato: ti possano fare, come fecero a Cristo.
[13] Possa perdere la testa.
[14] Possa cadere in un vigneto impalato, cioè ove ogni vite è sostenuta da un palo.
[15] Possa uscirti la carne dalle maglie dei calzetti; cioè possa essere fatto in tanti minuti pezzi, che la carne possa uscire dalle maglie dei calzetti.

La Calabria, Rivista di Letteratura Popolare, 15 ottobre 1893.


Nella foto: L’Urlo (1893) di Edvard Munch conservato nel Munchmuseet di Oslo.

© 2009 Francesco Capalbo

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lunedì 21 settembre 2009

Mare nostrum

di Francesco Capalbo

Raccapriccio, paura, impotenza e vergogna sono gli stati d’animo provati in questi giorni dalla maggior parte dei calabresi per la vicenda dell’affondamento della nave Cunski, il mercantile pieno di rifiuti radioattivi fatto inabissare a quattordici miglia nautiche dalla costa di Cetraro.
Questa volta però dal paradigma delle emozioni è esclusa la possibilità d’imprecare contro uomini di mare “alieni” venuti chissà da dove a seppellire i loro carichi di morte in uno dei fondali più belli del Mediterraneo. Gli organi di stampa infatti evidenziano come il crimine dell’affondamento della nave sia stato consumato con l’aiuto di cosche malavitose calabresi. Il particolare rivela ancora una volta come la ndrangheta generi e perpetui episodi distruttivi ed autodistruttivi dai quali non sono preservate neanche le vite di chi aderisce all’organizzazione malavitosa stessa.
Se le rivelazioni del collaboratore di giustizia Francesco Fonti, dal quale hanno preso il via le indagini, saranno confermate, sarà interessante cercare di comprendere i comportamenti e i profili psicologici dei probabili imputati. Sono in molti a chiedersi, in questa appendice ammorbata d’Occidente, quali sentimenti provino e come battano nei loro petti i cuori di quanti hanno “autorizzato” il seppellimento di scorie radioattive in un tratto di mare nel quale d’estate si bagnano e trovano ristoro i propri figli, i propri nipoti, gli amici più cari e forse… loro stessi.


***

Giovanni de Giacomo fu un umile maestro ed anche un valente etnologo al quale toccò in sorte di nascere proprio a Cetraro. La Pro Loco Civitas Citrarii il 9 luglio scorso ha commemorato l’ottantesimo anniversario della sua morte, che avvenne nel gennaio del 1929 ed ha proposto che gli venga intitolata la locale Scuola Media. L’Istituto Tecnico Industriale di Rossano, città nella quale egli diresse la Scuola Tecnica ad Indirizzo Agrario, gli ha dedicato invece la sua nuova biblioteca: una sorta di ricompensa postuma per l’impegno che profuse nella cittadina bizantina. De Giacomo trascorse gli ultimi anni della sua vita a rimirare lo stesso tratto di mare devastato ora dall’ingordigia delle cosche autoctone e dalla pubblicità negativa che comunque genererà la vicenda dell’affondamento della nave Cunski. Da anziano, l’etnologo ammirava il mare di Cetraro con lo stesso stupore e la stessa meraviglia delle anime semplici. Al Borgo di Cetraro era così legato, che non esitò ad imbastire dalle pagine di Cronaca di Calabria, vincendo la sua naturale timidezza, una vivace polemica giornalistica, per portare alla ribalta i mali (ad esempio la malaria e lo stato di abbandono igienico) che allora affliggevano la cittadina tirrenica.
L’articolo qui riportato, pubblicato su Cronaca di Calabria del 15 luglio 1920, rappresenta una sorta di dichiarazione d’amore per il proprio mare e per la propria terra. L’intellettuale cetrarese raccolse e fece suo il grido di dolore che proveniva dalla natura e dagli uomini del suo Borgo che erano stanchi delle tante promesse fatte e non mantenute da “onorevoli amici” che, allora come oggi, ritenevano di assolvere a tutti i loro compiti semplicemente versando sterili “lacrimette” . Sembrava che Cetraro, avvinta da molti problemi, gli sussurrasse con una flebile voce la locuzione virgiliana alla quale non poteva restare insensibile: “exoriare aliquis nostris ex ossibus ultor”.
La stessa sommessa voce a noi sembra di udirla in queste giornate di fine estate che potremmo definire della vergogna e dell’indignazione. Essa ci mette in guardia su come le nostre terre, baciate da un eterno tepore, non siano in realtà abitate solo da dei ma anche …da irredimibili demoni. Sospiro di dolore, più che soffio di speranza, pare che vada ripetendo per i tanti borghi di Calabria: “possa dalle mie ceneri un giorno nascere un vendicatore”.





Per la Marina di Cetraro

di Giovanni de Giacomo

Non inutile davvero un’altra parola.
Ecco… In verità, io non dovrei che rendere grazie ad Attilio de Caro delle benevoli parole che ha avute per me (qualcuna delle quali però non mi tocca: “maestro” e altro); ma sarebbe ridicolo incomodar la grazia degli elzeviri per ringraziare una persona tanto vicina e tanto signorilmente amica.
E passo oltre. Attilio de Caro, nella sua molteplice e simpatica operosità è davvero mio maestro nei riguardi di vita attiva e fattiva, ma mi consentirà che io dica, non a lui, si capisce, ma ai tanti commendatori, deputati, amici lontani e vicini, ex miei scolari degli uffici e…del Parlamento: fino a che la marina di Cetraro resta in questo vergognoso stato di abbandono, è inutile sperare per essa un florido avvenire.
Il Borgo di Cetraro, col suo fil di voce che gli rimane, ripete da molti anni il virgiliano che fu motto di G.B. Strozzi: exoriare aliquis nostris ex ossibus ultor! Ma Sidone impreca inutilmente contro il fuggitivo Enea; e il motto, scritto appié della bella epigrafe, sulla facciata, non sfacciata, del triangolo fontana, il giorno in cui l’amico Notar Talamo del borgo volle pietosamente occuparsi, fu portato via dal vento, o dalla mano di qualche fanciullo che la stracciò.
Parole inutili! Lo so, perché io credo che inutili saranno gli appelli ai superi e agli inferi dominatori per una boa e per un pontile o per altro, se l’osceno spettacolo dell’abbandono di questa bellissima spiaggia non cessi.
Bellissima! Quanti vengono qui, da lontano a confortare il mio romitaggio, “bellissima” la dicono: superbamente bella. Ma la dicono pure indice di iniqua sorte per coloro che debbono viverci…
- Come si può chiedere qualcosa di bene, se alcun bene non mostra di meritare? Meritare, non per i suoi begli occhi, ma per le sue doti di attività fattiva. Come si può chiedere un po’ di vita, per coloro che la vita sprezzano? Come si può pretendere affettuoso e doveroso interessamento, per chi non sa ribellarsi contro l’avvilimento e contro l’insulto?
E un insulto, un oltraggio alla miseria è questo. E ben credo sian inutili le parole. Continuerà l’impudica parola della burocrazia a spremer lacrimette per bocca di “onorevoli amici”; ma l’insulto non verrà vendicato.
Il Borgo, bellissimo e amenissimo, affogato nel sole, è ammorbato da un canalaccio, che la pietosa fatica di sette o otto contadini, in un sol giorno, potrebbe risanare! Pochi cenni energici, e la bella fontana non servirebbe più a detergere panni non puliti con gran sollievo dell’ igiene e della decenza. Un po’ di buona volontà da parte di coloro che vennero in pellegrinaggio, nel passato autunno, a propiziarsi l’affetto degli elettori, e sarà tolta la batracomiomachia imperante nei fangosi “bellissimi” viali, fenduti da ruote di carri lanciati alla distruzione di quanto vi esiste! O sacre bestie seppellite in questa sabbia ora avvampata dal sole, non manca che il vostro scherno! Biancheggeranno al sole le vostre ossa, e noi, qui, parleremo del borgo, alla luna…
Parleremo!...E voi ci direte: quando eravamo al mondo e avevamo bisogno di qualche cosa, non usavamo il raglio e il sorriso delle nostre ganasce: sferravamo calci sonori. E impennacchiati, allora, col pel lucente, eravamo tratte ai mercati…
All’amico Vincenzo Vocaturo, capo del Genio Civile, volsi la preghiera, perché ci salvasse dalla malaria. Ma nulla poté fare: Troppo, se il governo dona le briglie ai colli che smottano! Inutilmente il notaro Talamo s’accapigliò con capi e commendatori. Inutilmente Attilio de caro e vincenzo Militerni si interessarono. Inutilmente il medico sanitario e il medico provinciale richiamarono l’attenzione, mi pare…Inutilmente tutto!
Oh quanta saviezza negli ammonimenti delle carogne asinine!...
Or io dico (s’ha da dire qualcosa). Si cerchi, in qualsiasi modo, di trarre il borgo dal lacrimevole stato di precarietà, e si risolva, comunque, il problema delle case, che furono fatte pei senza case.
Il “Comitato pel bene del Mezzogiorno d’Italia” che tolse la ruota dal canalaccio e ne brittò le vie, che fece tanto, tanto, tanto, quante io ne dissi in questo giornale, or sono tre o quattro anni, si ringrazi pure. Ma quando sarà risoluto il problema delle case, rigerminerà la vita. Solo allora, credo. E…dopo questo non si dirà: e proprio su cotesto punto volevi sorgessero la Mostra ed il Museo? Fra le rane e le zanzare?..
Ecco. Un giorno pensai: se qui sorgerà qualche cosa che richiamerà l’attenzione sul Borgo, un bene potrà avvenire. Ciò che noi non sappiamo fare, lo faranno, forse, altri.
E pensai all’associazione degli Agricoltori. Della Mostra e del piccolo Museo avevo parlato al caro e povero padrino di mio figlio Lamberto, al Loria, che mi promise tutto il suo appoggio. E ne scrissi all’amico Luigi Caputo: se credi sia realizzabile questo disegno ( io vivo una vita di studi e spesso mi sfugge la ferrigna realtà) parlane al signor Gencarelli, di cui ho sentito dir tanto bene. E Luigi Caputo promosse all’onor della stampa ( non ho letto quel numero della Cronaca, perché, quiggiù, non sempre giunge la mia posta; e ci ho un figlio impiegato alla stazione, il quale s’incarica…ecc. ecc!) la mia lettera.
Forse egli pensava che qualcosa spuntasse; il luogo non potrebbe essere migliore. Pesava forse che il mio passato di lavoro e di…Ma è ormai tanto lungo questo scritto, e io volevo dir solo poche parole. Gli è che non si può dir poche parole su cosa per cui ancora tanto e tant’altro si potrebbe e si dovrebbe dire.
Abbiate pazienza!


Cronaca di Calabria, 15 luglio 1920

Nella foto: Giovanni de Giacomo in una litografia di Aldo Campilongo realizzata a Rossano (CS) nel 2006.

© 2009 Francesco Capalbo


domenica 13 settembre 2009

Il degrado delle feste

Una giornata come tante altre

Nota introduttiva di Francesco Capalbo

L’articolo che segue, ci rimanda ad un altro 8 settembre: quello del 1999. Solo quarant’anni separano questa data dal momento in cui Gennaro Capalbo parlò del Pettoruto come di un caleidoscopio di vita e di suoni, ribattezzandolo “la Piedigrotta di Calabria”. Piedigrotta è infatti una zona di Napoli, situata nel quartiere Chiaia, a cavallo tra via Caracciolo e la stazione ferroviaria di Mergellina, nella quale dal XII secolo venne celebrata una festa in onore della Madonna. La festa partenopea visse il suo massimo splendore tra la fine del 1880 e la seconda metà del 1900, quando divenne vetrina della musica napoletana perché si svolgeva in concomitanza con il Festival della canzone napoletana.
Dal momento in cui scrive Gennaro Capalbo al 1999, molta acqua è passata sotto i ponti e l’occhio esperto di Angelo Maggio, che di professione fa il fotografo, con l’animo e le competenze da etnologo, coglie alcuni dei mutamenti che la festa del Pettoruto ha subito. Con acume il suo obbiettivo rivela come le feste tradizionali siano una cartina di tornasole e si modifichino proprio così come si modifica il gruppo che vi partecipa.
Per l’autore dell’articolo nel caso del Santuario del Pettoruto è anche rilevabile come queste trasformazioni svelino processi di omologazione tendenti a tramutare “un luogo del Sacro” in un “non luogo”, vetrina di merci confuse, come la foto documenta, dominato da un asettico silenzio. E’ come se un’accurata regia avesse inteso o intendesse rimuovere da queste forme di devozione con alterne fortune, (poiché la vera anima di un popolo o di un gruppo sociale ha infinite possibilità di rigenerarsi), suoni e comportamenti ancestrali ritenuti segni di un folclore primitivo o peggio ancora molesto.


Il degrado delle feste

di Angelo Maggio


La sveglia suona alle ore 4.00. Supero facilmente l'intontimento dell'orario e preparo le macchine fotografiche. Due di esse ancora contengono un rullino cominciato alla festa della Madonna di Polsi. Oggi è infatti l'8 settembre e le altre foto risalgono a circa una settimana fa. Subito la mente ripercorre quei momenti, dall'arrivo al santuario giorno 1 pomeriggio accompagnato dal suono dell'organetto di due bassi e del tamburello, alla veglia in chiesa, alle tarantelle danzate davanti al sagrato della chiesa, all'odore della carne di capra arrostita, agli sguardi concentrati dei giocatori di morra, alla processione della Madonna, al calore della famiglia Battaglia di Cardeto che ormai mi ha adottato, alle parole di Monsignor Bregantini. Questo film mi passa velocemente davanti gli occhi e aumenta la voglia di arrivare il più presto possibile al Santuario del Pettoruto a San Sosti dove oggi, come ogni anno, si svolge la festa in onore della Madonna del Pettoruto.Due paesi distanti parecchi chilometri l'uno dall'altro ma accomunati dalla festa in onore di Maria e dalla musica tradizionale. Se al santuario di Polsi, infatti, si svolge la festa che raccoglie il maggior numero di suonatori tradizionali della provincia di Reggio Calabria, San Sosti, insieme al Santuario della Madonna del Pollino che però si trova nel comune di San Severino Lucano e quindi in Basilicata, raccoglie fedeli e suonatori tradizionali da diversi comuni della provincia cosentina. Nei giorni scorsi ho telefonato a qualcuno di quelli che spero di vedere al Pettoruto. So già che non incontrerò Santino Bufanio, grande suonatore e costruttore di surduline - la precisazione del tipo di zampogna è necessaria perché in Calabria ne esistono diversi tipi, che qualcuno chiama cornamuse per darle un nome che si ritiene più nordico e quindi più nobile. Mi ha assicurato che ci sarà invece Angelo Minervini, anche lui un maestro della surdulina: per lui quello di San Sosti è un appuntamento che non può mancare. Arrivo al santuario alle 7 circa. Strano, gli anni passati non sono mai riuscito a parcheggiare la macchina così vicino alla chiesa, forse perché oggi non è domenica. Avvicinandomi avverto però una strana senzazione, la cosa che salta subito agli occhi, o meglio alle orecchie, è l'assoluta assenza della musica. Arrivato sul sagrato antistante la chiesa il fatto è ancora più strano, i suonatori ci sono, ma gli organetti ed i tamburelli sono fermi. L'atmosfera è calma, stagnante, non mi piace, divento insofferente e decido di scendere giù per andare incontro ai pellegrini che da San Sosti giungono al Santuario a piedi. Dopo qualche centinaio di metri in lontananza sento il suono di una zampogna. Meno male, il mio stato d'animo migliora. Affretto il passo e vedo Angelo Minervini che insieme alla moglie sta salendo al santuario suonando la sua surdulina. Mi abbraccia, sono felice di vederlo. Saliamo insieme verso la chiesa, lui suonando, io facendo foto e ascoltando, ma arrivati al Santuario resto deluso, appena qualcuno inizia a suonare sul sagrato, dei giovani gli dicono di smettere perché disturba. La situazione è paradossale: giovani di circa 20 anni intimano a suonatori dell'età dei loro nonni di non fare chiasso! Di solito ho sempre visto accadere il contrario, erano gli anziani a lamentarsi del chiasso dei ragazzi. Forse però mi sbaglio, questi guardiani della quiete e del silenzio sono giovani solo all'apparenza, probabilmente i loro occhi abilmente celati da occhiali da sole molto scuri nascondono una grande stanchezza, ed i loro corpi coperti da divise tutte uguali vogliono che quella musica smetta perché non ce la fanno a ballare e questo provoca loro disagio, vorrebbero farlo ma non possono, hanno perso quella carica vitale che invece quei ragazzini di 60 anni hanno ancora intatta. Appena qualcuno inizia a suonare subito due o tre di loro si avvicinano chiedendogli di smettere, quasi la musica offendesse le insegne del Giubileo del 2000. Gli attimi che precedono l'uscita della statua della Madonna sono poi frenetici ma non per i fedeli, ma per i giovani-anziani-con-gli-occhiali-da-sole. Quest'ultimi, attentissimi a far spostare le persone davanti la statua, mi appaiono come una via di mezzo tra delle guardie del corpo e dei chierichetti. Dei primi hanno i modi e la voce, dei secondi lo sguardo dolce da bravi ragazzi che traspare quando si tolgono gli occhiali. I suonatori non accompagneranno la statua durante la processione come solitamente facevano, solo un suonatore di organetto lo fa, e rimarrà l'unico per tutta la processione. Questo accadeva nell'anno 1999, anno in cui la Calabria ed i calabresi stavano approntando tutto per ricevere le migliaia di turisti che sarebbero dovuti giungere per il Giubileo. Si doveva dare un nuovo volto alle feste, via quindi questi suonatori tradizionali dalle processioni, "chi conosce il canto in italiano canti, chi lo conosce in dialetto taccia" aveva detto l'anno prima il sacerdote durante la processione al santuario della Madonna delle Armi a Cerchiara, via le tarantelle sui sagrati. In compenso un fiorire di fasce tricolori e di stendardi di Amministrazioni comunali (fortunatamente non presenti a Polsi malgrado la grande simpatia del sindaco di San Luca e di don Pino Strangio), di palloncini tricolori, di balletti in chiesa e di inviati tv all'inseguimento della nonnina e del nonnino che non avesse mai avuto il piacere di incontrare un dentista. Il volto nuovo alle feste è stato dato, ma una profonda cicatrice ne ha sfregiato alcune, e la mano che l'ha fatto impugna ancora la lama pronta a colpire nuovamente. Aiutata da sorella morte, che negli ultimi anni ci sta privando di numerosi alberi di canto della musica tradizionale calabrese, questa mano subdolamente si infila nelle feste, incomincia ad apportarvi piccole variazioni, ad esempio plagia giovani implumi, nipoti di anziani del posto, perché suonino durante la messa con la chitarra e con la tastiera elettronica rendendo quindi impossibile ai loro nonni di cantare i loro canti sacri. Ne stravolge le modalità di svolgimento se non addirittura le mutila, asportando parti ritenute dannose. E' quanto è successo quest'anno durante la festa della Madonna del Pollino. Qui vi era l'uso che all'uscita della statua dalla chiesa questa si fermasse, un banditore poi dava inizio ad un'asta a cui partecipavano gruppi di diversi paesi. Chi offriva più soldi aveva il diritto di portare sulle spalle la statua durante la processione. Quest'anno è accaduto che quando tutti erano pronti per cominciare l'incanto dall'altoparlante il sacerdote ha annunciato che questo non si sarebbe svolto, ma che le offerte sarebbero lo stesso state raccolte. Ho visto negli occhi di quella gente una rabbia mista ad un profondo dispiacere, gli era stato negato qualcosa che era stato dei loro padri. Sempre durante questa festa, delle donne hanno ballato di nascosto in chiesa perche un altro difensore del silenzio non voleva. Ma ci rendiamo conto di ciò che stiamo consentendo che accada o no? La festa tradizionale è una cartina di tornasole, essa si modifica naturalmente come si modifica il gruppo che vi partecipa. Se una volta si benedivano i buoi, oggi si benedicono i trattori e le automobili. Le statue dei santi non vanno solo nei campi, ma vanno nelle officine, nei laboratori a benedire i luoghi in cui oggi si lavora. E a suonare la zampogna non sono solo pastori, ma ragazzi che studiano all'università e che hanno riscoperto quel legame con un mondo che è stato cancellato nell'animo dei loro genitori. Lungi da me l'idea di una festa schematizzata alla perfezione, di danze tradizionali eseguite da giovincelle in costume finto-tradizionale che agitano tamburelli come fossero racchette da tennis, per carità! Probabilmente anche negli anni passati alcuni nostri riti erano osteggiati dai potenti, ma l'esistenza di un substrato culturale in cui il rito affondava le sua radici faceva sì che questo si mantenesse. Le occasioni in cui si suonava e si danzava erano numerose, "Na vota nun c'era a televisione" è la frase che più spesso sento ripetere dai suonatori tradizionali che così giustificano il loro estinguersi. Sono diminuite le occasioni di lavoro in cui il gruppo si ritrovava, ma non per questo è morta la musica tradizionale. La stessa cosa succede per le feste tradizionali. I giovani di Alessandria del Carretto certamente vivono il rito del trasporto dell'abete dalla montagna al paese in modo diverso da come lo vivevano i loro nonni che avevano un rapporto diverso con quei monti, che gli davano da vivere ma che contemporaneamente li isolavano dal resto del mondo. Ma il rito si svolge e malgrado ad un occhio disattento sembri uguale, ogni anno subisce piccole modifiche che a volte non vengono nemmeno rilevate dai partecipanti. Il valore propiziatorio per l'agricoltura che il rito forse, aveva, oggi è scomparso. Chi partecipa al trasporto ed all'alzo dell'abete o "ntinna", come è detto dagli alessandrini l'albero, riassapora il piacere di lavorare e divertirsi, e tanto, insieme a persone del suo gruppo, e di gioire insieme dei risultati raggiunti. Oggi si stà verificando un fatto inverosimile, il centro-nord d'Italia è pieno di giovani interessati alle musiche ed alla danza del meridione d'Italia. Migliaia di giovani ballano ai concerti di musica proveniente dal Sud Italia, e noi, invece di tutelare questo patrimonio culturale, lo uccidiamo e ci compiaciamo dello svolgimento di manifestazioni che scimmiottano quelle che si svolgono in Toscana ed in Umbria, che altro non fanno che aumentare la nostra ignoranza e diminuire l'amore non solo verso la nostra terra, ma verso tutte le culture sottomesse dalla cultura egemone. Questo atteggiamento fa sì che l'accostamento alla cultura tradizionale avvenga con leggerezza, che ci si dimeni in maniera spesso scomposta, senza comprendere le regole che governano l'entratra e l'uscita dalla danza, e se qualcuno, quando capitano a qualche festa, li richiama all'ordine, lo vedono come uno che vuole limitare il loro animo artistico. Ma quale animo artistico, movimenti disarmonici fatti passare per passi di danza? Farebbero lo stesso con un tango? Penso proprio di no. Fortunatamente la situazione non è irreparabile, le feste e la musica tradizionale sono ancora fortemente presenti in Calabria anche se disseminate a macchia di leopardo. Numerosi sono i sindaci ed i sacerdoti che, coscienti dell'importanza di questi momenti in una comunità, ne favoriscono non solo il mantenimento, ho detto mantenimento e non congelamento, ma anche quelle iniziative culturali che ridanno dignità a quelle tradizioni che TV e mass-media hanno messo in secondo piano o ridicolizzati - Totò nel film "Totò d'Arabia" per offendere un uomo lo chiama - dispiace dirlo - "zampognaro".Mai come in questi casi è vero il detto "la fortuna aiuta gli audaci". Le amministrazioni comunali che hanno ospitato manifestazioni il cui asse portante era costituito dalla musica tradizionale hanno avuto una fortissima presenza di pubblico, ma non di quello presente alle sagre dove si vedono persone riempire vassoi che sfamerebbero Pantagruel (tanto tutto è gratis), ma di un pubblico più attento, rispettoso del paese e dei suoi abitanti, che spesso ha seguito corsi di danza tradizionale in diversi posti d'Italia ed approda in Calabria per vivere una festa (e che una volta tornato nelle nebbie della Padania non fa altro che parlare di quella spendida musica che aveva sentito e che era profondamente diversa dal valzer che è l'inno della regione conosciuto con il titolo di "Calabrisella mia"). Io credo che una legge regionale che tuteli le feste tradizionali sarebbe auspicabile, qualcosa di simile al progetto proposto dal prof. Francesco Lucarelli e dal prof. Lello Mazzacane nella pubblicazione edita da Extra Moenia Nola. In tale proposta la festa viene considerata come un bene culturale da tutelare al pari di tutte "le cose, immobili o mobili, che presentano interesse artistico, storico, archeologico o etnografico".

Angelo Maggio vive e lavora a Catanzaro. si occupa di fotografia etnografica dal 1996. E' uno dei fondatori dell'A.R.P.A.(Associazione di Ricerca, Produzione ed Animazione del territorio)
L’articolo dal titolo: “Il degrado delle feste” è stato pubblicato sul numero 24 di Ora Locale, marzo-aprile 2001.
La foto, scattata da Angelo Maggio al Santuario del Pettoruto, è qui pubblicata per sua gentile concessione.

© 2009 Francesco Capalbo