domenica 31 gennaio 2010

Storielle italiane. Politica ed eugenetica

di Francesco Capalbo

Claudio Ricci, sindaco Pdl di Assisi, ha le orecchie a sventola!
Il dato antropometrico a noi che abbiamo in odio le teorie di Lombroso ispira solo sentimenti di simpatia.
Lo stesso fremito di umana affinità non sembra invece agitarsi nel cuore di Silvio Berlusconi che venerdì scorso, dopo averne scrutato gli asimmetrici lobi auricolari, gli ha preferito come candidato alla Presidenza della Regione Umbria, Fiammetta Modena.
Si dice che prima del congedo il Presidente del Consiglio, con un gesto di inappellabile cortesia, abbia consigliato al Sindaco della città umbra il nome di un valente specialista in chirurgia plastica.
E dire che Claudio Ricci, con quella sua cera ieratica, nei giorni dell’aggressione lamentata dal premier a Milano si era preoccupato di spedirgli una sofferta e -mail per augurargli pronta guarigione.
Non immaginava che l’ augurio gli sarebbe stato restituito, a causa delle sue orecchie, con inusitata tempestività.

Fonte: Assisi, il candidato mancato e il giallo delle orecchie a sventola, CORRIERE DELLA SERA,sabato 30 gennaio 2010.


Nell’immagine Claudio Ricci, dal maggio2006 sindaco di Assisi. Dal 2009 è anche Vice Coordinatore Regionale dell’Umbria e Responsabile Comunicazione e Programma Popolo della Libertà.

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mercoledì 27 gennaio 2010

Per un “uso” meno sdolcinato e più cosciente della Memoria!



di Francesco Capalbo

A proposito delle nuove iniziative in merito alla ridefinizione della toponomastica, voglio invitare l'Amministrazione Comunale di San Sosti ad essere attenta, responsabile ed informata in fatto di "Memoria Collettiva", prima di prendere qualsivoglia iniziativa.
Molti hanno il vizio, che nasce dalla dimenticanza o dalla non conoscenza dei fatti, di usare accenti agiografici e celebrativi , spesso immotivati ed immeritati, nei confronti di avvenimenti e personaggi del passato.
Riducendo la "Memoria" ad un enorme contenitore di sdolcinate banalità, si corre il rischio che non è possibile nè tramandarla in maniera attendibile nè, alla bisogna, trarre da essa validi insegnamenti.

Nella immagine: La Memoria, René Magritte 1945.




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lunedì 25 gennaio 2010

La Biblioteca Circolante del maestro Iocca

Siamo spiacenti ma il contenuto di questo articolo non è fruibile on line. Esso farà parte di un libro in fase di ultimazione.

We are sorry but the content of this article is not available on line. It will be part of a book which will be finisched very soon.


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lunedì 18 gennaio 2010

Il particolare vezzo del pittore che nel 1863 dipinse la Madonna del Pettoruto


di Francesco Capalbo

In una contrada di Luzzi, sopra un piccolo pianoro dal quale è possibile scorgere in lontananza uno spicchio della catena del Pollino e la gola del fiume Rosa, è adagiata una chiesa rurale intitolata alla Madonna della Cava o della Sanità.
La storia narra che in questo lembo nascosto di Calabria l’intervento mariano portò soccorso a Lucrezia Scalzo, una ragazza disabile. L’interno della chiesa, di recente restaurata, è composta da tre corte navate decorate dal pittore Emilio Jusi, lo stesso che a metà degli anni cinquanta affrescò anche la chiesa di Santa Caterina Vergine e Martire di San Sosti. Alla fine della navata laterale destra è collocata una tela raffigurante la Madonna del Pettoruto che, sia per il realismo dell’immagine che per la cura dei particolari, potremmo definire di derivazione classica. Il dipinto svela non solo quanto fosse diffuso nei secoli scorsi sul territorio della Valle del Crati il culto della Vergine di San Sosti, quanto anche la ricercata sensibilità artistica di un personaggio poco conosciuto.
L’autore del quadro, stando alla firma collocata sulla sua sinistra, fu nel 1863 il pittore Antonio del Corchio, nipote ed allievo del famoso Aloisio Raffaele Maria Luigi, che dipinse opere sacre conservate in varie chiese della Calabria.
Secondo lo studioso Raffaele Borretti, tra i due parenti vi fu un rapporto di mutua collaborazione desunto dal fatto che in una tela conservata a Laurignano è decifrabile il nome del nipote sotto il monogramma con il quale l’Aloisio era solito firmarsi.
Del Corchio, sulle orme dello zio, studiò a Napoli e fu testimone insieme ad altri giovani pittori calabresi del fiorire delle speranze culturali della nostra regione nel periodo post unitario. Nella città partenopea trovò accoglienza, mentre la Prefettura di Cosenza si fece carico dei suoi studi.
Tra gli estimatori del giovane artista vi fu anche Vincenzo Padula che accostò il pittore di Aiello Calabro a Tano Eugenio, eccellente ritrattista ed anche fervido garibaldino. Lo stesso scrittore fu impressionato, sia per la fantasia che per la bellezza delle forme, da un dipinto raffigurante Tommaso Campanella nell’atto di contemplare il cadavere di Bernardino Telesio e ne propose l’acquisto alla Provincia di Cosenza.
Padula tuttavia non fu sempre benevolo nei confronti dell’ artista di Aiello Calabro . Tagliente si rivelò ad esempio la sua opinione a proposito di una tela raffigurante san Gerolamo ed anche il suo convincimento a riguardo di un dipinto figurante lo scontro tra Argante e Tancredi. In questo ultimo caso ebbe a sentenziare senza parsimonia di parole che il ritrattista disconosceva l’opera di Torquato Tasso.
Di Antonio del Corchio rimangono anche gli affreschi della cupola di San Geniale, ora Chiesa del Sacro Cuore e della Chiesa di Santa Maria Maggiore di Aiello Calabro, nonché il ritratto del Beato Domenico Lentini conservato in Lauria ed a lui attribuito in maniera incontrovertibile.
Svaniti appaiono ormai i dubbi intorno alla vera identità dell’uomo d’arte, ingenerati dalla bizzarra abitudine che egli aveva di anteporre la preposizione articolata “del” al suo vero cognome.
La firma “Antonio del Corchio” che compare sotto le sue opere sembra più che altro il ghiribizzo di un uomo d’arte che di nome faceva Antonio Corchio , figlio di Geniale e di Cecilia Aloisio, il quale venne alla luce nella contrada San Giuliano di Aiello Calabro in un giorno di fine settembre del 1834.

Nell’immagine: Madonna del Pettoruto, Antonio Del Corchio, 1863

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martedì 12 gennaio 2010

Forse non abbiamo ancora toccato il fondo…

di Grazia La Cava

Avevamo creduto di aver raggiunto il fondo!
Quando ormai si giunge a tal punto, l’istinto di sopravvivenza cerca di sopraffare il sentimento di sconforto e di resa riaccendendo la speranza di rinascita, con la consapevolezza che oltre il baratro ci può essere solo un futuro migliore. E questo istinto ci spinge a ricercare in noi ciò che positivamente ci distingue e ci caratterizza: le bellezze naturali, la storia, la tolleranza, l’ospitalità, la cultura. Ci siamo da sempre aggrappati a queste virtù, quasi ponendole come scudo protettivo per contrapporle all’ignoranza, all’arroganza, alla criminalità che, seppur decisamente minoritarie, emergono, decidono, votano. Comandano.
Stanno distruggendo le nostre bellezze naturali invadendole di veleni e ponti.
A Rosarno hanno accolto degli esseri umani nel fango, nel freddo, nel sudiciume a contendersi il cibo coi topi.
Li hanno sfruttati nei campi di raccolta facendoli lavorare 12 ore al giorno per pochi spiccioli.
Li hanno resi schiavi.
Hanno cavalcato l’incultura, il malcontento, l’avidità e per trovare consenso si sono dimenticati dei sacrifici dei nostri nonni e dei nostri padri che son partiti con la valigia di cartone verso terre sconosciute.
Si son presi la nostra storia, fatta di migranti che, in condizioni spesso disumane, col loro lavoro hanno arricchito il mondo.
Si son presi la nostra memoria.
Li hanno cacciati come bestie, quando non servivano più, supportati e confortati da Ministri che ora gridano vittoria invece di tacere, incuranti di salvaguardare un minimo di dignità, dopo aver fatto finta di non vedere ciò che accadeva.
Hanno legittimato la schiavitù che si stava consumando, ciechi e sordi nel non comprendere che ogni essere umano offeso, rifiutato, cacciato, porta con sé una ricchezza umana che appartenendo a tutti a tutti viene tolta.
Così ora non siamo più né ospitali né tolleranti.
Si stanno impossessando di ciò che ci ha reso forti, togliendoci, una ad una, quelle virtù che finora ci hanno sostenuto, come se volessero disarmarci delle nostre armi migliori.
E forse non abbiamo toccato ancora il fondo…

Bovalino, 12 Gennaio 2010

La foto è tratta dal sito : www.napoli.repubblica.it


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martedì 5 gennaio 2010

Cani alla Reggia


di Francesco Capalbo

Non vi venga in mente di far visita alla Reggia di Caserta in compagnia dei cani, celebrati dalla vuota ampollosità italica come i migliori amici dell’uomo.
Non importa che essi siano al guinzaglio o con la museruola, che posseggano il chip sottocutaneo, che i proprietari abbiano, per rimuoverne le loro deiezioni, paletta e sacchetto ecologico al seguito. Per gli educati cani d’appartamento, agghindati con vestitini e scarpette, come pargoli umani, l’eden di Caserta è off limits.
Un solerte custode vi avvertirà con fermezza che per essi è impossibile varcare la soglia dei giardini del pomposo Palazzo Reale voluto da Carlo III.
La spiegazione per questo originale impedimento non cercatela nella risaputa cattiveria di Diana. Il divieto non ha infatti il nobile compito di proteggere i visitatori dalle vendette della Dea della Caccia che, se sorpresa mentre fa il bagno nelle acque del parco, trasforma gli sventurati guardoni in cervi, così da farli sbranare da feroci cani.
I vostri miti bebè scodinzoloni non potranno entrare. Punto e basta!
Inutile mendicare altre spiegazioni, poiché si sa che i chiarimenti nei luoghi delle pubbliche terre di nessuno, sono leziosità inopportune, ghirigori per rompiscatole, decorazioni di cui si fregiano con discrezione (e un po’ con vergogna) solo i pochi eroi educati che la ventura ci permette di incontrare.
E’ bizzarro comunque constatare come solo i cani randagi, alcuni strafottenti e aggressivi, abbiano accesso alle verdi praterie reali, senza che alcun custode agiti, neanche per salvare le apparenze, i suoi pigri dinieghi.
Che la sorpresa non vi trafigga!
E’infatti universalmente risaputo che nei paradisi, ove una volta si sollazzavano i Borboni, tutte le porte sono dischiuse solo a chi si pone con non curanza fuori dalla legge. Quadrupedi o bipedi, che essi siano, poco importa.

Caserta, 28 dicembre 2009






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