domenica 25 novembre 2018

Il bandolo della matassa




di Francesco Capalbo
Agli organizzatori del convegno di giorno 24 novembre 2018, dal titolo: “San Sosti: un borgo da Ri… vivere,” va dato il merito di aver individuato una prospettiva di sviluppo qualitativo, in sintonia con lo spirito del luogo. Le seduzioni di un turismo fatto di luccichii e paillettes non incantano più nessuno. Fortunatamente ne sono affascinati solo pochi sprovveduti e un manipolo interessato di politici e lobbisti, che vaga per i nostri territori cercando di vendere un improbabile futuro fatto di hotel a cinque stelle e di campi da golf.
Negli interventi di ieri, in modo particolare in quello di Fabio Torchia e di Stefano Saetta, ho percepito la voglia di riabitare i nostri luoghi con sguardi nuovi, non per mitizzare o rimpiangere il passato ma per continuare a vivere e dare un nuovo valore al posto in cui si è nati e cresciuti.
Ascoltando Fabio e Stefano mi sono tornate in mente le parole di Vito Teti, a proposito della “restanza”. Rimanere in un borgo non può essere sinonimo di conservazione. Non ci è più concesso il tempo di rimanere per contare le case che nel frattempo si svuotano. Occorre valorizzare le cose belle che noi abbiamo e Dio solo sa quante e quali sono. Ma è necessario dare anche il loro giusto valore agli scarti, ai frammenti che albergano nei nostri borghi, a partire dalla memoria, dalla lingua, dai saperi, dai suoni, dai prodotti della terra e dell’artigianato che sono state rifiutati negli anni in cui si celebravano visioni quantitative di sviluppo.
Il processo è lungo. Dare propulsione alla vita di un borgo è un atto creativo che necessita di essere meditato, studiato e abbisogna anche di una “governance del recupero”.
Occorre a tal proposito abbandonare l’idea ingenua e romantica che le vicende umane (e quindi anche il recupero di un borgo) evolvano e si realizzino solo perché evocate di tanto in tanto con convegnistica veemenza. Non esiste nessuna lampada di Aladino che possa esserci di aiuto e nella realtà le cose accadono solo perché qualcuno si prodiga per farle succedere.
Assumersi e conoscere “il lato oscuro, le conseguenze di quello che non abbiamo saputo o potuto fare” è anch'essa attività propedeutica ad ogni ricostruzione.
Il passato (ma anche il presente!)  del “borgo” di San Sosti ci consiglia di sperimentare inedite ma sane forme di relazioni umane. Se non si percepisce   che i destini di tutti noi sono interdipendenti è come se provassimo l’insano piacere di ballare sull'orlo di un vulcano.
Giovanni De Giacomo notava più di un secolo fa che la storia delle comunità dell’Esaro “è una vecchia storia fatta di zuffe impudiche che di volta in volta si riacutizza”. Lo stesso etnologo invitava a prendere coscienza di questo lato oscuro del nostro carattere collettivo. Incitava (a quanto pare inascoltato!) i nostri nonni a sperimentare il fascino che emanano le persone quando cancellando odi profondi e ancestrali rancori, costruiscono il bene per loro stessi ma anche per gli altri.
Ecco il bandolo della matassa: i nostri borghi per sperimentare una nuova vita, necessitano prima di ogni altra cosa dell’azione di cittadini che siano innamorati del bene … comune. Gente di buona ed onesta volontà!

mercoledì 1 agosto 2018

Spopolamenti




di Francesco Capalbo

I sette comuni che costituiscono l’alta Valle dell’Esaro (Fagnano, Malvito, Mottafollone, Sant’Agata d’Esaro, San Sosti e San Donato di Ninea) sono interessati da profondi sconvolgimenti demografici che ne insidiano la loro stessa sopravvivenza.
I dati dell’Istat, in maniera neutra ma impietosa, mettono a nudo i fenomeni di spinto spopolamento che interessano l’intera area situata nel settentrione della provincia di Cosenza, una volta ricadente nella “Comunità Montana Unioni delle Valli”.
In 35 anni la Valle ha perso una fetta consistente della sua popolazione residente che nel 1982 ammontava a 19796 unità. Il dato del 2017 (13457) ci consegna l’immagine di un territorio più povero di 6339 persone (-32%).
Il paese che risente più degli altri del sensibile sfoltimento di popolazione, sia in valore assoluto che in valore percentuale, è San Donato di Ninea (- 868; -38,94%) che pare incamminato verso un lento e irreversibile declino demografico. Preoccupanti appaiono i dati di Fagnano Castello (- 1358; -26,02%), Sant’Agata d’Esaro (-643; -25,73%) e di Mottafollone (- 419; - 25,47%) che hanno oltrepassato la soglia critica del quarto di popolazione residente persa.
Malvito (-497; - 22,02%) e Santa Caterina Albanese ( -342; -21,74%) muovono anch'essi i propri passi verso sentieri perigliosi.
Più contenuta appare invece la perdita di popolazione residente che interessa San Sosti (- 212; - 8,86%).
I modelli matematici che, con buon adattamento descrivono il fenomeno, permettono di fare delle proiezioni sugli scenari futuri.
Se non si corre al riparo con politiche strutturali che frenino il digrado demografico, tra vent'anni la popolazione dell’intera area scenderà sotto le 10000 unità, perdendo un ulteriore 25% di residenti.
Molte sono le cause di questo spopolamento, alcune sono chiaramente riconducibili a problematiche strutturali globali, altre a scelte politiche consumatesi in terra calabra che hanno foraggiato ceti parassitari esterni alla Valle.
Fallimentari sono state le politiche incentrate sui meri trasferimenti di denaro che non hanno stimolato dinamiche di produzione.
Ne sono la riprova gli ingenti finanziamenti sostenuti dallo Stato per la realizzazione della Diga sull'alto Esaro. L’opera incompiuta è servita solo a sventrare il territorio ed a produrre lucro per ben individuati gruppi industriali.
Di altre opere minori, come ad esempio il Parco Naturalistico – Archeologico Gola del Rosa che ha pur drenato ingenti risorse, non rimane traccia alcuna e nessun organo di legge si è mai interessato all'intreccio di vicende che ne hanno segnato la sua impercepibile realizzazione.
Allo stato attuale l’unica attività che sembra aver preso piede nella Valle è quello delle residenze per anziani.
Osservando il progressivo spopolamento ed invecchiamento della popolazione, l’imprenditoria sanitaria d’assalto ha organizzato con la complicità della politica una inedita industria della vecchiaia, che in apparenza ha gli intenti declamatori della filantropia, ma di fatto impoverisce ulteriormente il territorio.
Quando un anziano è costretto a concludere, per svariati motivi, il proprio ciclo esistenziale lontano dai luoghi che ha sempre abitato, è un pezzo d’umanità che chiude per sempre i battenti e si recidono relazioni che per secoli hanno permesso, in questi luoghi, alla vita stessa di perpetuarsi.

Fonti:
ISTAT, Popolazione residente ricostruita, anni 1982 – 1991: Calabria
ISTAT, Popolazione residente ricostruita, anni 1991 – 2001: Calabria
ISTAT, Popolazione residente ricostruita, anni 2001 – 2011: Calabria
ISTAT, Popolazione residente - bilancio: Calabria

venerdì 29 giugno 2018

Mondiali di calcio 1938: l’Italia trionfa anche in Francia







Gli azzurri andarono in Francia decisi a ripetere la vittoria di Roma. L’inizio fu stentato, drammatico: solo nei tempi supplementari l’Italia riesce a superare la Norvegia, il portiere Olivieri è l’eroe della partita. I brasiliani, grazie alle prodezze di Leonidas eliminano i polacchi per 6 – 5 mentre la Germania dopo l’annessione dell’Austria, schiera quattro viennesi. Nei quarti di finale durissima lotta tra il Brasile e la Cecoslovacchia: tre espulsi e quattro infortunati ricoverati in ospedale. La partita finisce in parità, viene ripetuta ed i cecoslovacchi privi del portiere Planika soccombono di misura. L’Italia di Pozzo ritrova il gioco migliore e passa a Parigi contro la Francia (due reti di Piola e una di Colaussi). In semifinale il pubblico di Marsiglia incita il Brasile opposto all’Italia che va in vantaggio con Romero, poi pareggia Colaussi e Meazza sigla la vittoria. Nella finale di Parigi una doppietta di Piola e una di Colaussi stendono l’Ungheria.


Nella foto la formazione azzurra: Biavati, l’allenatore Pozzo, Piola, Ferrari, Colaussi; (in ginocchio) Locatelli, Meazza, Foni, Olivieri, Rava, Andreolo e Serantoni.

sabato 9 giugno 2018

Mondiali di calcio 1934: la prima volta dell’Italia





L’Uruguay non venne in Italia a difendere il titolo. Fu l’unica assente con l’Inghilterra fra le “grandi”. Gli azzurri cominciarono con un facile 7 – 1 con gli Stati Uniti. Nei quarti di finale il portiere spagnolo Zamora bloccò l’Italia, al gol di Ferrari rispose Regueidro; i tempi supplementari non modificarono il punteggio.
L’incontro venne ripetuto il giorno dopo: l’Italia cambiò cinque giocatori, la Spagna lasciò a riposo il portiere Zamora: Meazza segnò il gol decisivo. Ancora Meazza realizzò la rete del successo sull’Austria a San Siro. Il famoso “Wunderteam” danubiano fu eliminato. L’Italia trovò in semifinale la Cecoslovacchia, una vecchia e irreducibile avversaria. Il risultato restò bloccato a lungo sullo zero a zero, poi segnò l’ala cecoslovacca Puc: il grande sogno sembrò svanire ma ad otto minuti dalla fine pareggiò Orsi che trafisse Planicka, Nei tempi supplementari gli azzurri di Pozzo vinsero con un gol di Schiavio.

Nella prima foto: la formazione italiana. Da sinistra: Ferraris IV, Ferrari(coperto), Monzeglio, Combi, Meazza, Orsi, Guaita, Monti, Bertolini, Caligaris e Borel II (alfiere). Nella seconda foto: il portiere e capitano azzurro Combi stringe la mano al capitano dei cecoslovacchi Planika prima dell’inizio della partita.

venerdì 1 giugno 2018

Mondiali di calcio 1930: l'arbitro della finale fece l'assicurazione sulla vita




Solo quattro squadre europee (Belgio, Francia, Jugoslavia e Romania), parteciparono alla prima edizione dei mondiali: le altre rinunciarono per le difficoltà ed il costo della lunga trasferta in Uruguay. Fra le assenti l’Italia. La sorprendente Jugoslavia si qualificò per le semifinali assieme ad Argentina, Stati Uniti ed Uruguay. Il gioco fu molto duro, abbondarono gli incidenti specie dove giocarono gli argentini fra i quali ci furono Luisito Monti e Stabile che poi vennero a giocare in Italia. L’arbitro il boliviano Saucedo passò alla storia per aver decretato cinque rigori nella partita Argentina – Messico. Nelle semifinali l’Argentina eliminò gli Stati Uniti mentre l’Uruguay s’impose alla Jugoslavia. La finale fu incandescente: l’arbitro belga Langenus – designato a dirigerla – prima di scendere in campo fece un’assicurazione sulla vita. Da Buenos Aires partirono 20 navi con 20 mila tifosi argentini: a causa della nebbia giunsero a Montevideo quando il francese Jules Rimet aveva già consegnato la coppa.


Nella foto la formazione uruguayana (da sinistra) Dorado, Scarone, Castro, Cea, Irlarte; (inginocchiati) Gestido, Nasazzi, Balestreros, Mascheroni, Andrade, Fernandez.

martedì 17 aprile 2018

Malvito 15 aprile 2018: alla riscoperta di una civiltà comune


L'articolo :"Esaro, alla riscoperta di una civiltà comune" è tratto da "il Quotidiano del Sud" di martedì 17 aprile 2018.
Le foto sono  del signor Robby Storino di Malvito.

mercoledì 14 marzo 2018

Funerale austriaco a San Sosti

di Francesco Capalbo

Abbiamo il dovere di ricordare, perchè ogni frammento di memoria può servire a ricostruire avvenimenti complessi ed a ricordarci come la Grande Storia, dietro la pomposa retorica, mostri un volto crudele, divorando specialmente le umili esistenze. Ricordo che mia madre mi raccontava da bambino episodi che destavano in me acerbe incredulità. Ma anche da adulto, quando mi narrava ad esempio di come sua madre avesse partecipato con commozione, nel dicembre del 1918 allo strano funerale di un soldato austriaco, l’avvenimento mi sembrava poco credibile e per molti versi stravagante. Non riuscivo a spiegarmi cosa ci facessero i soldati autriaci, a guerra finita, in un paesino della provincia di Cosenza. Con scarse convinzioni, due anni fa ho consultato i registri dello stato Civile del Comune di San Sosti ed ho avuto invece la possibilità di ricredermi. Nel dicembre del 1918 i soldati austriaci erano un po’ dappertutto in Calabria ed il funerale al quale mia nonna Rosa Covello aveva partecipato, c’era stato per davvero. Approfondendo l’argomento, ho avuto anche modo di scoprire come l’ultimo soldato austriaco di nome Michele Kopeling fosse morto a Roggiano Gravina nel 1987, settant’anni dopo la fine della Grande Guerra.
Qui di seguito è pubblicata l’ultima parte di un mio lavoro apparso sulla Provincia Cosentina il 4 novembre 2007 e recensito sul sito dedicato alle vicende della Prima Guerra Mondiale www.cimeetrincee.it.



***


I prigionieri di guerra austriaci trovarono utilizzo anche nella fragile economia del Cosentino. A rivelarlo sono diverse fonti. Con una scarna nota, forse perché sottoposta a censura, il corrispondente da Castrovillari di “Cronaca di Calabria” informava in data 17 febbraio 1917 che la domenica precedente, col treno della sera erano arrivati nella cittadina del Pollino circa un centinaio di prigionieri austriaci. Condotti nella vicina contrada Petrosa furono subito adibiti al lavoro dei campi. Presenze di prigionieri di guerra austriaci sono rilevabili anche a Sant’Agata di Esaro. E’ sempre su “Cronaca di Calabria” che il corrispondente locale, in data 22 agosto 1918 diede la notizia dei solenni funerali del primo soldato santagatese, Borrelli Fioravante, caduto al fronte all’inizio della guerra e che a presenziare alla funzione, che si tenne nella Congrega del Santissimo Rosario, furono anche i soldati del presidio che sorvegliavano il locale distaccamento agricolo dei prigionieri di guerra. In piena emergenza sanitaria per l’epidemia di “Spagnola” il corrispondente da Rossano dello stesso giornale, in data 24 Novembre 1918, informò che sarebbero arrivati in città e ospitati nell’ex convento di Sant’Anna, sede del distaccamento del 19° Reggimento Fanteria, 200 ufficiali e 200 soldati austriaci prigionieri di guerra. Lo stesso annotò che il servizio sanitario sarebbe stato affidato al valentissimo dottor Francesco De Russis, capitano medico del presidio e che tale nome costituiva “assicurazione completa di garanzia igienica” per il popolo di Rossano allarmato per l’arrivo di potenziali veicoli d’infezione in una fase di acuta epidemia. L’epidemia di “Spagnola” non risparmiò invece la giovane vita di Feher Sandor soldato ungherese di Hajdúböszörmény una cittàdina situata nella provincia di Haidù - Bihar, a duecento chilometri da Budapest. A rilevarcelo sono le annotazioni contenute nella parte II - Serie C del registro Atti di Morte 1918 del Comune di San Sosti che confermano la presenza nella cittadina del Pettoruto di un distaccamento di prigionieri ungheresi utilizzati per lavori agricoli sopratutti nei vigneti del luogo. Essi alloggiavano in contrada Badia e in più occasioni,come hanno tramandato diverse fonti orali, fraternizzarono con i soldati del paese che ritornavano in licenza e che incontravano sui campi di lavoro; insieme imprecavano contro la guerra. Feher Sandor che faceva, da civile, il contadino e di anni ne aveva ventisei morì il giorno di Natale del 1918 alle ore antimeridiane undici e minuti trenta: così registrò il freddo linguaggio burocratico dell’ufficiale d’anagrafe Giuseppe Guaglianone. Anche i suoi genitori Istrian e Gaeso Juliana facevano i contadini. La loro attività contribuisce ad evidenziare come anche da parte del nemico il tributo maggiore alla Grande Guerra sia stato pagato dai ceti subalterni. Testimoni della sua morte furono il caporale maggiore Durso Carmelo ed il soldato Rossi Umberto addetti alla sorveglianza del distaccamento ed i suoi compagni Rosenfeld Izsak e Kristof Imre . Le esequie costituirono un esempio di compostezza e la commozione, che coinvolse l’intera popolazione di San Sosti, fu sottratta all’incuria del tempo dai racconti che ne fecero in seguito i presenti. Il coinvolgimento emotivo era alimentato anche dal clima di apprensione per i soldati calabresi prigionieri degli austriaci che ancora non erano ritornati in Patria. Proprio in quell’anno, ma lo si saprà solo nel 1920, un prigioniero quarantenne di San Sosti, Presta Giuseppe, morì di enterite nel campo di prigionia di Milowitz, ora Milovice, un paesino a cinquanta chilometri da Praga. Il caso più singolare appare quello di Michele Kopeling, classe 1896, di Varsavia. Facente parte di un distaccamento di prigionieri polacchi che a San Marco Argentano producevano traversine per le ferrovie si innamorò di una ragazza del luogo, Giardullo Luigina e alla fine del 1919 rifiutò di essere rimpatriato. Mise al mondo sei figli, quattro maschi e due femmine, e visse facendo il contadino. Morì a Roggiano Gravina novantenne nel 1987. L’amore della gente calabra gli aveva impedito di essere spettatore e forse vittima, a Varsavia, degli orrori nazisti e comunisti. A Sangineto i soldati austriaci furono impegnati, dai proprietari terrieri, in lavori nei vigneti. A fine guerra, il quattro novembre del 1918, piantarono, in segno di riconciliazione, nel Castello costruito dai Principi Sanseverino di Bisignano un ulivo le cui fronde svettano dalle cadenti mura ora in restauro. Ai giovani che lo frequentano d’estate, perché sede di una discoteca, in pochi ricordano che la mano dell’uomo, con eguale destrezza può seminare morte ma anche spargere semi di Pace.



La foto che ritrae Michele Kopeling è qui pubblicata per gentile concessione della famiglia

© 2009 Francesco Capalbo

domenica 4 marzo 2018

Depurazione: dite no ai metodi masochistici



4 marzo: la primavera sta arrivando.
Non fate come i bimbi di Poggio Imperiale. 
Depuratevi, ma non credete ... ai miracoli dell'olio di ricino!

sabato 3 marzo 2018

TRUCI ASSOCIAZIONI ...


NON SO PERCHÉ', MA QUANDO ALCUNI PARLANO DI "DIFESA DELLA FAMIGLIA E DELLA RAZZA" MI VENGONO IN TESTA TRUCI ASSOCIAZIONI ...

SANGUE GUASTO



LA "BUONA SCUOLA" VI HA GUASTATO IL SANGUE?
LE PILLOLE LOCATELLI E IL VOTO NON DATO A RENZI RIMESCOLERANNO POSITIVAMENTE I VOSTRI UMORI!

TOSSE ASININA



NESSUN FARMACO MIRACOLOSO.
DALLA TOSSE ASININA SI PUÒ GUARIRE ... NON VOTANDO PER RENZI!

SALI TAMERICI DI MONTECATINI



PERCHÉ' PURGARSI VOTANDO ... RENZI?
NEI CASI DI STITICHEZZA E GASTRACISMO E' DI GRANDE VANTAGGIO L'USO DEI "SALI TAMERICI!" DI MONTECATINI!

LATTOPURGIN



SE PROPRIO VOLETE PURGARVI ASSUMETE LATTOPURGIN MA NON VOTATE PER ... RENZI!

Non assumete prodotti sgradevoli



IL 4 MARZO NON ASSUMETE PRODOTTI SGRADEVOLI.
MEGLIO PURGARSI COL RIM  CHE VOTARE ... PD

Purga col sorriso



CHI VOTA PD SI PURGA ... SORRIDENDO!

mercoledì 21 febbraio 2018

Forme contratte




di Francesco Capalbo

Da qualche giorno Cosenza è avvolta da colorati manifesti elettorali che sponsorizzano un onorevole che, unico in Italia, sembra abbia concrete possibilità di essere eletto contemporaneamente sia in Forza Italia che nel Partito Democratico.
Il suo supporter, amante delle forme contratte, si rivolge ad un potenziale elettore apostrofandolo col nome di “ohi co’” (“cosiceddra”, cosa di piccolo conto, oggetto quasi insignificante).
Il tifoso è convinto che a Cosenza solo un marcantonio di antico lignaggio sia degno di essere votato; gli altri candidati sono solo finzioni letterarie, personaggi da romanza popolare.
 Il fan, il potenziale elettore e gli avversari, nel manifesto non hanno generalità. Se ne ricava l’impressione che essi siano solo marmaglia anonima, carne … da quarto stato!
Solo l’onorevole si erge in tutta la sua feudale regalità ed ha un cognome ed un nome illustri.
All'antico sostenitore di Mancini abbiamo l’ardire di consigliare l’uso del nome Giano al posto di Giacomo. 
Abbiglierebbe il suo antico dominus con un quid di divina eleganza e nello stesso tempo soddisferebbe la sua passione per le forme contratte.
Giano, come il divino bifronte! 




2009 francescocapalbo.blogspot.com


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sabato 3 febbraio 2018

Un buon voto!


di Francesco Capalbo

In questo articolo,  apparso sulla prima pagina del Quotidiano del Sud il 29 maggio 2015, esprimevo il mio disappunto sulla riforma della scuola voluta da Renzi e chiamata eufemisticamente "Buona Scuola".
Naturalmente il 4 marzo non voterò per il PD. Mi anima e mi diverte la convinzione che ogni voto non incamerato da Renzi e dai  suoi  proconsoli  calabresi, sarà di certo un "Buon Voto" !

© Francesco Capalbo

martedì 30 gennaio 2018

Le cadute degli dei. Esempi di trasformismo politico calabrese


di Francesco Capalbo


L’avvenimento, sussurrato con insistenza e poi annunciato ufficialmente, è destinato a creare sconcerto. Giacomo Mancini jr il 12 novembre è approdato alla corte di Silvio Berlusconi! E’ ormai evidente come il centrosinistra in Calabria non entusiasmi, non affascini e non permetta una salubre mobilità del gruppo dirigente. Le disinvolte candidature per le elezioni provinciali di Oliverio e dei suoi cloni, decise o in via di decisione, per opera di un direttorio autocratico, comprovano queste affermazioni che potrebbero, a primo acchito, sembrare gratuite. Ma il darvinismo politico di Giacomo Mancini non può trovare giustificazione alcuna e nel contempo permette una lettura meno sacrale della storia delle dinastie politiche calabresi e della idea poco intrepida che esse hanno della coerenza, intesa come virtù. Già Paolo Palma in un suo pamphlet dal titolo: “Doppio gioco all’ombra dell’Ulivo” (Editori Riuniti 2001) mise in risalto la strana asimmetria della campagna elettorale per le Politiche del 13 maggio 2001 e le contorsioni di alcuni suoi protagonisti. Ad esempio, per quanto riguarda il voto proporzionale della Camera, si registrò a Cosenza la vittoria della lista DS, l’elezione di Giacomo Mancini junior, che di quella lista faceva parte e… la mancata elezione di Paolo Palma e di Achille Occhetto, candidati dell’ Ulivo nel maggioritario di Camera e Senato. Ci pensò l’ex segretario del PDS a svelarne l’arcano dimostrando, con un ampio rapporto presentato alla stampa, come sia lui che Palma fossero stati penalizzati dalle logiche clientelari e doppiogiochiste di Giacomo Mancini senior, che favorirono i candidati dello schieramento opposto. Se ci avventuriamo nei dirupi della Storia, emerge un altro avvenimento poco indagato che incrina l’alone di leggenda e svela le umane debolezze degli appartenenti alla dinastia dei Mancini. Il 7 maggio del 1927 sulla prima pagina di Calabria Fascista venne pubblicato un articolo, che riguardava Pietro Mancini (bisnonno di Giacomo junior), dal titolo: “La Magnanimità del Duce”. Eletto deputato il 6 aprile 1924 per la circoscrizione della Calabria e della Basilicata (ventisettesima legislatura), Pietro Mancini fu il solo deputato dell’opposizione che le due regioni mandarono alla Camera. Decadde dal mandato parlamentare per delibera della Camera, nella seduta del 9 novembre 1926, a seguito di una mozione presentata da Augusto Turati. Nello stesso anno fu confinato a Nuoro e per tale motivo ritenuto una sorta di eroe sacro dell’antifascismo meridionale. L’articolo ne palesa invece la vulnerabile umanità. “S. E. Mussolini, compiendo un atto altamente magnanimo, ha condonato, dopo soli cinque mesi di espiazione, di seguito a richiesta dell’interessato, la pena del confino inflitta dalla Commissione Provinciale di Cosenza per la durata di cinque anni, all’onorevole Pietro Mancini. La relativa istanza, di cui a suo tempo venne data comunicazione a S. E. Michele Bianchi, il quale a sua volta ne informò il prefetto Commendatore Guerresi ed il Segretario Federale dott. Cesare Molinari, venne rivolta a S. E. Mussolini, quale Ministro dell’Interno; e S.E. Mussolini, avvalendosi dei suoi poteri, ha generosamente perdonato . L’atto di S. E. Mussolini è solenne riaffermazione degli alti sensi generosi e magnanimi del Condottiero Magnifico dell’ Italia nuova ed è indice eloquente delle direttive del Regime, implacabile nella difesa dello Stato, ma tendente alla conciliazione degli animi ed a porre nella sua vera luce lo spirito e l’essenza della Rivoluzione Fascista”. Lungi dall’esprimere giudizi storici affrettati sulle vicende sopra elencate, non si può non essere d’accordo con le parole dell’onorevole Fabrizio Cicchitto, gran cerimoniere del passaggio di Giacomo Mancini al centro destra. L’onorevole, durante il rito romano del travaso, ha affermato che le storie delle persone sono lunghe. E’ innegabile, comunque, che analizzate nei loro snodi essenziali, talune sembrano rilevarsi fragili e perciò più conformi alla natura umana che a quella degli dei.

P.S.
Le vicende politiche di Mancini jr proprio in questi ultimi giorni di gennaio 2018 hanno fatto registrare una funambolica evoluzione.
"Il 4 marzo il suo cuore (elettorale) batterà un pò a destra e un pò a sinistra. Dovesse vincere nel collegio maggioritario di Cosenza in cui è candidato, Giacomo Mancini jr entrerebbe in Parlamento sotto le bandiere del Partito Democratico, ma grazie ad una storia di cambi di casacca e una serie di incastri elettorali potrebbe ritrovarsi catapultato in Consiglio Regionale tra i banchi di Forza Italia. [...] Nel corso della sua travagliata storia politica Giacomo Mancini jr, 45 anni, ha cambiato partito almeno 6 volte, passando con nonchalance dal centrosinistra al centrodestra, per poi ritornare al centrosinistra". 


Gli avvenimenti citati in questo articolo sono tratti dalle seguenti fonti:


La Magnanimità del Duce, Calabria Fascista, 7 maggio 1927.
Mancini: “Berlusconi e il PDL unici punti di riferimento”, Il Quotidiano, 13 novembre 2008.

Paolo Palma, Doppio gioco all’ombra dell’Ulivo. La mia campagna elettorale con Achille Occhetto in una città del trasformismo, prefazione di Pierluigi Castagnetti, Editori Riuniti, 2001.
Roberto De Luca, Consenso elettorale e partiti. Le liste “fai-da-te”, in La trasformazione dei partiti politici, Francesco Raniolo (a cura di), Rubbettino Editore, Soveria Mannelli, 2004.
Scheda biografica dell’onorevole Mancini Pietro, www.archivionline.senato.it.
Due seggi su fronti opposti, il miracolo di Mancini jr, la Repubblica, 29 gennaio 2018

L’articolo è stato pubblicato su goladelrosa.eu il 18 novembre del 2008 ed aggiornato dopo 10 anni il 30 gennaio 2018.

© Francesco Capalbo